Affettuosa

Una volta al mese vado all’ambulatorio medico per prendere le ricette di Zia Marietta e subito dopo in farmacia per ritirare le medicine. Oggi la Porcona, come affettuosamente chiamiamo l’impiegata della reception, non c’è: non chiedetemi il perché di quel soprannome, in realtà si tratta di una donna molto austera, magra, coi capelli raccolti a crocchia e l’espressione severa. Al suo posto, sfavilla una donna grassissima, con un largo camicione rosa fucsia, i capelli biondi di tintura e un fiore di stoffa in cima alla testa. Non so voi, ma a me ha subito fatto venire in mente Penelope Garcia, l’eccentrica nerd di Criminal Minds. Quando sono arrivata, Penelope stava parlando con un utente:
«Certo, amore, ne parlerò col dottore, tesoro. Puoi aspettare un minuto, caro?»
Bo’, sarà il suo fidanzato, ho pensato. Finita la conversazione, un’anziana signora si avvicina al banco: sussurra qualcosa all’impiegata.
«Oh, tesoro, temo che dovrai aspettare un poco. Abbi pazienza, piccola!»
Magari è sua madre o sua nonna, mi sono detta. Finalmente tocca a me:
«Amore mio! Cosa posso fare per te?»

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Dopo 70 anni

E così, dopo più di 70 anni, la destra vince le elezioni a Pistoia. Mentirei se dicessi che non sono scioccata. La formazione che fa capo a Alessandro Tomasi si è resa protagonista negli ultimi anni di alcuni episodi di intolleranza e omofobia. Speriamo in bene…
Intanto devo pure uscir di casa, ed eccomi, a mezzogiorno, che affronto la calura e il nuovo clima politico. Sbaglio, o la città è già cambiata? Chi sono tutti questi giovani che vedo aggirarsi, con le teste rasate egli occhiali neri? È autosuggestione, o mi stanno guardando in cagnesco?
«Eccola» mi sembra di sentire che sussurrano. «Quella comunistaccia di altri tempi! Quella zecca del secolo scorso! Addosso!»

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Come Simenon

Sono in libreria, seduta alla mia postazione, col mini portatile Apple davanti a me, circondata da pile di libri, molto professionale. Arriva Paolo Albani, scrittore di una certa notorietà, uno dei più eccentrici tra gli amici di Sergio e Elena. Mi vede ed esulta:
«Una scrittrice in piena attività! Fantastico!»
«Sì, ho deciso di scrivere il mio prossimo romanzo in pubblico, come Simenon. Mi manca solo la gabbia di vetro e sono a posto!»
«Ma lo sai che in giro per la città c’è una tua sosia? Io la incontro spesso dalle parti di casa mia, e il bello è che mi saluta!»
«Ehm… sono io, Paolo!»

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Pranzo

«Mamma, cosa vuoi per pranzo?»
«Fammi un uovo lesso.»
«Lesso?»
«Sì. E delle patate sode.»

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Di che stiamo a parla’

Tipico, da “giorno dell’esame di stato” il coro delle lamentazioni sull’improponibilità delle tracce. Che spesso lo sono, intendiamoci. Ma talvolta i professionisti dell’ipercritica esagerano. Quest’anno come primo titolo, tipologia “analisi del testo”, c’è una poesia di Giorgio Caproni. Poeta meraviglioso, che tuttavia nessuno propone all’ultimo anno delle superiori, per una ragione semplicissima: non c’è tempo. I poeti sono tantissimi, gli autori sono tantissimi, i tempi scolastici e la ricettività dei ragazzi hanno limiti oggettivi, e poi, non avevamo detto che quello che conta non sono le conoscenze ma le competenze? Ecco, l’analisi del testo è un tipo di compito che richiede competenze. Non è richiesto e non è nemmeno necessario conoscere l’autore, anzi, spesso viene scelto un autore fuori dal canone scolastico per evitare che i candidati riciclino l’analisi del testo che hanno fatto durante l’anno. E quindi di che stiamo a parla’?

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Ricordare e nominare

All’improvviso il segnale acustico che mi avvisa di nuovi messaggi su WhatsApp sembra impazzito. A quanto pare mi stanno arrivando messaggi a ripetizione. Sarà il gruppo degli amici del liceo, penso. Quei giocherelloni che postano vignette e aforismi a tutto spiano e usano una quantità di emoji neanche avessero 15 anni. Invece no, è un nuovo gruppo nato nottetempo, probabilmente durante una fase pesantemente alcolica di colui che l’ha creato. Raoul, alunno di una classe diplomata 25 anni fa, propone una rimpatriata e coinvolge compagni e professori coi quali è in contatto, me compresa. Così per le mie notti insonni avrò un nuovo passatempo: ricordare e nominare ciascuno degli studenti di quella classe e dei componenti del consiglio.
Il primo l’ho detto, è Raoul, una di quelle persone che, per una ragione o per l’altra, non perdi mai di vista. Lavorava alla SIP, quando ancora c’era la SIP; lo incontravo al bar dove facevo colazione; ci siamo visti a una cena di solidarietà con popolazioni terremotate, siamo diventati amici su Facebook. Poi c’è Luca, mentre lui era mio allievo la sua mamma era la maestra di mia figlia, più tardi siamo diventati colleghi, lui è stato insegnante di mio figlio. Altri li ho visti in circostanze fortuite: Riccardo faceva il servizio civile… Stella l’ho incontrata in centro… no, aspetta: Stella non era in quella classe. Altri ancora non li ho mai più visti ma me li ricordo perfettamente: Francesco aveva un raffreddore perenne e allietava le lezioni con vigorose soffiate di naso in un enorme fazzoletto di cotone; Simone, quello bravo, ridacchiava mentre cercava di convincermi che il metodo di insegnamento del supplente che mi aveva sostituito mentre ero in maternità era “altamente innovativo”, consistendo nel non interrogare mai ma nel valutare la preparazione degli alunni in base alla loro partecipazione alla discussione. E Alessio, che durante il colloquio all’esame di maturità aveva una maglietta a maniche corte, l’avambraccio posato sul banco e un muscolo che saltellava impazzito a rivelare lo stato ansioso in cui si trovava.
E di qualcuno non mi ricordo per nulla… succede anche questo…

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Relativo

Fa caldo, in questi giorni: solo verso le sette, la sera, si muove un po’ d’aria. Sul piazzale della chiesa le anziane parrocchiane si affollano sulle panchine a godersi il fresco. Saluto una decrepita signora che conosco da sempre: lei ricambia e commenta con la signora seduta accanto a lei, che le chiede chi io sia.
«È la figliola della Natalia, la maestra… te la ricordi?»
«Ma chi, la moglie del Preside?»
«Sì, lei. Il su’ marito è morto, po’er’omo!»
«E codesta sarebbe la figliola, eh? O quanti anni avrà?»
«Mah, ‘un lo so. È giovanina!»
Tutto è relativo…

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Un fagiolo

Capita spesso di incontrare, nelle deserte strade di periferia, anziane signore accompagnate dalle badanti. Alcune sono in carrozzina, altre camminano lente dando il braccio alla loro accompagnatrice, altre ancora spingono un deambulatore mentre la badante le segue a distanza di sicurezza. Sedute sulle panchine dei giardinetti, queste brave donne chiacchierano tra loro mentre sorvegliano le loro assistite, di cui parlano come se fossero delle bambine e non capissero una parola di ciò che viene detto, cosa che in alcuni casi è vera, in altri no.
«La mia è brava» dice una. «Non è autosufficiente, ma la testa è a posto. Capisce tutto, vero nonna?»
La nonna in questione abbozza un sorrisetto.
«Questa invece è fuori di testa, completamente matta, poverina! Io devo sorvegliare lei come una bambina.»
«Certo brutto così. Perché finché testa funziona…»
«Ah, guarda. Io non vorrei mai… non vorrei diventare un fagiolo, tu capisci?»
«Sicuro! Se un giorno diventassi un legume…»
«Preferisco morire piuttosto che essere un fagiolo, credi!»

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Tra virgolette

Tra i tanti bizzarri personaggi che vanno e vengono da casa mia in questi giorni febbrili di ristrutturazione, lasciando dietro di sé scie di detriti, polvere di cemento e terra, uno dei più divertenti è l’infissaio. L’uomo che sostituirà le vecchie finestre che non chiudono bene e lasciano passare tremendi spifferi e al loro posto metterà infissi di alluminio superisolanti e doppi vetri. Lo amo per questo.
«Signora, vedrà che quando avremo sistemato, tra virgolette, queste finestre, lei non sentirà più uno spiffero neanche a volerlo, tra virgolette.»
«Buongiorno, sono venuto a prendere, tra virgolette, le misure.»
«Signora, tra virgolette? È permesso?»
«Si accomodi, tra virgolette» gli rispondo.

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