Contatto

Suona il cellulare. Momma, leggo sul display. Momma era la protagonista di una striscia comica che usciva su Grazia, credo, o su un’altra rivista analoga, quando ero ragazza. Si trattava di una madre piuttosto opprimente nei confronti dei suoi figli, una donnetta bassa di statura, coi capelli ricci di permanente e un naso imponente. A noi figli sembrò che somigliasse in modo straordinario a nostra madre che da allora divenne per tutti Momma.
«Ciao, mamma. Dimmi!»
«Ecco! Dev’esserci un contatto!»
«Un contatto?»
«Sì! Sto chiamando Sergio e mi hai risposto tu! Come lo spieghi?»
«Be’, non so… forse hai sbagliato a scorrere la rubrica…»
«Ti sembra che mi possa sbagliare tra la M e la S?»
«In effetti è improbabile. Allora, magari hai selezionato l’ultima chiamata fatta… ieri sera mi avevi telefonato, no?»
«Ti dico che c’è un contatto!»

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Una certa impressione

Fa una certa impressione, quando si leggono sui giornali, cartacei e online, i nomi degli uomini considerati più potenti, e tanto più in quanto stanno nell’ombra, agiscono discretamente dietro le quinte, trovare quello di un tuo compagno di scuola. Uno che hai conosciuto a 14 anni, che ricordi come un adolescente alto e scontroso, coi capelli corti, gli occhi celesti, i pantaloni all’inglese da ragazzino di buona famiglia un po’ retro, quando tutti gli altri ragazzi della classe portavano jeans o comunque pantaloni lunghi. Fa impressione vedere la sua fotografia in formato gigante su Repubblica, mentre, in abito da cerimonia, al fianco della bella MEB si reca, evidentemente, a un evento mondano tipo un ricevimento o una prima teatrale. L’alta statura, il viso lungo, gli occhi celesti, l’espressione imbronciata, sono gli stessi di allora: solo i pantaloni all’inglese sono scomparsi.

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Quattro amiche al bar

Prendi quattro amiche un po’ sciroccate che decidono di concedersi una giornata a Firenze.
«Si va in macchina o in treno?»
«Andiamo in treno!»
«Se si parte dopo le 10 vengo anch’io!»
«Bene, c’è un treno alle 10.22. Ci vediamo alla stazione.»
Sono alla stazione, in spaventoso anticipo, quando arriva la prima telefonata.
«Scusate carissime, non posso venire, è venuto il giardiniere a potare le piante…»
«Peccato, sarà per la prossima volta!»
Amica numero 1 eliminata. Fortunatamente, ecco arrivare l’amica numero 2: saliamo sul treno ed ecco la chiamata dell’amica numero 3
«Aiuto, sono in ritardo, mi sa che perdo il treno!»
«Ce n’è un altro tra quaranta minuti: ci vediamo a Firenze.»
A Firenze l’amica numero 2 mi annuncia la sua intenzione di andare a trovare il nipotino che abita a sole quattro fermate di autobus e tre di tramvia.
«Un salto per portargli un regalino e torno.»
Ed eccomi da sola, in mezzo a un ponte sull’Arno, che aspetto l’arrivo della numero 3, che ha perso anche il secondo treno e sta arrivando in macchina.
Due canzoni sono adatte a descrivere questa situazione: la prima, ritornata in auge per altre ragioni, è Eravamo quattro amici al bar…
La seconda: Se prima eravamo in dieci a ballare l’hully gully…

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Che taglia

Mio figlio, dopo lunghe esitazioni da parte sua e fastidiose insistenze da parte mia, decide che a comprarsi qualche indispensabile capo di vestiario per sostituire i jeans in disfacimento, le magliette slabbrate e le felpe dalle quali ormai le macchie non vanno più via, andrà col cugino Niccolò. Apprezzo il suo stile quasi francescano, ma ogni tanto è necessario scendere a compromessi con la civiltà. Gli consegno le chiavi della macchina, rifornita di benzina, gli affido il mio bancomat, e via! È partito!
Non passa mezz’ora che mi chiama al cellulare.
«Mamma, ma io che taglia porto?»

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John G.

È inutile, non esistono più i libri di una volta. E non parlo dei contenuti: mi riferisco all’umile ma importante aspetto che riguarda stampa e impaginazione. Lo so, lo so che non ci sono più i tipografi che componevano le pagine coi caratteri mobili. Ora il testo viene scritto con Word o un altro programma di videoscrittura e la correzione delle bozze avviene sul file. Tutto molto più semplice e snello, nessuno lo mette in dubbio. Solo che questo sistema rende più difficile scovare refusi, errori ortografici, parole ripetute e saltate. L’eleganza di un libro perfetto è rara, ormai. Persino le edizioni più prestigiose mandano alle stampe opere nelle cui pagine si annidano orrori. Mi è capitato di leggere in questi giorni un romanzo di un autore straniero pubblicato in Italia da una casa editrice di cui non dirò il nome, non un colosso, ma un editore raffinato, di qualità. Ahimé! Errori di tutti i tipi costellavano il testo, alcune parole e frasi erano addirittura incomprensibili, e non perché si trattasse di un’opera sperimentale, ma per quella che devo definire vera e propria sciatteria in fase di correzione di bozze. Ma la svista più clamorosa, l’errore che mi ha fatto saltare sulla sedia, è stato il modo in cui ho visto scritto nome di un importante presidente americano: il famosissimo John G. Kennedy. Ma dico, possibile che nessuno, non parlo dell’autore, che probabilmente la versione in italiano del suo romanzo l’ha vista già stampata, ma il traduttore, l’editor, il correttore di bozze, la signora delle pulizie, il cameriere che dal bar di fronte portava caffè e cornetti, la figlia del traduttore che disegnava seduta alla scrivania accanto al papà… nessuno, tra queste e altre persone, si sia accorto di quell’assurda, panciuta G. arbitrariamente collocata tra il nome e il cognome del presidente? Povero JFK! Assassinato due volte!

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Lettori

Questo blog è frequentato da un piccolo ma affezionato drappello di lettori. In quasi 5 anni di attività ha mantenuto un numero pressoché costante di visite giornaliere e di commenti. I grandi numeri non fanno per me, evidentemente. Ma la cosa curiosa è che da qualche tempo, quando vado a guardare le statistiche, vedo che c’è un numero, piccolo ma crescente, di lettori che lo seguono dagli Stati Uniti. Uno di questi, lo so chi è: il mio amico Andrea, che insegna all’università e che un giorno mi ha coinvolto in un dialogo coi suoi allievi via Skype. Ma gli altri? Ogni giorno il sito registra un piccolo numero di visitatori dagli USA. Cinque, nove, dieci. Chi saranno? Gli studenti che mi intervistarono quella sera? Amici italoamericani di Andrea? Curiosi qualsiasi? Sta’ a vedere che mi succede come alla Ferrante, la cui fama si è consolidata grazie ai lettori statunitensi…

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Non ci siamo

Sul Venerdì di Repubblica, oggi in edicola, un ampio servizio sul giallo italiano. Pare che questo genere stia avendo un grande sviluppo nel nostro Paese. In ogni città, villaggio o casolare d’Italia uno scrittore sta scrivendo un giallo, o un noir, o un mistery, un poliziesco, scegliete pure la definizione, o la sfumatura, che più vi aggrada. Il settimanale ha stilato una lista regione per regione. Con ansia, ma senza farmi illusioni, ho scorso la lista e letto l’articolo nel caso eventuale che fosse citato anche il mio libro. Non c’era, naturalmente. Eppure, accanto a Camilleri, a Lucarelli, a Macchiavelli e Guccini, a Manzini, sono presenti anche autori meno famosi. C’è Flavio Santi, che ha vinto il Premio Provincia in Giallo, sconfiggendo le altre due finaliste, che eravamo io e Maria Silvia Avanzato. Ma c’è anche Roberto Centazzo, che in quel premio non è arrivato neppure alla semifinale, per dire… Sarò mica io la solita sfigata, l’outsider, come sono stata definita in una recensione, quella che ha pubblicato un romanzo buono, sì, bello, addirittura, secondo alcuni, ma che non merita di essere menzionato tra i “nuovi gialli italiani”?
Leggo con più attenzione l’articolo e comincio a capire qualcosa: ognuno dei romanzi segnalati ha come protagonista un commissario o un vicequestore (come va di moda ultimamente, sulla scia di Rocco Schiavone) o al peggio un ispettore. Io, siamo seri, che cos’ho? Un maresciallo dei carabinieri ottuso e svogliato, alcuni suoi subalterni dei quali non si capisce neanche come si chiamino esattamente, e un pivellino di giornalista: nessuno di costoro riesce a risolvere il caso… no, no, cara Marisa. Non ci siamo. Non ci siamo proprio!

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Soggetto Ignoto

È successo di nuovo. Sono in centro, in giorno di mercato, e passeggio tra le bancarelle. A un tratto sento chiamare: «Professoressa!»
Vittima del tipico riflesso pavloviano (se qualcuno chiama professoressa, sarà sicuramente per me) mi volto e vedo un giovane dall’aria simpatica e vagamente conosciuta, ma, ahimè, non identificabile. Abituata a simili occorrenze, esibisco un largo sorriso e pronuncio parole affettuose ma generiche, sperando che il mio interlocutore mi tragga d’impaccio rivelando qualche dettaglio che potrebbe aiutarmi a riconoscerlo.
«Enrico come sta?» mi chiede infatti: dunque è stato compagno di classe di mio figlio, il che non mi aiuta molto, dato che Enrico, negli anni della sua giovinezza ribelle, ha frequentato i corsi di informatica, elettrotecnica, meccanica e infine il serale, nel vano tentativo di trovare la scarpa per il suo piede.
«Oh, Enrico sta bene, sta per laurearsi!» rispondo giuliva, e intanto penso a quanto mi farebbe comodo quel programma che hanno gli agenti speciali di CSI o di Criminal Minds, dove su metà dello schermo del computer si vede il volto del personaggio da identificare e sull’altra metà scorrono a velocità supersonica migliaia di facce, fino a che ne arriva una che coincide esattamente con quella del Soggetto Ignoto. Già mi vedo chiedere all’ignaro ex allievo:
«Caro, che piacere rivederti! Ti dispiace se ti faccio una foto col mio cellulare, tanto per documentare quanto sei cresciuto?»
E subdolamente caricare la foto nel programma e farlo girare fino a ottenere, una buona volta, il nome del malcapitato…

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Ho cliccato

«Che cosa sta succedendo alla nonna?» messaggia mia figlia sul gruppo famiglia di WhatsApp.
«In che senso?» rispondo.
«Mi è arrivato un messaggio inquietante da parte sua…»
«Che ti ha scritto?»
«GU»
«GU? Sei sicura?»
«A me ha mandato la ricetta del pollo in galantina» si inserisce l’altra figlia.
«Un pensiero gentile…»
«A me ha telefonato con WhatsApp! E quando le ho risposto mi ha parlato come se fossi il suo gestore telefonico!» aggiunge mio figlio.
Prima di proclamare lo stato confusionale dell’antenata decido di fare un sopralluogo.
«Hai avuto problemi col tuo nuovo Smartphone, mamma?»
«Probabilmente non funziona più» risponde.
«Possibile?»
«Be’, l’altro giorno ho scritto un messaggio di auguri a tua figlia… in quel momento mi sembrava che andasse tutto bene. Poi però, quando ho cercato di scaricare la ricetta del pollo in galantina, non so perché, il telefono ha deciso di inviarla a mia nipote… spero almeno che le sia venuto bene!»
«E della telefonata a mio figlio cosa mi dici?»
«Guarda, è un mistero anche per me. Mi è apparso un messaggio: devi ricaricare il tuo cellulare. Ho cliccato… e mi ha risposto uno sconosciuto che diceva di essere mio nipote! Secondo me qualcosa si è rotto nel meccanismo!»

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La catasta di morle

Matteo Renzi arriva a Torino col suo trolley. Povero caro, lo capisco, anch’io ne usavo uno per portare a scuola e traslocare da un’aula all’altra libri, computer, cartelline e materiale vario. E poi, che cosa doveva usare, povera stella? Un borsone da ginnastica, due sacchetti della spesa, un sacco nero dell’immondizia? No, il trolley ha stile e si presta benissimo per un logo simpatico e smart: parla di un giovane dinamico, sempre in cammino… ecco, io pensandoci invece del trolley avrei usato uno zaino da montagna, che avrebbe richiamato in modo esplicito le origini scout di cui Matteo non perde occasione di vantarsi.
Però ha parlato bene, eh!
«Non burocratici ma democratici! Non reduci ma eredi! So fare la crosmata di tele, la cromela di tata, la catasta di morle!»
A quel punto i convenuti in coro hanno acclamato:
«Hurrà! Resta qua!»
P.S.: per chi ha figli piccoli o chiari ricordi dei cartoni visti da bambino, non sarà facile individuare la fonte della citazione, gli altri possono sempre googlare…

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