Celluline grigie

Mi sveglio di soprassalto con un pensiero che mi assilla: ho pagato la parrucchiera? Cerco di ricostruire la sequenza dei fatti. Dunque, sono andata a farmi i capelli. Colore, taglio, messa in piega. Ho preso anche uno sciampo rinforzante e delle fialette, necessarie per i miei capelli sottili e tendenti ad abbandonare la loro sede naturale, il mio cuoio capelluto. Mi sono tolta di dosso la vestaglina nera, ho messo il giubbotto, ho preso il sacchetto con i prodotti… e ho pagato? Bancomat? Contanti? Non mi ricordo. Vuoto totale. Non ricordo di aver estratto la tessera, di averla inserita nella macchinetta, di aver digitato il mio PIN. Avrò pagato in contanti… più difficile da verificare… e la ricevuta? Mi sa che non me l’ha data… Domattina devo andare per prima cosa al salone di Tatiana e chiederle… cosa posso chiederle?
«Scusa, Tatiana, non mi ricordo se ieri ti ho pagato!»
Ridicolo! E lei che mi risponderà?
«No, in effetti non ha sganciato un euro, cara la mia taccagna!»
O invece farà buon viso e mi dirà:
«Ma certo che ha pagato! S’immagini!»
Io però non ci crederei, e insisterei…
E se avessi realmente pagato?
Insomma, nonostante questi tremendi dubbi va a finire che mi riaddormento. Stamattina, appena alzata, cerco il sacchetto in cui Tatiana ha messo i suoi prodotti. Eccolo lì, sulla mensola, in bagno. Frugo nel sacchetto e trovo la ricevuta del bancomat e quella rilasciatami dalla parrucchiera. Tutto bene, dunque… tranne che per le mie celluline grigie.

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Nel DNA

Ecco, lo sapevo. Lo sapevo che sarebbe successo, prima o poi. Quando sono andata in pensione ho detto a me stessa: tutto, fuorché insegnare. Ho insegnato tutta la vita. Ho già dato. Ora basta, grazie.
Ma si vede che il sangue non è acqua, e che ognuno il suo destino ce l’ha davvero scritto. Ho resistito un anno: un anno sabbatico, lontano da ogni tipo di scuola, libri e quaderni, alunni. Ora sono pronta: inizia il mio volontariato come insegnante di italiano ai profughi ospiti del mio amico Massimo. Ce l’avevo ne DNA, ce l’avevo.

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Amorosi

Cammino verso il centro cittadino, col mio solito passo elastico e giovanile. Ben presto raggiungo una coppia di anziani, un uomo e una donna dai capelli bianchi che passeggiano lentamente dandosi la mano. Che cari!
Rallento il passo per stargli dietro e intanto cerco l’occasione per superarli. Non è facile, perché i due attempati fidanzatini occupano tutto il marciapiede, avvicinandosi e allontanandosi quanto glielo permettono le braccia e le mani saldamente intrecciate. Fa piacere vedere due persone di una certa età che camminano mano nella mano come ragazzini. Che tenerezza!
Studio ogni slargo, ogni possibile spazio in cui infilarmi per lasciare i due innamorati al loro destino e proseguire per la mia strada, ma non è facile, perché il marciapiede non è largo, da una parte ci sono le case, dall’altra una fila di auto parcheggiate. Ecco, intravedo la possibilità di superare a destra, dove si apre un vicolo, ma i due si spostano impercettibilmente e mi bloccano il passaggio. Scendo dal marciapiede e tento di sorpassarli a sinistra, tra un’auto e l’altra, ma quei piccioncini devono avere un sesto senso e iniziano a pendere verso la mia posizione, fino a parare lo spiraglio in cui pensavo di incunearmi. Che amorosi!

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Alternanza

Migliaia di studenti in tutta Italia manifestano contro l’alternanza scuola-lavoro. Parlano di tempo perso, di sfruttamento, di tirocinio non pagato, di rischio infortuni e di molestie. Affermano di fare esperienze inutili perdendo preziose ore di studio o meritati giorni di vacanza, dicono di rimetterci di tasca per spostamenti e pasti. Ma va’? Chi se lo sarebbe mai immaginato?
Quello che è bello comunque è leggere certi commenti in coda agli articoli online.
«Cosa credevate di fare, di andare a divertirvi?»
«Bene, così imparano subito che cos’è la vita!»
«Non vi aspettavate mica di essere pagati? Fannulloni!»

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La redazione

Da qualche tempo una non meglio precisata La redazione, cui non corrisponde nessun blog o soggetto, nessuna identità che conosca o possa conoscere, tenta di commentare i miei post con battute sarcastiche più o meno taglienti.
Carissima Redazione, non è per non accoglierti nel mio blog che cestino i tuoi commenti, anzi, è proprio per questo. Io non so chi tu sei né per che modo venuto sei quaggiù…
A parte gli scherzi e le dotte citazioni: non so chi tu sia, né perché ti stia prendendo la briga di leggere i miei post e di commentarli: non mi fa impressione il sarcasmo né il dissenso, ma non mi interessa trasformare il blog in un’arena di battute acide e scontri verbali. Il blog è mio e lo modero io. Accolgo chi voglio e soprattutto non mi piace chi si nasconde dietro un totale anonimato. Ti consiglio di impiegare in modo più fruttuoso il tuo tempo libero.
Con affetto, Marisa

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Le nonne

Gran parte della mia vita sociale consiste ormai, come i miei lettori avranno avuto modo di notare, in casuali incontri per la strada. Come questa signora dal viso paffuto e sorridente e una corona di capelli ricci, che all’aspetto mi ricorda la Bita, una vecchia amica di mia madre. Ma no, che dico! La Bita avrà quasi novant’anni, e questa donna che mi viene incontro festante è più giovane. Non abbastanza giovane per essere una delle figlie di Bita… no. Frugo nella memoria ma sono due parole che la donna mi rivolge a proposito della mia figlia più grande che mi schiariscono in un attimo le idee: ma certo, è ***, mia ex collega e insegnante di mia figlia Benedetta.
«E dimmi, dimmi: stai scrivendo?»
«Oh… be’, sì, certo!»
«No, perché io mi tengo aggiornata! Ho letto il libro, e anche tutte le recensioni! E lo dico sempre ai miei nipotini: questo libro l’ha scritto una mia amica!»
E poi dicono che le nonne non servono a niente.

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Faccia d’angelo

Caro Tommaso*,
stamattina ti ho incontrato. Era tanto che non ti vedevo! Almeno 5 o 6 anni, e quanto ne avrai, ora? 24? Ma ti ho riconosciuto subito, alto, bello, elegante, più bello di allora, e dire che già a quei tempi ti avevo soprannominato Faccia d’angelo. Te ne ricordi? Sono sicura di sì. Anche tu mi hai riconosciuto al volo, e ti sei fermato a parlare con me, così garbato, così sorridente. E mentre chiacchieravamo amabilmente, io non riuscivo a togliermelo dalla mente.
Cosa? Ma di quella volta… quella volta che ebbi la pessima idea di proporre alla tua classe un testo argomentativo sul tema: Gli italiani sono diventati razzisti? Ci avevo messo tutto il mio impegno, a preparare il materiale per quel testo. Avevo stralciato e usato come documentazione parti di articoli e di interviste a uomini politici, sociologi e psicologi, nonché opinioni espresse da comuni cittadini, che già in rete si sbizzarrivano assai, anche se non quanto oggi. Avevo aggiunto qualche immagine, scritte murali, cartelli, la foto di una saracinesca abbassata sulla quale qualcuno con lo spray aveva scritto oscenità contro i neri. Be’, era qualche annetto fa, ma il mondo non è cambiato, vero?
Mi ricordo ancora la sensazione che provai quando mi misi a correggere i vostri compiti. L’argomento era delicato e io sapevo bene che l’insegnante di lettere non deve approfittare del suo ruolo per censurare il pensiero degli allievi. Ma mi fu subito chiaro che la maggioranza di voi era andata completamente fuori tema: anziché svolgere un saggio sul presunto razzismo degli italiani, vi eravate dilungati sui difetti degli stranieri. Ero ancora abbastanza ingenua, allora, e le frasi scritte da molti dei tuoi compagni mi ferirono. Ci vidi un’aggressività che non mi aspettavo e che non mi sembrò giustificata: eravate ragazzi belli, sani, spensierati, nessuno di voi, che io sapessi, versava in cattive acque, i vostri genitori erano piccoli imprenditori, commercianti, geometri… E quindi perché prendersela tanto con persone chiaramente meno fortunate? Si vede che nonostante l’età già abbastanza avanzata non avevo ancora capito in che direzione andava il mondo…
Quando lessi il tuo compito, scritto con la tua grafia ordinata, lo confesso: mi misi a piangere. Immaginavo il tuo bel visino contratto nell’indignazione e la tua voce, solitamente pacata, alzarsi di tono fino ad assumere sfumature isteriche. «Vengono a vivere nelle nostre città, si accampano nelle nostre piazze, pisciano contro i muri delle nostre case!»
Così avevi scritto: avevi 16 anni, una vita serena, una famiglia che ti voleva bene. Nessuno attentava alla tua tranquillità e dubito che qualcuno, italiano o straniero, pisciasse contro il muro di casa tua. A proposito, sai che puzza di piscio c’era, nei vicoletti dietro Piazza del Duomo e la Sala, quando ero ragazza io, negli anni ’70, e di stranieri a Pistoia non se ne vedeva l’ombra?
Chissà se ti ricordi di aver scritto quelle parole, e chissà se ne sei ancora orgoglioso o se te ne vergogni un po’. Nel giro di pochi anni il clima si è inasprito e forse, se mi trovassi oggi a leggere il tuo tema, mi limiterei a scrollare le spalle. Chissà se, fermandoti a parlare con me stamattina, così gentile e sorridente come sempre, ti è passata per la mente quella vecchia storia. A me sì, Faccia d’angelo.
*: nome di fantasia

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Indicazioni stradali

Sto percorrendo il cavalcavia noto a Pistoia come Ponte dell’Arca, diretta verso casa, quando un’auto accosta al mio fianco e un uomo si sporge per chiedermi indicazioni stradali. Disgraziato! Non lo sa che sono in assoluto la persona meno indicata su tutta la popolazione cittadina, e anche del contado?
Il posto dove deve andare lo so, ed è anche vicino, «ma non ci può arrivare di qui, al primo incroci deve girare a sinistra» gli dico, agitando vistosamente la mano destra, un classico.
«A sinistra o a destra?»
«A destra, a destra! Poi però subito dopo deve prendere ancora a destra… no, aspetti, non la prima a destra, deve seguire la strada, insomma…»
«C’è una rotonda?»
«Sì, una specie di rotonda, ma non è una vera rotonda, poi deve prendere verso di là… vede quelle macchine… è lì che deve andare, però nella direzione contraria…»
«Non a sinistra, allora?»
«No, no, assolutamente… poi però è meglio che chieda a qualcun altro.»
L’uomo mi ringrazia e parte. Rimango un attimo ferma, perplessa, poi riprendo la mia strada: per miracolo, le parole giuste che avrei dovuto usare mi si compongono nella mente, ma ormai l’automobilista è andato e non c’è modo di rettificare. Proseguo verso casa e intanto immagino il poveretto, smarrito tra le mie confuse indicazioni, i sensi unici e le rotonde, costretto a girare senza meta per un tempo incalcolabile…

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Portapillole

C’è fila, alla farmacia. Siamo in diversi, incolonnati al di là della striscia che segna la distanza di cortesia da chi è servito in questo momento. Davanti a me una giovane donna, piuttosto irrequieta, balletta sul posto, scuote i capelli biondi mandandomeli sul viso, agita avanti e indietro la borsa che tiene a tracolla e che cerco di schivare: sembra pesante…
Dietro di me, un uomo sbuffa e sospira. Il suo fiato esasperato mi arriva dritto sul collo.
Finalmente è il mio turno. La ragazza che mi serve è giovane, dev’essere nuova, perché non l’ho mai vista prima d’oggi.
«Vorrei una scatolina portapillole.»
Mi guarda con gli occhi sgranati, apre un cassettino, fruga. Ne tira fuori una fragile pallina di plastica arancione che sembra una di quelle biglie con le figurine dei ciclisti che un tempo i bambini usavano, al mare, sulle piste di sabbia. Dentro c’è qualcosa, come due piccoli tamponi.
«Sono inclusi anche due tappi!» mi dice, entusiasta, la giovane commessa.
«Non mi servono tappi per le orecchie. Vorrei un portapillole. Sa, di quelli che le persone anziane portano in giro quando sono fuori casa e devono prendere delle medicine…»
La ragazza si illumina: ha capito. Magari ha un nonno che a tavola tira fuori la sua scatolina e ne estrae qualche pasticca che assume con un bicchier d’acqua. Infatti mi porge un piccolo contenitore rettangolare con su scritto: Portapillole a tre scomparti. Non era difficile, in fondo.

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Vecchiette

Dopo aver accompagnato mia madre a ritirare gli occhiali nuovi, dopo averla riportata a casa, dopo essere tornata sui miei passi, essendomi accorta che i suoi occhiali nuovi erano rimasti sul sedile posteriore della mia auto, mi fermo al supermercato. Prendo poche cose e vado alla cassa. Davanti a me una signora antichissima, che lentissimamente estrae dal suo carrello una serie di prodotti, li posa sul nastro, li infila in due sportine che si è portata da casa, apre la borsa, estrae il portafogli e finalmente paga. Mi fa tenerezza perché mi ricorda mia madre, che cammina lemme lemme reggendosi al mio braccio. Care, queste vecchiette! Lente, smemorate… un tantino esasperanti…
Pagata la mia spesa, esco dal supermercato e mi avvio verso casa. Vado volentieri a far la spesa a piedi, il supermercato è a cento metri da casa mia. In un batter d’occhio sono arrivata: non vedo la mia macchina parcheggiata lungo la strada: chissà dove l’avrò messa?
Ma certo! È nel parcheggio del supermercato! Torno sui miei passi e mi sembra di sentire i commenti di chi mi ha visto imboccare sicura la via di casa: Cara, questa vecchietta! Così smemorata…

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