I fioretti della santa Marisa

La santa Marisa si trova nel suo studio, immersa nelle sue orazioni intenta a navigare su internet. Improvvisamente avverte un olezzo che non è di violette. Scende al piano di sotto, attraversa l’ingresso, entra in salotto, annusando come un segugio. Infine va nel tinello e, a un metro dalla porta finestra spalancata che immette nel cortile, vede un’immensa chiazza di pipì canina. Con santa pazienza la santa Marisa riempie il secchio d’acqua e di detersivo per pavimenti, si arma di straccio e spazzolone e pulisce il pavimento lodando il Signore: ivi è perfetta letizia.
La santa Marisa entra in salotto, dove il suo amato e immortale cane passa gran parte delle giornate sonnecchiando sul divano. L’odore è forte, inconfondibile, e la santa Marisa, sempre ringraziando il Signore, esamina il pavimento metro per metro alla ricerca di pozzanghere, ma non ne trova. «Sarà questo vecchio cane che puzza di suo, che Dio lo benedica!» Finalmente un effluvio particolarmente acuto proveniente dall’altro divano, quello su cui il cane non sta riposando, quello su cui si siede solitamente lei per guardare la TV la sera dopo cena, la mette sulla retta via: proprio al suo posto la cara bestiola ha lasciato un ricordo. La santa Marisa toglie il copridivano e sfodera il cuscino, mette tutto in lavatrice non dimenticandosi di lodare il Signore. Ivi è perfetta letizia.

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La percezione

Se volete, se proprio ci tenete tanto, se non vi bastano le cose che scrivo su questo blog e avete una fame insaziabile dei miei scritti, potete leggere questo

http://www.poliscritture.it/2018/07/13/la-percezione/

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Nuovi esempi di neolingua bis

Profughi vacanzieri: falsi profughi che vengono in Italia per farsi le vacanze aggratis nei CARA e nei CAS

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Nuovi esempi di neolingua

Volenterosi: governi che si mettono d’accordo per chiudere le frontiere ai migranti
Reato di tortura: intralcio che impedisce agli agenti di polizia di fare il loro lavoro
Porti sicuri: quelli della Libia

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Prima e dopo la cura

Comunque, senza più la siepe che leopardianamente escludeva il guardo da tanta parte dell’ultimo orizzonte, posso godermi la vista del prato spelacchiato del mio vicino, dei materiali da costruzione che usa per ristrutturare la casa, di un cesso rotto deposto sul prato e di un bidone di plastica azzurra proprio a due metri da me.

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Allegoria del rincospermo

Finalmente è venuto il giardiniere e ha tagliato la siepe che il mio vicino aveva assassinato. Sono contenta perché almeno mi sono tolta dalla vista quella parete di foglie secche e rami morti che mi rendeva sgradevole stare sul terrazzo. Erano 25 anni che avevo quella siepe e per 25 anni la sua profumatissima fioritura mi ha rallegrato per i mesi di maggio e giugno. Probabilmente quest’anno il rincospermo non sarebbe bastato a mettermi di buon umore, ma di sicuro vederlo penzolare privo di vita non ha aiutato.
Poi il giardiniere è andato sul davanti della casa e ha dato una bella regolata all’oleandro, i cui bellissimi fiori rosa si permettevano di sporgere sulla parte del mio vicino. Non si sa mai gli fosse saltato in mente di far fuori anche quello.
Ognuno a casa sua, non vi passi per la mente di venire a fiorire sul mio confine! E se qualche ramo reciso dovesse cadere dalla mia parte, venite subito a spazzarlo via, che io non ce lo voglio.
Chissà perché, questa storia mi sembra che abbia un significato allegorico.

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Magliette

Venerdì 6 luglio mi sono chiesta se non dovessi andare a comprarmi una maglietta rossa, visto che non ne possiedo una. Avevo due possibilità: acquistarne una di Libera alla Bottega dell’Acqua cheta o andare a Vicofaro, la parrocchia di Massimo Biancalani, a comprarne una col logo Refugees Welcome. Poi ho pensato che il giorno seguente dovevo andare solo al supermercato e poi da mia madre, due contesti nei quali esibire la maglietta non avrebbe significato molto, e ho lasciato perdere. Mi sono limitata a fare un restyling della mia immagine del profilo su Facebook e ho condiviso la foto di Ibra, uno dei ragazzi di don Massimo, lui sì con indosso, a buon diritto, la maglietta rossa.
Sono favorevole a esibire la propria posizione attraverso una bandiera, un capo di vestiario, una spilla, un adesivo, ho tenuto per anni la bandiera arcobaleno alla finestra finché i colori non sono sbiaditi, ho caldeggiato per un po’ l’idea di creare, con un gruppo di amici, una bandiera pro ius soli e metterla ai nostri balconi, poi l’iniziativa non è andata avanti: magari ora sarebbe il momento di esporre bandiere con su scritto Refugees Welcome. Sono consapevole che si tratta di gesti che non servono a moltissimo, hanno solo un effetto dimostrativo, sono testimonianze. Nonostante la mia bandiera arcobaleno e la mia partecipazione a numerose marce per la pace, le guerre in Afghanistan, in Iraq, in Siria ci sono state lo stesso e noi pacifisti siamo stati irrisi e tacciati di pusillanimità, sciocco idealismo, ipocrita buonismo.
Quello che mi dà fastidio è l’esplodere massiccio di insulti verso coloro che la maglietta rossa l’hanno messa, ci sono andati al lavoro, hanno fatto sit in o flash mob, hanno postato le foto sui social. Gad Lerner è stato coperto di insulti, gli hanno rinfacciato costosi orologi e un’insana passione verso le aragoste. Per non parlare di Laura Boldrini, da sempre bersaglio di feroci contumelie. Ma anche le persone comuni hanno avuto la loro dose. Offese di ogni genere, rabbia, livore nei confronti di persone che desiderano soltanto tener viva una fiammella di umanità. E tutta una serie di consigli non richiesti. Ecco quello che avrebbero dovuto fare al posto di indossare la maglietta: averne già indossata un’altra, di un altro colore, per i terremotati; donare 10 euro; ospitare a casa propria un’intera famiglia di rifugiati, vendere tutti i propri beni e ritirarsi nel deserto…

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Fragili e spaesati

Leggo sul settimanale D, allegato di Repubblica, un toccante articolo di Andrea Mastrolongo, la giovane scrittrice diventata famosa col suo libro La lingua geniale. Andrea parla di suo padre, un uomo sulla settantina, e di tutte le persone più o meno di quell’età. Sono vecchi, fragili, spaesati. Non capiscono il mondo in cui si sono ritrovati a vivere, non usano i social network, non hanno un account di posta elettronica, non sanno cosa vuol dire volo low cost e solo bagaglio a mano.
Vorrei confortare Andrea, che potrebbe tranquillamente essere mia figlia, visto che una figlia della sua età ce l’ho. Ho 63 anni, qualcuno in meno del suo babbo. Mio marito ne ha 66, molti miei amici hanno superato la settantina. Siamo un po’ vecchiotti, ma non siamo né fragili né spaesati. Viviamo nel mondo da molto tempo più di lei e un po’ abbiamo imparato a conoscerlo. Sembra strano, ma la tecnologia non ci ha colti a sorpresa né precipitati in un universo incomprensibile e sconosciuto. Ho un pc dal 1985, ho un account di posta elettronica dal 1997, navigavo in rete ai tempi in cui per farlo bisognava staccare il telefono e connettere il computer alla rete di casa. Quando solo bagaglio a mano voleva dire solo bagaglio a mano, indossavo più capi possibile per far entrare i rimanenti nel trolley. Un mio amico di settantun anni mi ha mandato ieri con wetransfer una serie di foto degli anni Settanta che ha digitalizzato. Mia madre ha 85 anni, naviga in rete, manda messaggi WhatsApp corredati di emoticon e di recente ha preso un aereo low cost con solo bagaglio a mano. Devo continuare?

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Vodka

La donna, alta, magrissima, capelli color stoppa, tiene per mano una bambinetta di forse cinque anni. Appena vede l’amica le va incontro e l’abbraccia con grande enfasi.
«Come stai, cara? Come ti senti? So quello che provi, ci sono passata anch’io! Quando ho perso la mia gattina, l’anno scorso… non ho mai voluto bene a nessuno come a quella micia!»
«Neanche a me, mamma?» dice la bambina.
«No, che dici Lulù! Certo che la mamma ti vuol bene! Ma la Micia… be’, è un’altra cosa, capisci! Era piccina così quando l’ho presa con me.»
«Anche lei è stata nella tua pancia?»
«Ma no, sciocchina! Solo tu sei stata nella mia pancia! Comunque» continua rivolgendosi all’amica «io conosco il rimedio.»
«E sarebbe?»
«Vodka!»
«Vodka?»
«Certo! Non c’è nulla di meglio. Schiarisce le idee, ti fa sentire più leggera, va giù liscia, non è come il whisky per esempio, che poi ti fa sentir male. Io ne tengo sempre due bottiglie in freezer. Ti consiglio di fare altrettanto!»
«Hmmm… ci penserò» dice l’amica.

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Bambini

I bambini d’oggi sono diversi dai bambini che c’erano ai miei tempi. I bambini d’oggi ciucciano il latte della mamma fino a un anno e mezzo, due. «È così piccolo!» dicono le mamme attaccandosi al seno dei colossi di 15 chili.
I bambini d’oggi vengono tenuti sempre in braccio. Culla, lettino, sdraietta, box, tappeto, pavimento, sono parole incomprensibili per le loro mamme e per i loro papà. Le madri si avvolgono intorno al corpo scialli alla moda indiana in modo da poter tenere il bimbo su di sé qualsiasi cosa stiano facendo. A furia di tenere i pargoletti tra le braccia si procurano fastidiose tendiniti e gomiti del tennista.
I bambini d’oggi non piangono. «Questo bambino non deve piangere mai!» ammonisce la neomamma. Sono perplessa su questo punto: un bambino, a mio parere, ha diritto di provare noia, fastidio, dolore, giramento di coglioni e di esprimerlo col pianto. Ma le madri non ne vogliono sapere e reprimono alla radice il pianto dei loro piccoli.
I bambini d’oggi, infine, non parlano. Sono muti come pesci. A un anno dicono mamma, a un anno e mezzo dicono mamma e gatto, a due anni dicono mamma, gatto e pappa. Io mi ricordo di quella volta che Lorenzo, un amichetto di mio figlio Enrico, mi disse con perfetta pronuncia: «Marisa, sta’ attenta perché hai una scarpa sciolta.» Aveva appena compiuto due anni.

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