Sudeste

Sudeste è un romanzo di Haroldo Conti, un autore argentino scomparso nel 1976. Scomparso letteralmente, perché è stato sequestrato e attualmente risulta desaparecido. Sudeste è stato tradotto da Marino Magliani e pubblicato da Exorma, una casa editrice che, io non lo so, ma ogni libro che fa è bellissimo. Almeno, per quanto riguarda quelli che ho letto io. Sono belli anche esteticamente, di formato piccolo, con la copertina bianca sulla quale scorrono parole e frasi, un’illustrazione al centro, tutto qui, e il logo dell’editore pure è bello, scritto così, con due caratteri greci, la epsilon e l’omega, non chiedetemi di riprodurlo qui perché ci ho provato ma non ci riesco.
Comunque, quello che conta è il testo, anche se l’aspetto con cui un libro si presenta è importante. Di che parla Sudeste? È la storia di un uomo, il Boga. Da dove venga, cosa abbia fatto nella sua vita: non si sa. Lo conosciamo che va a pesca sul Rio de La Plata, là dove la foce del fiume è tutta un intrico di rami, di isole e terra ferma, insieme a un vecchio che viene chiamato semplicemente “il vecchio”. Un bel giorno il vecchio decide che per lui è arrivato il tempo di morire, si mette a sedere in veranda e aspetta, ci vuole un po’ di tempo ma in effetti alla fine muore. E il Boga lascia la casa del vecchio e se ne va in giro, a pescare e a navigare su e giù per il fiume e tutte le sue diramazioni, solo: passano mesi, tutta l’estate, arriva l’inverno. Il Boga vive di ciò che pesca, un po’ di pesce se lo mangia, anche se a lungo andare gli viene a noia, un po’ lo vende. Passa le notti in barca, o in qualche baracca che intravede qua e là sulla riva. Un giorno vede uno yacht spiaggiato, mezzo distrutto, ma a lui piace moltissimo. Un giorno incontra un omino, un tipetto che parla poco e sorride sempre, che ha un cane: cane e omino si mettono alle costole del Boga, lui vorrebbe mandarli via, ma non lo fa, perché lui è uno che alla fine le cose le lascia succedere. Così, col passare dei mesi, altre due persone si aggregano alla piccola compagnia: un tale che viene chiamato La Bionda e un altro tale che viene chiamato semplicemente “l’uomo”.
Tutto qui? Be’, c’è una parte finale avventurosa, ma non la dico per non spoilerare. Ma quello che conta in questo libro non è il plot, non sono le avventure: è il fiume, il suo odore, il fango, la sua consistenza, il sole che scalda… e la lingua, poi, che è meravigliosa. Ora, io non conosco l’originale, perciò per la lingua non posso che fidarmi di Marino Magliani, che è uno che ne capisce.

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La coscienza

Ma guarda, chi l’avrebbe detto. Al Viminale si sono accorti che buttare in strada migliaia di profughi, veri o finti che siano, proprio sotto Natale non è un bel vedere. I prefetti sono in allarme, non sanno che farsene di questi tipi male in arnese che a centinaia invadono le vie e le piazze e che dormono all’addiaccio o in ricoveri di fortuna. Insomma, non è perbene! E il decoro dov’è andato a finire? Tra pochi giorni è Natale e anche a chi ha mezzo metro di pelo sulla coscienza dà fastidio vedere gente povera e nera a turbare lo splendore dei centri storici illuminati e delle vetrine piene di cose belle. Ma insomma, da dove sbucano questi qua? Sono arrivati ieri coi barconi? No? Ah, stavano nei centri… ah, è grazie a Salvini che ora stanno in mezzo alla strada… Bravo, eh! Bravo! Ci voleva! Ma poteva lasciarci passare le feste in pace, almeno! In pace con la coscienza.

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Autentiche

Chissà se certe insegnanti elementari, a furia di semplificare le cose per i loro alunni, rimangono per tutta la vita naïf e vedono il mondo con gli occhi di bambine di otto anni, o se, impigrite e non sufficientemente stimolate, si accontentano di conoscenze approssimative e in alcuni casi sbagliate.
«Ah, così questo è l’estuario dell’Ombrone! Tutto dritto fino al mare! E quindi il delta è quello che si ramifica… Pensa che è una vita che lo insegno ai bambini, foce a delta, foce a estuario, ma non avevo mai capito veramente la differenza…»
«Nel 1908 ci fu un terribile terremoto a Messina, che distrusse completamente la città. Fu allora che la Sicilia si staccò dal resto dell’Italia.»
«Nella seconda metà dell’Ottocento la Russia era molto meno sviluppata del resto dell’Europa. C’erano solo i servi della gleba e la cerchia di nobili intimi dello zar. Nient’altro.»
«La prima guerra mondiale mi piace molto di più della seconda, nella seconda c’è stata troppa sofferenza. E poi la prima è molto più facile da spiegare ai bambini, con le trincee, il fango e tutto il resto.»
«La seconda metà dell’Ottocento fu quella in cui nacque l’Europa delle nazioni. In quegli anni crollarono i grandi imperi: l’impero austro-ungarico, l’impero prussiano.»
Tutte le frasi citate sono rigorosamente autentiche e sono state pronunciate da insegnanti di scuola primaria in svariate occasioni.

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Due ex alunni

Che bello incontrare due ex alunni tranquillamente seduti ai tavolini di un bar, proprio accanto alla libreria! E fermarsi a far due chiacchiere con loro, come se non fossero passati quanti? Cinque anni? Sei?
«Ma ti ricordi di quella volta che mi telefonasti per dirmi che avevi la varicella e che non potevi venire a fare la verifica?»
«Avevo una paura, professoressa! Perché eravamo vicini agli scrutini e mi mancava il voto… e temevo che lei non mi credesse!»
«Cosa vuoi, tanto sarebbe stata la prima balla che mi rifilavi!»
«Sono sempre stato sincero con lei, prof.»
«Oh, certo. E tu? Ti ricordi di quella volta, un anno dopo il diploma, che mi scrivesti una mail indignata perché nel nostro programma di letteratura non avevamo messo Baudelaire?»
«Un mio amico che faceva il classico l’aveva studiato e mi ero chiesto…»
«Hai capito? Non ti è mai importato un cazzo di letteratura, non l’hai mai studiata se non per raccattare un misero 6 all’interrogazione, e poi mi vieni a fare rimostranze su Baudelaire!»
«Le ricordo che su Montale ho preso 9.»
«9? E chi te l’ha dato?»
«Lei, professoressa.»
«Bah! Dovevo essere molto malata o ubriaca quella mattina!»
«Lei non ha un buon concetto di noi, prof. Noi le abbiamo sempre voluto bene, ci piaceva un casino letteratura, siamo anche venuti alla presentazione del suo libro in biblioteca.»
«E l’abbiamo pure comprato!»
«Già! Un libro in due! Non sapevo nemmeno a chi fare la dedica!»
«Non avevamo soldi a quei tempi!»
«Eravamo poveri!»
Morti di fame…

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Compiti per le vacanze

Io da insegnante ho sempre dato pochi compiti per le vacanze, fossero di Natale o di Pasqua o estive. I compiti per le vacanze erano semplicemente quelli che avrei dato per la lezione successiva: un capitolo di storia da studiare, un autore da ripassare, a volte, raramente, un testo scritto o una relazione. Per l’estate non davo mai compiti, solo qualche consiglio di lettura. Invece, quando andavo a scuola io, al ginnasio, ricordo che i compiti erano talmente tanti che aprivo il diario, guardavo stupefatta le pagine fitte di consegne e mi dicevo che non ce l’avrei mai fatta a finirli. Quindi sono d’accordo col ministro che dice che le vacanze sono fatte per riposarsi e stare con la famiglia. Quello che non mi va, invece, è che abbia annunciato una circolare apposta “per la diminuzione dei compiti durante le vacanze”. Insomma, non potranno decidere gli insegnanti? Sono ancora buoni a far qualcosa o no? E questa sorta di corollario, che il tempo risparmiato debba essere dedicato a stare con la famiglia… e se uno invece approfitta della mancanza dei compiti per andare a spasso tutto il giorno con gli amici? Per lui più compiti? Lo so, sono sempre la solita bastian contrario…

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A quel che ho capito

A quel che ho capito, che non è molto, la tragedia di Corinaldo non ha avuto una causa unica. Del resto, lo dicono gli storici, e anch’io, nel mio piccolo, lo dicevo ai miei alunni: non credete alla causa unica! Gli eventi non hanno mai una sola causa!
Quello che è accaduto, stando a quanto finora si crede di sapere, è dovuto
1. Alle condizioni del locale: capienza, vie di fuga, ponticello e ringhiera
2. All’affollamento: e qui si brancola ancora nel buio tra “matrici”, “biglietti venduti”, “biglietti esibiti all’ingresso”, “persone entrate senza biglietto”, e chissà se mai se ne potrà venire a capo
3. All’uso dello spray urticante, vuoi come mezzo per creare il caos e rubacchiare senza essere scoperti, vuoi come semplice goliardata da parte di qualche ragazzino senza cervello
4. Alla pessima abitudine, da parte di chi organizza certi eventi, di prevedere la presenza dell’ospite di turno in più locali contemporaneamente, cosa che, come ognuno può capire, genera caos, aspettative, ritardi.

Pare invece che non c’entrino niente
1. La tarda ora
2. La pur deprecabile abitudine di molti adolescenti di ubriacarsi
3. L’eccessivo permissivismo di molti genitori
4. Il pur orribile aspetto e le pessime canzoni del noto Sfera Ebbasta
Perciò, cari e fedeli lettori, non aderite anche voi alla campagna moralizzatrice e colpevolizzatrice che alcuni media stanno tentando. Possiamo discutere sul sessismo di Sfera, sulla volgarità di alcune espressioni presenti nelle sue canzoni, sui suoi discutibili abiti e denti d’acciaio, sul fatto che i ragazzi d’oggi inizino a bere alcolici e a tirar mattina in età ancora puerili, sul fatto che i genitori dovrebbero accompagnarli alla Santa Messa anziché in discoteca, ma non sono questi i motivi per cui cinque adolescenti e una donna di 39 anni sono morti calpestati dalla folla.

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Chiamo il prefetto

Nella camera a due letti dove la zia continua il suo sonno ignaro, al di là del paravento, il solito vecchietto convinto di essere in treno è in attesa di partire per chissà quale destinazione.
«Ma allora! Quando si parte? Signorina! C’è qualcuno che mi possa rispondere? Sono ore che aspetto!»
La sua voce è acuta, leggermente querula, ma i suoi modi sono garbati. Gli infermieri lo conoscono e gli rispondono distrattamente:
«C’è stato un leggero ritardo, ma a minuti sarà annunciata la partenza!»
«Abbia pazienza, ci sono dei lavori sulla linea!»
«Il macchinista è sceso un attimo a prendersi un caffè…»
L’uomo è frastornato: non capisce quale sia la vera causa del ritardo e minaccia di denunciare le ferrovie per sequestro di persona.
«Ma insomma, è una cosa inconcepibile! Dove sono i miei pantaloni? E il mio cappotto?»
«Cosa se ne fa del cappotto, signor Paolo?»
«Vuole che parta senza cappotto? Vuole che vada in giro per il mondo in pigiama?»
«Il pigiama è così caldo e comodo… e poi, dove deve andare, Paolo?»
«Basta! Io vi denuncio! Vado alla polizia! Chiamo il prefetto! Signor prefetto?»

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Aboubakar

soumahoro

Aboubakar Soumahoro è un giovane sindacalista di origini ivoriane, che vive e lavora in Italia da molti anni. Si batte per i diritti dei braccianti e dei lavoratori agricoli in generale, perlopiù immigrati, ma anche italiani, vittime di un durissimo sfruttamento da parte dei proprietari terrieri e di mille soprusi da parte dei “caporali” che li ingaggiano, li trasportano sul luogo di lavoro e li riportano a casa la sera, ovvero in misere baraccopoli indegne di ospitare esseri umani. La storia è risaputa, ma vale la pena ripeterla ancora una volta: nei campi dell’Italia meridionale, coltivati a pomodori o zucchine o a qualunque altro ortaggio vi venga in mente, così come in quelli del centro e del nord Italia, lavorano per pochi euro al giorno tutti gli invisibili di cui vogliamo ignorare l’esistenza, immigrati irregolari o migranti stagionali, italiani, rumeni, nigeriani, senegalesi… dietro allo sfruttamento di queste persone vi sono organizzazioni criminali, grandi e piccoli proprietari di terre, capetti italiani ma anche stranieri, dell’etnia corrispondente a quella di coloro che gestiscono. Dietro il loro lavoro ci sono baracche indecenti, mancanza d’acqua, cibo fornito sottraendo qualche euro ai già pochi della paga. I caporali gestiscono tutto e tutto fanno pagare, sicché al lavoratore che ha raccolto pomodori tutto il giorno con la schiena piegata in due rimangono a malapena pochi spiccioli, dopo che la sua paga è stata decurtata di affitto della baracca, costo del viaggio da e verso il campo, cibo, acqua, ricarica del cellulare.
L’altra sera Soumahoro è venuto a Vicofaro e ci ha raccontato tutto questo, parlandoci allo stesso tempo delle lotte che il sindacato USB, cui appartiene, ha condotto e sta conducendo per strappare migliori condizioni di vita e di lavoro ai braccianti. Eravamo moltissimi ad ascoltarlo e a dialogare con lui. Per quanto mi riguarda, molte cose le sapevo già, avendo avuto l’occasione di ascoltare, qualche mese fa, Yvan Sagnet, anche lui sindacalista attivo nel foggiano, e di leggere il suo libro Ghetto Italia, che consiglio a tutti coloro che vogliono farsi un’idea su quello che succede nelle nostre campagne, dove si coltivano e si raccolgono quei prodotti della cui italianità ci vantiamo e che al supermercato troviamo, senza mai chiederci come sia possibile, a prezzi vantaggiosi. Vantaggiosi per noi, chiaramente.
Quello che mi ha colpito è stato l’ottimismo di questo giovane, la sua fiducia, l’appello che ci ha rivolto a essere “normali”: questa situazione di miseria e sfruttamento, questo mondo, questo momento che vive l’Italia, con leggi sempre più razziste e discriminatorie, non sono normali. Dobbiamo riprenderci la vita, il nostro progetto di società, combattere piccole ma significative battaglie per far trionfare “la normalità” al posto della discriminazione, del razzismo, dello sfruttamento. Cambiare le nostre vite, tornare a essere accoglienti, aperti, a batterci per la giustizia, a opporci alle regole ingiuste. Un insegnamento molto semplice, quello di Aboubakar, apparentemente. Semplice ma potente. Secondo lui si può fare.
Ieri Aboubakar Soumahoro è stato insignito del premio Antonino Caponnetto nel Palazzo comunale di Pistoia.
P.S.: nella foto che ho postato, Aboubakar è al centro, mentre alla sua destra c’è Ibra, uno dei più simpatici e brillanti tra i ragazzi che vivono a Vicofaro. Alla sinistra, bianco come un latticino, Libero, un volontario che mi è particolarmente caro perché è stato mio alunno più o meno vent’anni fa… Eh, sì: buon sangue non mente!

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Per consolarmi

Dopo aver fatto del mio meglio per leggere un romanzo che mi è stato proposto addirittura in bozze, dopo aver esercitato tutta la mia pazienza, tutte le mie risorse di lettrice superallenata, dopo aver soprasseduto al fatto che la storia si snocciolasse praticamente come un lunghissimo riassunto di se stessa, cioè fosse al cento per cento un insopportabile “spiegone”, dopo aver ingoiato tutta una serie di metafore e espressioni variamente figurate piuttosto pesanti, mi sono dovuta arrendere di fronte all’immagine di piccoli naufraghi “con la testa penzolante, come quando le chiavi fuoriescono dai pantaloni”.
Per consolarmi ho preso Punizione di Elizabeth George, un malloppo di oltre seicento pagine, con il sergente investigativo Barbara Havers, grassa, goffa e insubordinata, e il meraviglioso ispettore Lynley alle prese con un nuovo, insolubile delitto. Ah! che goduria…

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Nella setta

nella setta

Poliscritture pubblica un mio articolo su Nella setta, il libro inchiesta di Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni. Se non l’avete letto, ve lo consiglio, e se siete di Pistoia, sappiate che a Les Bouquinistes ne abbiamo ancora diverse copie.

http://www.poliscritture.it/2018/12/05/nella-setta/#more-7263

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