Covo di sovversivi

Credendo forse che in casa non ci sia nessuno il muratore siciliano simpatico mette su un video sul suo telefonino. È la registrazione del discorso fatto qualche giorno fa dalla vicequestore Alessandra Schilirò che si è dichiarata contraria al Green Pass. Il muratore lo fa ascoltare ai colleghi ripetendo a voce alta le parole più significative.

«Da libera cittadina, capito? Come Gandhi. Disobbedienza civile! Anticostituzionale! Il Green Pass è anticostituzionale! Avete capito?»

I suoi colleghi annuiscono convinti e a loro volta ripetono le parole chiave: disobbedienza civile, anticostituzionale, Gandhi.

Santo cielo! Un covo di sovversivi vive da un mese in casa mia spargendo virus in ogni dove e io non me n’ero accorta? Chiamo il 911, i vigili, la Croce Rossa, i carabinieri…

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Intransigente

Informo tutti i miei contatti che a partire dal 15 ottobre chiunque vorrà entrare in casa mia, che sia parente o amico, muratore o idraulico, colf, badante, uomo del gas e controllore della caldaia, dovrà esibire il green pass. Ho scaricato l’app per la verifica e sarò intransigente. D’ora in avanti la mia casa sarà covid free, e desidero estendere questa misura precauzionale al mio blog, al quale non potrete accedere se non vi sarete prima disinfettati le mani, misurati la febbre e non mi avrete inviato una scansione del vostro passaporto vaccinale. Con me non si scherza, eh!

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Uomo, uom*, uomə

Certo è singolare che Vera Gheno, sociolinguista molto attenta alle discriminazioni di genere e al linguaggio sessista, convinta sostenitrice dello scwa, abbia accettato di partecipare a un’iniziativa intitolata Dialoghi sull’uomo. Avessero almeno scritto Dialoghi sull’uomə!

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Fedi improbabili, miti grotteschi

Sul Manifesto (il manifesto!) leggo un articolo che vorrebbe spezzare una lancia a favore di coloro che, per motivi vari, non si sono (ancora) vaccinati, che a parere dell’autore il governo non ascolta e non prende in considerazione nel giusto modo, usando un’arma, quella dell’obbligo di certificazione, che non riuscirà a convincerli. Il noto giornale della sinistra invece ha un approccio veramente aperto nei loro confronti. “È l’Italia sotterranea, marginale, che si nutre di fedi improbabili, miti grotteschi, del rifiuto sedimentale e marcio del consumismo”, così dice. Ho sentito parlare, infatti, di certi cavernicoli che vivono nudi alla periferia delle grandi città, nutrendosi di rifiuti e celebrando riti sulle viscere di cani randagi e topi di fogna, che quando vedono avvicinarsi uomini in tuta bianca muniti di siringa digrignano i denti e si nascondono nelle cantine di vecchi palazzi fatiscenti…

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Solo buone notizie

La trattativa stato-mafia non esiste, non è mai esistita, è un’invenzione, una bufala, una narrazione. Dobbiamo resettare tutto e recitare il nuovo mantra: la mafia ci ha provato, ma lo Stato non ha abboccato, e Marcello Dell’Utri è proprio un bravo ragazzo.

L’Italia è in ripresa, Standard & Poor’s ha alzato il nostro rating, Confindustria è entusiasta di Draghi, ma anche il PD e persino i poveri, ai quali non farà pagare l’aumento delle bollette.

Il presidente Mattarella ha ricevuto gli atleti italiani, olimpici e paralimpici. Il loro successo è la chiara dimostrazione che l’Italia è in ripresa e che viviamo nel migliore dei mondi possibili.

E sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al re.

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Attaccamento

Io e il mio nipotino siamo molto attaccati. L’anno scorso io gli ho attaccato il covid. Ora lui ha attaccato a me un orribile virus intestinale. Quel che è fatto è reso…

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Della facilità di fare libri

«Non avevo mai scritto un libro in vita mia, nemmeno un racconto, nemmeno una paginetta di diario. E anche leggere, lo ammetto, non è mai stato il mio forte. Ma c’era questa signora che abitava vicino a casa mia, che aveva avuto una vita tanto avventurosa… mi son detto: devo scriverci un romanzo. All’inizio non sapevo letteralmente come fare, le cose da dire le avevo tutte in mente, ma il foglio davanti a me (perché io scrivo rigorosamente su carta, eh!) rimaneva bianco. Poi, tutt’a un tratto, bum! Le parole sono sgorgate da dentro di me, la mano non riusciva ad andar dietro alla mente, le frasi scorrevano come un fiume… E il romanzo è venuto fuori così!»

«Era da tanto che volevo scrivere una biografia di Guido Gozzano, ma non sapevo assolutamente niente di lui, non avevo letto nessuna delle sue poesie, non avevo mai visto un suo ritratto. Così ho approfittato di un periodo in cui avevo pochi impegni e mi son messa a studiare, ed ecco fatta la biografia. Ora intendo portarla in giro per l’Italia, nelle scuole e nelle biblioteche, nei circoli culturali, nei club dell’uncinetto, dappertutto.»

«Siamo partiti, un gruppo di amici, per fare un giro in motocicletta, siamo andati in Cile, ce lo siamo fatto tutto quant’è lungo. Che avventura! Quante ne abbiamo passate! E ora che sono passati dieci anni da quell’epica impresa, i miei amici mi hanno detto: tu che prendevi nota di tutto e facevi il diario di bordo, ce li hai ancora quegli appunti? Perché se ne potrebbe fare un libro, sai che successo potrebbe avere! E così, mi sono messo a spulciare tra i miei vecchi quaderni, e ho ritrovato quel diario, non c’è stato nemmeno bisogno di modificare qualcosa, il libro era già lì, l’ho portato dall’editore senza neanche prendermi la briga di copiarlo su file, è stato entusiasta, me l’ha pubblicato subito!»

A una kermesse che si sarebbe potuta intitolare “La fiera dei dilettanti” ascolto questi autori che non so se definire naïf o fin troppo furbi, e penso a quanto ho penato prima di riuscire a pubblicare, a 60 anni suonati, il mio romanzo d’esordio, e con una certa cattiveria mi domando quanto coviddi possa transitare, dall’uno all’altro di quei campioni della letteratura contemporanea, tramite quell’unico microfono che si scambiano disinvoltamente.

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Donne, du du du

Una volta c’era lo slogan “Sette chili in sette giorni” e Renato Pozzetto ci fece anche un film. Ora invece abbiamo “Sette donne in sette giorni”, che se le cose dovessero continuare ad andare così alla fine dell’anno avremmo “365 donne in 365 giorni”. Non male per un Paese, l’Italia, che sta vedendo calare in modo impressionante gli omicidi, e nel 2020 ne ha registrato meno di 300. Praticamente in Italia non si muore (quasi) più per mano della mafia, o nel corso di una rapina, o in regolare duello all’arma bianca, le uniche che continuano a venire ammazzate con una certa regolarità sono le donne per mano degli uomini. Eh, sì, ma le donne sono esasperanti, questa è una cosa risaputa: dio, come sono noiose, e petulanti, e lamentose, e pretenziose, e saputelle… che deve fare un poveraccio? Donne, siate più docili, non esasperate i vostri uomini, e vedrete che loro non vi ammazzeranno più, neanche un graffietto vi faranno!

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Giorno 5

Il quinto giorno piove. Il capocantiere ha dimenticato qui le chiavi che gli avevamo dato per poter entrare anche in nostra assenza, ma io sono a casa, gli aprirò. Piove forte fino alle nove, poi smette. Alle dieci telefono a mio marito: qui non si è visto nessuno, e io devo uscire. Mio marito telefona ad Antonio, poi mi richiama: è sul ponte dell’Arca, che un modo che nella nostra famiglia usiamo per dire che stiamo per arrivare. Infatti dopo poco sento suonare il campanello: è lui, coi suoi fidi aiutanti. Pesca le chiavi da sopra un cassettone ricoperto di plastica, gli altri due uomini raccolgono secchi e attrezzi vari.

«Allora ci vediamo lunedì!»

«Come, lunedì! Oggi non lavorate?»

«Oggi piove!»

«Veramente ha smesso…»

«Oh, ma vedrai che fra poco ripiove!»

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Ricordo di Cesare De Florio

Cesare De Florio è stato un missionario italiano in Brasile, per oltre 50 anni si è occupato di bambini di strada, prima a Manaus, poi lavorando per la FAO, infine fondando il Progetto Axé, che si prefigge lo scopo di recuperare i bambini di strada attraverso l’arte, in particolare la musica e la danza, ma anche la pittura e le arti visive in generale, nella convinzione che l’amore per il bello possa costituire una potente molla per il riscatto personale e sociale. Due giorni fa è morto in un ospedale di Bahia: avrebbe compiuto 84 anni tra due settimane.

Ho conosciuto Cesare nel 1976, quando avevo 21 anni e lui 39 e viveva a Manaus già da otto anni. Da giovane aveva trascorso alcuni anni a Pistoia, suo padre era stato un dirigente della Breda, e aveva mantenuto dei forti legami con la nostra città. Era un uomo affascinante, dal sorriso un po’ malandrino, somigliava a Jean Paul Belmondo, che era di qualche anno più vecchio e che anche lui è morto da pochissimo. Partecipò a un campeggio con il gruppo giovanile di cui facevo parte all’epoca e ci affascinò con i suoi racconti, le sue parole ispirate, la concretezza della sua vita avventurosa ma anche la spiritualità che emanava dalla sua persona. Andammo a trovarlo a Rapallo, dove viveva la sua famiglia: il padre, che di lì a poco morì, era un distinto signore napoletano, che di me disse: «Una ragazza pallida ma indubbiamente interessante», giudizio che mi sconcertò non poco. La madre era una donna estrosa, distratta, che indossava un abito alla rovescia, con le cuciture e l’etichetta fuori. I figli, di cui Cesare era uno dei più grandi, erano otto, il più giovane era più piccolo di me, e la famiglia pubblicava una sorta di giornale periodico intitolato “Ottoperotto”. Cesare e i fratelli si divertivano a parlare alla rovescia, per esempio dicevano “onos otnetnoc id itredev” invece che “sono contento di vederti” ed erano velocissimi nel formulare quelle loro frasi in codice. Lui aveva un po’ disimparato l’italiano, diceva “andiamo alla pompa della gasolina” e chiamava l’automobile “il carro”. Ci raccontò un aneddoto riguardante Robert Mitchum che si era presentato nudo a una festa e a chi gli aveva fatto notare che non era opportuno aveva risposto di essersi “fantasiato da polpetta”.

Non so perché racconto queste cose invece che dilungarmi sulle virtù di Cesare e sulle sue tante encomiabili attività. Forse mi piace ricordarlo così, scanzonato, divertente, col suo sorriso un po’ malandrino. Addio, Cesare.

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