Untrice

Dopo molto tempo decido di andare al mercato del sabato. Hanno esteso l’area e diradato i banchi, c’è gente ma non troppa, ci si muove bene. Fa caldo. Sotto la mascherina d’ordinanza mi si è formata una condensa di sudore e umidità. Sento un prurito al naso, starnutisco, starnutisco di nuovo. Devo abbassare la mascherina per soffiarmi il naso: intanto intorno a me si è formato il vuoto e a distanza di due metri le persone mi guardano severe.
«Scusate… etcì! Non è come sembra. Non ho il virus, etcì. È questa dannata mascherina, etcì, che mi fa sta… star… etcì, starnutire!»
Mi guardano con sospetto. Me la filo in una stradina laterale prima che parta il primo sasso: «Maledetta untrice!»

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Horas

Il 14 agosto del 2018 crollava il ponte Morandi, meglio conosciuto come il ponte di Brooklyn di Genova, con la morte di 43 persone, un gravissimo danno alla città, uno shock per tutta l’Italia e, last but not least, il sacrificio delle vacanze di Ferragosto da parte di Rocco Casalino. Il presidente Conte affermò che la responsabilità del gravissimo fatto andava attribuita ai concessionari: alla società Autostrade per l’Italia di proprietà della famiglia Benetton. Era necessario revocare la concessione immediatamente, perché, sempre a detta di Conte, la situazione era talmente grave che non si potevano aspettare i tempi lunghi della Giustizia. Affermazione, questa, un po’ audace sulla bocca di un avvocato, ma eravamo abituati già da un po’ alle frasi a effetto. Si disse inoltre che il ponte sarebbe stato ricostruito in tempi record: entro 10 mesi la città avrebbe avuto il suo cavalcavia nuovo di zecca.
Sono passati due anni e il nuovo ponte sta per essere inaugurato. Chi lo gestirà? Ma Autostrade per l’Italia, naturalmente. La gestione, però, sarà temporanea, avvisa Conte. La questione infatti sarà risolta ad horas. Sed, quales horas?

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Chi mai

Sei lì, sul tuo solito terrazzino, con in mano un libro che hai appena comprato, e ti accingi a iniziare la lettura, e ti senti un po’ come l’ideale lettore di Italo Calvino, che ha scelto oculatamente, si è ritagliato un tempo e uno spazio, ha fatto pipì, ha stappato una birra… no, mi sa che Calvino della birra non ne parla. Insomma sei nella migliore disposizione d’animo, quando a un tratto, a pagina 18, ti imbatti in… ma com’è possibile… ma chi mai può aver scritto una cosa del genere?

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Licenziati

Oggi mio figlio Enrico, il pellegrino, si laurea.
«Come, ma non si era laureato tre anni fa? Con le scarpe bucate?»
Sì, ma quella era la triennale, questa invece è la laurea magistrale, per la quale si deve ringraziare Berlinguer, non Enrico, no, ma suo cugino Luigi, quello di cui, a detta di mia nonna, sua madre diceva: «Eh, ma se date retta a Luigi…»
Gli hanno dato retta, ed ecco il risultato: sei anni per laurearsi in Storia, rispetto ai quattro e mezzo che ci ho messo io.
Enrico è a Bologna e discute la tesi online, io e mio marito saremmo comunque andati, per assistere dalla sua camera e poi festeggiare insieme, ma mio marito è in trasferta in Germania e io da sola…
«Enrico, te la prendi a male se non vengo?Festeggiamo poi quando torna il babbo.»
«Non preoccuparti, mamma, va benissimo così!»
Poi però mi viene in mente che potrei andarci col cugino Niccolò (gli altri miei figli lavorano o hanno neonati da badare).
«Enrico, io e Nicco abbiamo deciso di venire alla tua discussione!»
«Cioè, volete assistere online?»
«No, veniamo di persona, così poi andiamo a pranzo insieme!» esulto, credendo di renderlo felice.
«Ehm… ecco… non vorrei sembrarvi scortese, ma mi sto già organizzando con un altro ragazzo che, anche lui, non ha nessuno! Venite domenica col babbo, ok?»
«Ok…»
«Niccolò? Siamo stati licenziati…»

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Alla caccia del leon

C’è un periodo, nella vita di molte di noi, in cui la nostra colonna sonora sono le canzoncine per bambini. È il periodo in cui abbiamo figli piccoli, chiaramente, ma il fatto di ascoltarle insieme a loro e di cantargliele a richiesta ci rende un po’ sceme, per cui ci ritroviamo a canticchiarle anche quando siamo sole o in contesti assolutamente adulti. Noi, cresciute a dosi massicce di Lucio Battisti, Fabrizio De André e Bob Dylan, non abbiamo per la testa altro che Il caffè della Peppina.
Poi passa. Per fortuna. I figli crescono, scoprono nuove canzoni, e noi torniamo ai nostri amati David Bowie e Francesco De Gregori. Ma non si dovrebbe mai abbassare la guardia, perché certe situazioni possono riprodursi da un momento all’altro. Così io, diventata nonna, abbandono i miei amati cantautori e mi ritrovo a canticchiare tra me e me: Singing ya ya yuppi yuppi ya…
P.S.: il cartone è assai politically incorrect, ma è delizioso e a Dario piace da morire!

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L’importanza delle preposizioni

Nel suo ultimo libro, Come il mare in un bicchiere, Chiara Gamberale ha lasciato tre pagine in bianco perché i lettori possano scrivere i loro sentimenti.
«Per dire io.
Tu.
Lui, lei. Noi, loro.»
È un’idea bellissima e voglio farlo anch’io. Nel mio prossimo libro lascerò tre pagine a disposizione del lettore.
«Per dire di.
A, da.
In con su per.
Tra, fra.»

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Il numero

Devo effettuare alcuni pagamenti alle Poste: scelgo un ufficio periferico, sperando di trovare meno gente rispetto alle Poste centrali, ma fuori, a far la coda, c’è una decina di persone. Mi informo su chi sia l’ultimo e aspetto. Ascolto con un orecchio solo le chiacchiere degli altri clienti in attesa e consulto il mio cellulare tanto per passare il tempo. A un tratto arriva un signore cicciottello, dall’aria volitiva. Con grande sicurezza scavalca la fila, entra nell’ufficio, va alla macchinetta che rilascia i biglietti numerati. Intanto il cliente che è al banco è stato servito e sul display si illumina il numero 95.
«Sono io! Tocca a me!» dice il signore grassottello.
«Ma… ma come! Ci siamo noi!»
«Siamo in fila da mezz’ora… siamo arrivati prima di lei!»
«Ma è il mio numero, tocca a me.»
«Lei è l’ultimo!»
«No, sono il primo! L’avete il numero, voi?»
«Ecco, non ci abbiamo pensato… già che dobbiamo attendere fuori, non ci è venuto in mente di prendere il numero.»
«Capisco… ma io l’ho preso, invece, ed è uscito ora, e quindi tocca a me!»

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Il colibrì

Ho letto Il colibrì, di Sandro Veronesi. L’ho letto mesi fa, prima che fosse nella dozzina e poi nella cinquina/sestina dello Strega e che fosse dato per sicuro vincitore, come poi è stato. Definito da molti un capolavoro, da altri un’irrimediabile ciofeca, a me è piaciuto un po’ sì e un po’ no. Intanto devo dire che l’ho finito in due giorni, quindi quanto meno è avvincente e scorre. La storia è quella di un uomo che nel corso della sua vita attraversa vari momenti critici, ha diversi lutti, e tuttavia riesce a sopravvivere al dolore, come il colibrì sbatte velocissimo le ali e ciò gli permette di rimanere fermo. Questa, almeno, è l’interpretazione che del suo soprannome (che risale all’adolescenza, quando Marco, il protagonista, era un ragazzino molto più piccolo della norma) dà la donna che segretamente ha sempre amato, Luisa. A Luisa Marco ha scritto molte lettere romantiche, e altre ne ha scritte al fratello Giacomo, che vive in America ed è in rotta con lui: le lettere sono state in effetti la prima cosa che mi ha dato fastidio, in questo libro. Perché non assomigliano per niente alle lettere che una persona reale scriverebbe alla donna che ama o al fratello lontano, hanno un che di costruito, di iperletterario che a me, di solito, fa sentire puzza di esercizio di scrittura fine a se stesso. Le lettere, dunque, non mi sono piaciute. E nemmeno certi altri pezzi di bravura, rappresentati da lunghi stralci elencativi o descrittivi, quasi privi di punteggiatura, virtuosismi linguistici che non ho apprezzato. E non perché non apprezzi in genere quando un autore osa uscire dallo standard: ho letto Joyce, come dicono tutti quelli che ti vogliono far sapere che sanno apprezzare uno stile sperimentale ma che non hanno gradito il tuo. Insomma, ho letto Joyce e Bolaño e Il male oscuro, ma Veronesi non mi ha convinto nel suo voler giocare allo scrittore sperimentale.
Invece mi hanno toccato certe parti relative alla malattia e al lutto, forse perché qui gioco in casa, so di che si tratta, e quelle pagine mi sono sembrate belle e commoventi. Il finale, purtroppo, non è niente più che una riscrittura di quello del film Le invasioni barbariche, un film peraltro molto bello. Un omaggio, si potrebbe dire in termini politically correct. Ma gli omaggi, ho sempre saputo, sono una cosa un po’ diversa dalle scopiazzature.
Infine non mi ha tanto convinta la bambina miracolosa, figlia della figlia del Colibrì, definita dal nonno l’uomo del futuro, con tanti complimenti alla discriminazione di genere.
Pensandoci, c’è anche un’altra cosa. Piccola, forse non importante. Dunque, il protagonista del romanzo, Marco, è nato nel 1959. Ha una sorella, Irene, di quattro anni più grande, quindi del ’55, come me. Per ben due volte nel romanzo Veronesi (che anche lui è nato nel ’59 come il suo eroe), parlando del 1973 e del 1974, afferma che Irene è maggiorenne. Ecco, io, che ho l’età di Irene, nel ’73 non ero maggiorenne, e neanche nel ’74. Io sono diventata maggiorenne a vent’anni non ancora compiuti, nel 1975, nel giorno (10 marzo) in cui è entrata in vigore la legge che abbassava la maggiore età da 21 a 18 anni. Magari è una piccolezza, anzi, lo è di sicuro, e forse Veronesi non lo sapeva, ma c’è sempre Wikipedia.

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Mercedes

Da molti mesi non tornavo a Torri, il minuscolo paese sull’Appennino che ha ispirato la mia Tetti. D’inverno ci si va poco, lassù, per non dire per niente. Poi c’è stato quel che c’è stato. A Torri la pandemia non dev’essere nemmeno arrivata, figuriamoci, con la strada dissestata che c’è, ma, come dice il Poeta, gli abitanti di quel borgo dimenticato da Dio “erano abituati a fare ogni anno la conta dei vecchi che non superavano l’inverno, e quell’inverno non aveva fatto eccezione.”
In effetti, via via che, nei mesi scorsi, venivo informata della scomparsa di un certo numero di torrigiani storici, provavo un forte senso di colpa per aver scritto quella frase nella prima pagina del mio libro, L’ultimo dei Santi. Sta’ a vedere che gli ho portato male, sta’ a vedere che i torrigiani mi incolpano di queste morti, alcune attese, altre improvvise e insospettate. Alla Torraccia, dove hanno casa i miei amici, tanto per fare un esempio, sono morti in due, padre e figlio, a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro: il padre vecchio, malato, ma il figlio ancora giovane, per un malore improvviso. Ora, nella bella casa di pietra, ristrutturata nel corso degli anni, circondata da un giardinetto impeccabile, da grandi ortensie blu e viola e da secolari castagni, sono rimasti in due, la madre e il figlio superstite, e già pensano a venderne mezza, di quella casa che è stata il capolavoro della loro vita.
Dalla Torraccia a Torri ci sono forse due chilometri, che abitualmente facciamo a piedi, e lungo la strada incontriamo due viandanti coi piedi lerci nei sandali, grandi zaini sulle spalle e il collo rosso di sole. Ma sbaglio o uno dei due è mio figlio Enrico, quello che veniva da Bologna a piedi? Sì, è proprio lui, che, passando da Suviana e Badi, non ha potuto resistere alla tentazione di fare una capatina a Torri, che ha nel cuore quanto e più di me. Lui e il suo compagno di viaggio li ritroviamo poco dopo al bar del circolino, a gustarsi una birra strameritata: chissà da chi ha preso Enrico questa passione per la bionda bevanda?
Al circolino e in piazza incontriamo tutto il campionario torrigiano: la signora obesa, sdentata ma accuratamente ornata di rossetto, che ha una cotta per Enrico da quella volta che suonò la chitarra e cantò al circolo Battisti e De André; il ragazzone nullafacente che vedevo scorrazzare in motorino quando aveva 15 anni e continua a farlo ora che ne ha 35; il vecchino novantenne, bassino, secchino, coi capelli candidi, che ancora guida la macchina e si fa su e giù da Torri a Pistoia senza fare una grinza. E la cuoca filippina che ha preso la gestione del circolo, l’organizzatore di tutti gli eventi estivi, soprannominato “il sindaco”, anche se Torri non fa comune, sua moglie Mercedes che io, tanti anni fa, pensavo fosse la sua automobile.
Sepolti dietro le rispettive mascherine, il sindaco e la sua Mercedes mi vengono incontro per la stradina che porta in piazza. A cinquanta metri di distanza lui mi urla:
«E la mascherina?»
«Non è obbligatorio portare la mascherina all’aperto se si rispettano le distanze» gli rispondo.
«Obbligatorio, non obbligatorio… e chi lo sa?»
«Io lo so con certezza: in Toscana le mascherine sono obbligatorie nei luoghi chiusi aperti al pubblico e all’aperto solo se non si rispettano le distanze.»
«Mah!» fa lui, non convinto, e se ne va sgommando con la Mercedes.

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Delitto e castigo

Appartengo a una generazione (i nati negli anni ’50) e a un ambiente sociale (piccola borghesia intellettuale) che trangugiava classici come niente fosse dalla prima infanzia all’adolescenza e oltre. Mio padre è stato il mio mentore e dopo avermi fatto esplorare il mondo della letteratura per ragazzi mi ha proposto dosi massicce di Dickens, uno dei suoi autori preferiti. A Dostoevskij ci sono arrivata grazie al mitico sceneggiato I fratelli Karamazov, con mostri quali Umberto Orsini, Lea Massari, Corrado Pani. Dopo averlo visto ho voluto leggere il libro, avevo 14 anni e credo di averci capito molto poco, ma l’ho amato svisceratamente e riletto più volte negli anni. Mio padre insisteva perché leggessi Delitto e castigo, ma io, forse a causa del nascente spirito adolescenziale di ribellione, forse per via di quel titolo che mi pareva bigotto, mi rifiutai a lungo di prenderlo in considerazione. Naturalmente, quando l’ho letto, è stato un grande amore, che si è poi trasmesso ai miei figli, ad alcuni dei miei alunni e persino a mio genero, che di libri ne ha sempre letti pochi. Mamma, invece, sempre un po’ ribelle nei confronti di mio padre, al quale non mancava un certo sussiego che poteva renderlo antipatico, ha tenuto il punto: Delitto e castigo non ha mai fatto parte delle sue letture.

Poco tempo prima che mio padre morisse un giorno andammo tutti a trovarlo, io e mio marito coi nostri figli. A un tratto il discorso cadde sulla lettura e sui libri preferiti da ognuno di noi e qualcuno nominò Delitto e castigo. Fu bellissimo vedere i ragazzi avvicinarsi al nonno e prendere parte alla discussione con entusiasmo.
«Vedi nonno» disse la mia figlia più grande, «è tutto merito tuo: sei stato tu a far conoscere Delitto e castigo alla mamma e lei l’ha fatto conoscere a noi!»
Al nonno brillavano gli occhi, la nonna invece faceva una smorfia scettica. Lei, quel mattone, non l’avrebbe mai letto.

Ora che è sola, mamma legge moltissimo, e sono io la sua spacciatrice. A volte le propongo dei libri che penso le possano interessare, ma spesso è lei a chiedermeli in base alle trasmissioni che vede in TV.
«Marisa» mi fa un giorno, «ieri Augias ha parlato di Delitto e castigo. Dev’essere proprio un bel libro! Tu ce l’hai?»
Ho comprato una copia del romanzo in formato economico, dato che la mia storica (BMM, copertina grigia cartonata) era in condizioni di estremo degrado e simulando la massima indifferenza gliel’ho portata.
«Lo sto leggendo!» mi ha annunciato qualche giorno dopo.
«E ti piace?»
«Ah! È una cosa meravigliosa! Com’è che non l’ho letto prima?»

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