Mi pareva che volesse dirmi qualcosa

Che io sia distratta e poco fisionomista, non è una novità per nessuno. Certe volte faccio delle pessime figure per la strada o nei negozi, quando qualcuno mi saluta e io non so nemmeno chi sia. Ma stavolta non mi fregano: l’ho vista, la ragazza a bordo della Clio color crema che accosta e mi fa cenno. È Francesca, mia figlia. La saluto con la mano e lei ricambia. Mi fermo ad aspettarla e lei pure si ferma. Mi avvicino, apro lo sportello del passeggero. Una giovane donna sconosciuta mi rivolge un sorriso gentile e un po’ dubbioso. In comune con Francesca ha solo i capelli lunghi e un paio di grossi occhiali.
«Buongiorno, signora. Posso esserle utile?»
«No, è che pensavo… mi pareva che volesse dirmi qualcosa…»
«Le accennavo che devo parcheggiare… esatto, proprio lì dove si trova lei. Se vuol essere così gentile…»
«Oh, ma certo. Arrivederci!»
«Arrivederci.»

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Pecore

Cari pastori,
voglio assicurarvi che sono con voi. La vostra battaglia è la mia. Non mi alzerò da questo tavolo se non avrò riportato il prezzo del latte a un euro al litro.
Scusate, devo rispondere al telefono. Come? Ma ho promesso… ah, ok.
Ragazzi, che ne dite di 70 centesimi?
E se aggiungessi un campanaccio per ogni mucca?
Come? Non sono mucche, sono pecore?

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San Valentino

Siccome i ladri mi hanno rubato tutti gli orecchini, per San Valentino mio marito me ne ha regalato tre paia, uno più bello dell’altro.
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Clint

A 88 anni, Clint Eastwood non è più l’ispettore “Dirty Harry” Callaghan e nemmeno l’enigmatico, taciturno cowboy che sorprendeva tutti mostrando, sotto il poncho, un rudimentale giubbotto antiproiettile. Ora è un vecchio magro e curvo dalla faccia completamente ricoperta da un reticolo di rughe. Ma per noi è sempre il mitico Clint, quello che aveva solo due espressioni facciali, col cappello e senza cappello, e nella mia famiglia, quando ci troviamo in macchina dietro a qualcuno particolarmente lento o titubante, abbiamo l’abitudine di urlare: «Deciditi, bestia!», come disse Callaghan a quel criminale che non si decideva a sparare per primo.
The mule, il suo nuovo film, è la storia di un uomo che ama più di ogni altra cosa i gigli che coltiva nella sua serra e il circolo dei veterani che frequenta nel tempo libero. Trascura la sua famiglia al punto di perdere l’affetto della moglie e della figlia, al cui matrimonio non si è fatto vivo. E lei non l’ha perdonato. Un bel giorno l’azienda di Earl fallisce e lui si trova senza lavoro: l’unica cosa che sa fare è guidare il suo pick up e così, quasi per caso, diventa un corriere della droga. Gli piace guidare a lungo ascoltando la radio e cantando, non ha mai preso una multa in vita sua, nessuno sospetta di lui, un vecchietto dall’aria innocua. A parte qualche screzio coi suoi supervisori, tutto andrebbe per il meglio se sua moglie non si ammalasse gravemente…
The mule non rientrerà forse tra i capolavori della storia del cinema, ma è divertente e intriso di buoni sentimenti. Perché si sa che il vecchio Clint, apparentemente un duro, in realtà ha il cuore tenero come il burro. E anche a 88 anni fa sempre la sua figura.

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Trattative

Mercoledì: mi aspetto la visita dell’omino a caccia di libri usati, e infatti ho appena alzato la saracinesca della libreria che me lo vedo spuntare davanti. Esordisce come sempre chiedendomi se lo riconosco: e come non potrei? Poi si avvia passo passo verso lo scaffale della storia.
«O che li ha spostati un’altra volta? Ma se li sposta tutte le volte io non ci capisco più nulla!»
«Non li ho spostati affatto. Qui c’è la storia del Novecento, questa fila qui è tutta di libri sulla seconda guerra mondiale, qui invece ci sono libri che parlano di storia italiana dal dopoguerra in poi.»
«Ah, sì, sì… ma tanto non c’è nulla. Nulla che mi interessi, sempre le solite cose.»
«Veramente qualcosa di nuovo c’è» gli dico mostrandogli alcuni volumi che ho spostato qui dal retro.
«Ah… ma ce li ho tutti, li ho letti tutti! Ce ne sarebbe uno solo che mi potrebbe interessare…»
«Quale?»
«Questo qui! Mi può dire quanto viene?»
Prendo tra le mani il libro, lo sfoglio, aggrotto le sopracciglia, consulto il catalogo online. Devo giocare d’astuzia, se non voglio farmi fregare.
«Eh, questo è caro! Questo costa 15 euro!»
«No no no! Assolutamente!»
«Sa, è una prima edizione… è raro. Non lo trova dappertutto, questo libro qui.»
«Le posso dare cinque euro.»
«Non se ne parla nemmeno!»
«Ovvia, che le costa darmelo? Le do sei euro. Tanto chi vuol che glielo compri? Giusto io…»
«Non posso scendere sotto dodici.»
«No, no, allora non se ne fa di nulla. Io vo via, allora. Arrivederci.»
«Arrivederci!»
Esce, si incammina, poi tutt’a un tratto ci ripensa, torna indietro, mette dentro la testa:
«E se gliene dessi dieci?»
«Aggiudicato per dieci euro!»
Che era, poi, il prezzo che volevo fin dall’inizio.

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Dobloni

Viva la tecnologia, che ci permette di fare tante cose e risparmiare tempo. Mio figlio, per esempio, è andato sul sito della sua università, ha scaricato il modulo con le istruzioni per pagare le tasse e me l’ha mandato via mail. Io l’ho stampato e ho cercato di capire cosa dovevo fare. Oltre alla bella sorpresa di un aumento di ben il 25%, ho letto che avrei potuto assolvere il mio debito solo presso la banca ***: niente home banking, a meno che non fossi casualmente cliente proprio della banca ***, nessun bonifico nel modo più assoluto.
Era una bella mattina di sole e mi sono incamminata verso la filiale della ***. Ho aspettato il mio turno per circa quaranta minuti, poi ho consegnato il modulo al cassiere.
«Pago col bancomat»
«Ah, no, mi spiace. Solo contanti.»
«Carta di credito?»
«Contanti.»
Trattandosi di una cifra considerevole e avendo già rosicchiato parte del capitale che posso prelevare in un mese allo sportello automatico, non ho potuto fare altro che avviarmi lemme lemme verso la mia filiale per farmi dare la somma necessaria. Venti minuti la passeggiata, un’altra mezz’ora di fila, infine è arrivato il mio turno. La cassiera mi ha consegnato una preoccupante mazzetta di banconote verdi. Le ho infilate in borsa e mi sono incamminata verso la banca ***, cui dovevo consegnare il malloppo. Mi sentivo come una mercantessa del Trecento, con la sua scarsella di dobloni d’oro, prima che inventassero la lettera di cambio, naturalmente. Per fortuna sono arrivata che era quasi l’ora di chiusura e avevo solo una persona davanti a me. In cambio ho rischiato che il sistema non accettasse il mio obolo, «perché sa, signora, è un sistema automatico, all’ora esatta delle chiusura smette di accettare i pagamenti, e noi, hmm, siamo qualche minuto in ritardo…»
Tutto questo avviene nel 2019.

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Italianità

«Eh, no. Non va bene. Non si può permettere che un non italiano vinca il Festival di Sanremo! E quel Mahmood…»
«Veramente Mahmood è italiano. È nato a Milano, sua madre è sarda…»
«Sì, ma! Suo padre è egiziano!»
«E che significa? Lui è italiano come me e te.»
«Ah no, come me no di certo, che sono di pura stirpe italica da generazioni. Ma ti rendi conto? Il festival di Sanremo, l’emblema stesso dell’italianità!»
«E Anna Oxa, allora?»
«Che c’entra Anna Oxa! Lei è italiana, il suo è un nome d’arte!»
«È italiana ma suo padre è albanese, proprio come il padre di Mahmood è egiziano.»
«Ma che vuol dire! Erano altri tempi allora, e poi Anna Oxa è Anna Oxa.»
«Ermal Meta, allora. Lui è albanese.»
«Ermal Meta? Albanese? Ma che dici?»
«Sergio Endrigo era istriano, Roberto Carlos è brasiliano, Lola Ponce è argentina, Romina Power è americana…»
«Okay, okay, vuoi fare la saputella, come sempre… ma senti me: quel Mahmood proprio non si può sentire. E come se non bastasse, è gay!»

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Avant les Italiens

Così, dai e dai, abbiamo dichiarato guerra alla Francia. Oh! Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne.
La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti.
Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: VINCERE!
(Il popolo prorompe in altissime acclamazioni)
E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo.
E al grido Avant les Italiens, gliela faremo vedere noi, a quei puzzoni dei francesi. Varcheremo il confine sulle Alpi marittime e gliela daremo una bella legnata, come quella volta nel 1940.
Come? Furono loro a legnare noi? Sebbene stessero per arrendersi all’invasione tedesca esattamente all’altro capo del paese? E i nostri soldati avevano davvero le scarpe con la suola di cartone pressato? Credevo che fosse un modo di dire…

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Sulla banchina

Stazione di Pescia, cinque del pomeriggio. Poca gente sulla banchina, due donne si scambiano informazioni sui treni in arrivo e sui relativi ritardi.
«Il mio ha un ritardo di dieci minuti.»
«Il mio dovrebbe essere in orario, se Dio vuole.»
«Eh, purtroppo su questa linea i ritardi sono all’ordine del giorno!»
«Perché poi, io odio stare qui sulla banchina ad aspettare…»
«E ci credo! Ci son certe persone…» si guarda intorno circospetta. «Dei neri…»
«Non me lo dica, c’è da aver paura!»
«Alcuni sono anche bravi…»
«Per l’amor di Dio, certo! Non voglio mica dire…»
«Ma non mi va tanto star qui ad aspettare se ci son loro a giro. Non si può mai sapere…»
«Specie la sera, quando è buio!»
«Menomale, le giornate stanno allungando…»

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Diba o della normalità

Diba è un simpatico ragazzo di diciotto anni. Non è colpa sua se il suo nome suona simile a quello di un testa di cavolo di un uomo politico che non amo particolarmente. Viene dal Gambia, ha fatto un lungo viaggio per arrivare in Italia, ha fatto molte tappe prima di approdare qui, a Pistoia. Non è per niente palestrato, è esile, coi capelli corti di un improbabile color rossiccio. Parla molto bene l’italiano, un po’ meno bene lo legge e lo scrive, vuole impararlo meglio per avere più chance di trovare lavoro e anche, dice, per interesse culturale. Perché l’Italia gli piace, gli piacciono gli italiani.
«Tu hai figli?» mi chiede.
«Ne ho quattro.»
«Tutti maschi?»
«Due maschi e due femmine.»
«E sono sposati?»
«I maschi no, le femmine sì.»
«Peccato!»
«Perché?»
«Perché io vuole trovare bellissima fidanzata italiana.»
«Be’, anche se non fossero sposate, le mie figlie sarebbero troppo grandi per te…»
«Tu conosci altre ragazze?»
«Forse…»
«Allora io studia italiano, fa corso di computer, trova un buon lavoro e poi tu mi aiuti a trovare bellissima fidanzata italiana.»
«Mi sembra un’ottima idea, Diba.»

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