Bella ciao

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Avanti col lavoro

Dicono che Luca Morisi, lo spin doctor di Salvini, si stia mettendo avanti col lavoro. Ora è in dubbio sul tweet da postare per il prossimo Natale. Salvini che punta il coltello alla gola della Beata Vergine o Gesù Bambino con una bomba ananas in ciascuna mano?

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Auguri

Ricevi centinaia di auguri su Facebook, decine su Messenger in forma privata. E non parlo ovviamente di quelli che ricevi per telefono, per WhatsApp e di persona. A qualcuno rispondi, ma non riesci nemmeno a vederli tutti e certo non puoi rispondere a tutti, a meno che tu non decida di passare il giorno del tuo compleanno a ringraziare gli amici auguranti. Perciò, il giorno seguente, decidi di fare un post per ringraziare tutti coloro che non sei riuscita a contattare personalmente. Immediatamente iniziano a fioccare pollici alzati, cuoricini e faccine sorridenti, fiori e bottiglie di champagne e gli inevitabili “auguri in ritardo”. Capisci che devi preparare un secondo post per ringraziare tutti coloro che hanno risposto al primo. Nella speranza che a quest’ultimo messaggio nessuno risponda…

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Giardinaggio

Dopo un anno, è venuto il giardiniere. Ha lavorato sodo per due giorni. Ha ridimensionato di molto la foresta che era cresciuta al bordo del cancello e potato ben bene quell’albero enorme che tra un po’ mi entrava in casa. Sul retro, dove nella giungla si aggiravano le tigri del Bengala, ha dato una bella lezione all’edera rivelando il casottino degli attrezzi, ormai dimenticato, che nascondeva sotto il fitto fogliame. Ha risollevato le sorti di una rosa di un bellissimo colore giallo-arancio che giaceva al suolo e che, fissata a un sostegno, rivela tutta la sua spampanata bellezza. Ha tolto le erbacce che spuntavano dappertutto tra le crepe della pavimentazione. Ha portato via alcune tonnellate di rami e foglie. Ai balconi sono spuntati dei gerani.
Buona Pasqua a tutti.

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Granitiche certezze

Ho un nuovo amico su Facebook. Un concittadino che mi ha chiesto l’amicizia e al quale, dopo un rapido controllo al suo profilo, l’ho accordata. Immediatamente mi arriva un suo messaggio privato.
«Grazie per l’amicizia, noi ci conosciamo già! Siamo stati colleghi alla scuola media di Bottegone, dove tu insegnavi matematica, e poi sei stata mia preside all’Istituto Pacini!»
«Sono spiacente: non ho mai insegnato matematica, non ho mai prestato servizio alla scuola media di Bottegone e non sono mai stata preside.»
«Eppure ricordo bene…»
Incredibile come a certe granitiche certezze siano spesso abbinati errori macroscopici.

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Magnifica idea

Quindi, ci saranno le zone rosse. Quartieri centrali delle città dove non potranno entrare quei rompipalle dei mendicanti, zingari, neri, asiatici, ultras… ah, no. Mi dicono dalla regia che gli ultras sì, perché poi sono simpatici e fanno tanto colore locale. Ricapitolando, allora: niente più neri, froci, rom e senzatetto. Che magnifica idea!

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Segnalibri

«Buongiorno, ha per caso un segnalibro di Paolo Longhi?»
Segnalibri, ne abbiamo per tutti i gusti, abbiamo segnalibri di tutti gli autori che sono stati presentati nei secoli a Les Bouquinistes, e sono tutti bellissimi, grazie allo straordinario talento del grafico Tirez sur le graphiste, ma questo Paolo Longhi… hmmm…
«Paolo Longhi?»
«Sì, quello scrittore… poeta… Paolo Longhi!»
«È stato qui in libreria?»
«Sì, non più di un mese fa… Paolo…»
«Ah, ma lei parla di Paolo Albani!»
«Certo, sì, Paolo Albani! Scusi, mi stavo confondendo… e quindi, ce l’ha un segnalibro?»
«Dovrei averlo, sicuro, aspetti, si tratta di trovarlo in mezzo a tutti questi fogli» e accenno alla scrivania ingombra. Prendo un mucchietto di cartoncini e inizio a scorrerli:
«Eccolo!» fa l’uomo, «È questo, lo riconosco dalla barba bianca.»
«No, no, questo è Alessandro Gentili, che è stato qui la settimana scorsa. Il segnalibro di Albani è marroncino…»
«Questo, allora!»
«No, questo è Giuseppe Grattacaso… ha un po’ di barba anche lui, ma sale e pepe. Eppure… oh! Eccolo!»
Gli do due segnalibri e una cartolina, tutti con l’effigie di Palo Albani, e l’uomo se ne va contento.

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Notre Dame

notre dame

Quanto è grande la nostra capacità di commuoverci, di soffrire autenticamente per eventi che non ci colpiscono direttamente? Cosa ci provoca veramente angoscia, cosa non riusciamo a toglierci dalla mente e cosa invece, nonostante tutto, ci scivola addosso come l’ennesima tragedia di fronte alla quale ci sentiamo del tutto impotenti? Di fronte a tanta commozione espressa spontaneamente ieri sera sui social di fronte alle terribili immagini di Notre Dame in fiamme, non è mancato chi ha redarguito severamente i dolenti: terremoti, guerre, naufragi sono in corso e voi piangete per una chiesa?
Non penso che sia così. Certo, la vita umana è il bene più prezioso, certo guerre e calamità sono atroci. Ma anch’io confesso di non riuscire a provare, a volte, molto più che un generico dispiacere di fronte all’ennesimo reportage. Ci sono stati alcuni eventi, prendendo ad esempio solo l’ultimo anno, che mi hanno causato il classico nodo allo stomaco. Le immagini delle carceri libiche e le testimonianze dei tanti torturati, delle tante donne violentate. Le vicende delle navi tenute per giorni in mare col loro carico umano grazie alla “politica dei porti chiusi”. Gli sgomberi feroci, la povera gente buttata in strada. Ma mi rendo conto che questi non sono i soli episodi tragici avvenuti nel mondo, anzi, ne rappresentano solo una piccolissima porzione.
D’altra parte, come si fa a soffrire per tutto il dolore, tutta la povertà, le distruzioni, le guerre, le violenze? Dopo un po’ diventano numeri, immagini che scorrono su uno schermo. Il nostro cuore, la nostra mente si difendono così.
Ma lasciate che una morsa mi attanagli il cuore per Notre Dame che brucia. Non è “solo una chiesa”. Non è “allora i bambini che muoiono di fame, allora le vittime del terremoto”. È Notre Dame. Lasciatemela piangere.

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Damanhur

Se cerchiamo Damanhur su Wikipedia possiamo leggere che si tratta di una autodefinita Federazione, i cui membri sono chiamati cittadini, situata nel paese di Valdracco, in Piemonte, poco distante da Torino. Federazione? Cittadini? Ma Valdracco è in Italia o fa parte di un altro Stato? Se poi ci informiamo meglio, per esempio sul testo Nella setta di Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni, possiamo apprendere che Damanhur non è altro che una delle molte sette che pullulano in Italia. Damanhur è una specie di repubblica a sé, un idilliaco paesino di montagna dove si praticano l’agricoltura e l’artigianato e ha luogo un notevole flusso turistico: hanno una propria Costituzione, una propria moneta, proprie regole e hanno persino inventato il matrimonio a tempo. Ogni membro di Damanhur cambia il proprio nome assumendone uno che contenga in sé un elemento animale e uno botanico: Falco Tarassaco, il fondatore, ne è un esempio. Non è difficile essere affascinati da una setta, da quello che ti propone al primo impatto: vita comunitaria, un pizzico di filosofia orientaleggiante, esperienze ricche di pathos e quel famoso love bombing, la bomba d’amore, che accoglie coloro che si avvicinano a questo genere di movimenti e li fa sentire amati e apprezzati. Solo in seguito emergono gli aspetti negativi del vivere in una setta: sfruttamento economico e del lavoro, molestie, abusi, violenza. Uscire da una setta è molto più difficile che entrarci perché scatta una serie di ricatti affettivi, psicologici ma anche banalmente materiali. Ma c’è chi riesce a tirarsene fuori e racconta cose raccapriccianti.
Per questo sono saltata sulla sedia quando ho letto che la sezione soci Coop di Pistoia aveva organizzato una conferenza dal titolo Il mondo delle piante, la cui relatrice sarebbe stata «Tigrilla Gardenia, ingegnere del suono, ricercatrice e cittadina della Federazione di Damanhur.» Cioè, fatemi capire, la Coop invita a tenere una conferenza un’esponente di una nota setta? Insieme a una mia amica sono andata a parlare con la presidente della sezione soci di Pistoia, Paola Birindelli, la quale è cascata dalle nuvole, dichiarando di ignorare l’esistenza di Damanhur e garantendo che nel corso dell’incontro si sarebbe parlato solo di piante. Non è questo tuttavia il punto: è noto infatti che le sette usano presentarsi al pubblico sotto un aspetto accattivante, tramite conferenze, mostre e altri eventi culturali, e che col pretesto di informare su ulteriori attività riescono a ottenere indirizzi e contatti degli ignari partecipanti.
«La Coop non darà nessun indirizzo di soci a nessuno!» ha risposto indignata la presidente e nonostante abbiamo insistito nell’esprimere perplessità non ha desistito: l’incontro si sarebbe tenuto e sarebbe stato interessantissimo. A noi è rimasto un retrogusto amaro nel constatare che la Coop non aveva problemi né ripensamenti nel farsi carico di un’iniziativa tanto discutibile.
Concludo citando il noto slogan: la Coop sei tu, chi può darti di più?

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Quello che non vorrei

Devo sbrigare alcune commissioni in centro e lascio la macchina al parcheggio della Misericordia. È un po’ caro, ma almeno sono sicura di trovare posto e di poter sforare il limite, altrimenti tassativo, delle due ore. Finiti i miei giri, carica di pacchetti, mi avvio alla cassa automatica, infilo il mio ticket nell’apposita fessura, pago il dovuto, ritiro il biglietto e mi avvio verso l’auto. Ma, non so come, nel breve tragitto il ticket sparisce. Lo cerco in tasca, in borsa, nel portafogli; controllo le borsine dei negozi, arrivo a sfogliare alcuni libri che erano in macchina e dentro i quali, pertanto, il ticket non può esserci. Perlustro l’area del parcheggio, i cassetti dell’auto, ritorno alla cassa casomai l’avessi lasciato lì. Niente, il biglietto che attesta il mio pagamento non si trova. E senza biglietto la sbarra che controlla l’uscita non si alzerà. Alla fine, mentre già scendono le ombre della sera e il mio cellulare mi avvisa che sta per scaricarsi completamente, allo scopo di evitare di passare la notte in macchina, mi decido a pigiare il bottone del citofono che mi permette di parlare con qualche nascosto essere umano.
«Non si preoccupi, signora, le faccio il ticket perso.»
Non faccio in tempo a sentirmi rassicurata che la cassa automatica mi avverte che per ottenere l’agognato biglietto devo sborsare ben 20 euro.
«Come 20 euro» dico all’invisibile interlocutore «se la tariffa massima giornaliera è 10!»
«Infatti per emettere il ticket perso consideriamo due giorni! Non posso farci niente, è il regolamento!»
Così sgancio i 20 e ottengo il mio ticket. Quello che non vorrei, a questo punto, sarebbe ritrovare, in qualche tasca dimenticata, il biglietto pagato e perduto…

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