Vado in vacanza

Va bene, per un po’ smetto di ammorbarvi: vado qualche giorno in vacanza.
«In vacanza? Con tutti gli italiani che muoiono di fame lei va in vacanza?»
«Hotel di superlusso, immagino, o yacht…»
«Vacci un po’ sul barcone, in vacanza!»
«Radical chic!»
«Terzomondista di merda!»

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Acqua calda

Ora tutti questi che scoprono l’acqua calda. Ci sono voluti due gravissimi incidenti, con tanto di morti di colore scuro e tonnellate di pomodori sparsi sull’asfalto e non senti altro che discorsi pieni di saggezza.
«Caporalato. Noi, complici inconsapevoli.» (Carlo Petrini)
«Basta ghetti e schiavi da Bulgaria e Romania.» (Matteo Salvini)
«Dietro queste tragedie c’è sfruttamento.» (Giuseppe Conte)
«Il caporalato va estirpato.» (Luigi Di Maio)
Presto presto ci saranno delle inchieste, perché finora mica lo sapevamo, che succedevano certe cose! Ma d’ora in poi, vedrete!

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Vi volete far del male

Ora, se volete leggere questo, vuol dire che vi volete proprio far del male, perché tratta di argomenti che ho già affrontato in post precedenti (anche con qualche copia-incolla) e per di più ha un tono decisamente acido…

http://www.poliscritture.it/2018/08/06/citta-dellaccoglienza/

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Buon vicinato

Certo che senza quella siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo escludeva, se ne possono vedere di cose. Oltre al cortile del mio vicino (un quadrato di erbacce alte un metro con nel mezzo un vecchio wc abbandonato) riesco a vedere il giardinetto curatissimo del vicino del mio vicino. Ci abita una coppia che definirei di anziani, se non fosse che probabilmente hanno solo qualche anno in più di me e di mio marito. Ospitano spesso la figlia sposata e un simpatico nipotino. Mentre io, caldo permettendo, ozio sulla mia sdraio, loro si danno da fare instancabili. Hanno gatti, tartarughe e piante da curare. E, forse dispiaciuta per la perdita del mio amato rincospermo, un giorno la signora mi chiama e mi offre in dono due vasi contenenti due piccole piante grasse.
«Ero qui a travasare, sono piante che si riproducono in una maniera straordinaria, e mi son detta, perché non regalare due ributtini alla signora Marisa!»
«Oh, grazie! Grazie, molto gentile! E come si curano?»
«Oh, niente! Queste vengon su da sé che è un piacere! Non hanno bisogno di nulla!»
Osservo le due piantine che nei giorni seguenti iniziano a dar prova di malessere: le foglie si scuriscono, si piegano, si accartocciano. Cos’avrò sbagliato? Dopo qualche giorno la vicina mi chiama.
«Marisa! Come le stanno andando quelle due piantine?»
«Ecco… non so…»
«No, glielo dico perché anche le mie… devo aver sbagliato qualcosa quando le ho travasate!»
Mi sento sollevata: se anche le piante della signora stanno poco bene, vuol dire che la colpa non è mia.
«Aspetti!» mi intima la vicina e dopo pochi minuti bussa alla mia porta con un vaso più grande, contenente una pianta dello stesso tipo ma già abbastanza cresciuta. «No, perché mi dispiace. Io se faccio una cosa la devo far bene. Ecco, con questa non ci saranno problemi.»
Mi profondo in nuovi ringraziamenti e colloco la nuova pianta al posto delle precedenti, che destino al contenitore dell’umido.
Ma ora, come farò a dire alla mia amabile amica che anche la nuova pianta sta morendo?

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Più di 50 anni

La sera del 2 agosto, verso le 22.30, un giovane gambiano, ospite del CAS di Vicofaro (Pistoia), stava facendo jogging nei pressi della parrocchia. Alcuni giovani italiani lo hanno insultato e hanno sparato verso di lui dei colpi di pistola, senza peraltro colpirlo. Il giovane ha trovato un bossolo che è stato identificato come proveniente da una scacciacani. Il parroco, Massimo Biancalani, da un anno bersaglio di attacchi per la sua azione di ospitalità verso i migranti, ha denunciato il fatto e attualmente sono in corso indagini.
Mentre episodi di questo genere si verificano ormai sempre più spesso, sui social si sprecano commenti sarcastici, parole offensive e una preoccupante forma di negazione. Giulio, un mio giovane amico, ha scritto un breve post nel quale con parole sobrie denunciava quanto avvenuto. Immediatamente sono arrivate le risposte: come faceva a sapere, quel ragazzo, che i fatti erano realmente accaduti? Spari? Chi li aveva sentiti? Forse quel rimbambito del factotum parrocchiale, o il furbo pretaccio sempre in cerca di notorietà? Il giovane oggetto dell’aggressione non c’entra, non ha voce in capitolo, è un nero, e i neri, si sa, sono bugiardi. Spari! Sarà stato un petardo, o una porta che sbatteva, o un ubriaco che prendeva a calci un cassonetto della spazzatura…
Per amore del mio piccolo amico e per assecondare una mia sottile vena polemica intervengo nella discussione: lodo Giulio e consiglio ai dubbiosi di informarsi prima di tirare cavolate a casaccio. A stretto giro ricevo risposte da parte dei soliti leoni da tastiera: ero forse presente ai fatti? Se ho le prove di quanto dico, che le produca (cosa che faccio all’istante, linkando un articolo sul Tirreno, ma potrei chiamare in causa diversi altri giornali compreso Repubblica Firenze); devo smettere di parlare per frasi fatte, devo impegnarmi per sostenere una discussione con costoro, anzi, poiché si sospetta che abbia più di 50 anni (quando mai?) sarà meglio che abbandoni per sempre i social, vista la palese incapacità degli ultracinquantenni di gestire la tecnologia.

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Se l’è cercata

Doveva succedere, alla fine. Era solo questione di tempo. Dopo un anno di cyberbullismo, di post e commenti al vetriolo sulla pagina Facebook di Massimo Biancalani, dopo la vigilanza di Forza Nuova alla sua Messa, dopo gli striscioni apparsi in vicinanza della parrocchia di Vicofaro e della scuola Anna Frank, dopo le accuse ignobili di: arricchirsi con l’accoglienza, approfittare dei migranti per guadagnare notorietà, essere un pedofilo, andare pazzo per il *** nero, era nella logica delle cose che qualche simpatico pistoiese decidesse una buona volta che era arrivato il momento di sparare a quei negracci, che il pretaccio si ostina a proteggere, manco fossero figli suoi. Non è lo sport di moda, sparare per la strada? Ma non razzista, no: ci mancherebbe. I pistoiesi sono brava gente. E poi hanno sparato in aria, mica gli hanno fatto nulla, al profugo. È che proprio non si può vedere, un profugo che fa jogging in una strada che appartiene agli italiani. Quel tipo se l’è cercata…

http://www.reportpistoia.com/pistoia/item/63166-spari-contro-un-giovane-migrante-ospite-di-don-biancalani.html

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Come molliche luccicanti

Vado in biblioteca a fare la mia consueta raccolta di libri. Sto passando in rassegna lo scaffale delle novità quando mi si avvicina un’altra utente, insaziabile lettrice come me. Ci scambiamo opinioni sui romanzi letti recentemente e sui loro pregi e difetti.
«Ti consiglio questo» mi fa, porgendomi un volume. «Non sarà un classico della letteratura, ma è davvero piacevole e avvincente.»
Guardo il tomo con sospetto: copertina dai colori tenui, nuvole, luna, una scala protesa verso il cielo… hmmm… vero che la copertina è scelta dall’editore e non sempre rispecchia il contenuto del libro. Io stessa non sono stata entusiasta della copertina dell’Efisia, con quella misteriosa donna in nero che non somiglia affatto alla mia goffa eroina. Decido di dare allo sconosciuto autore una possibilità e mi porto a casa il libro.
Piena di buona volontà mi cimento con l’opera, di cui ovviamente non citerò titolo né autore, che inizia con un breve prologo sullo scrivere come momento catartico capace di dare un senso al dolore, prosegue con brevi capitoli preceduti da stralci lirici in corsivo e intervallati da favolette che persino il sussidiario guarderebbe con sospetto. Una storia d’amore, irta di difficoltà ma coronata dall’immancabile lieto fine, il cui protagonista maschile, senza appartenere alla stirpe germanica e senza essere un bassotto come il cane del mio vicino, risponde al nome di Otto. Fiocchi di neve come molliche luccicanti, lacrime che scorrono su visi bagnati dalla pioggia e vi si mescolano, caprioli che leccano facce di bambini in lacrime, un addio che è un sasso di dolore, Otto che nelle variegate onde dell’esistere è un remo caduto in acqua.
Torno in biblioteca. Senza una parola restituisco il libro.

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Ufficio postale

In coda all’ufficio postale. Ho 30 persone davanti a me, ma ci sono diversi sportelli aperti, dai, proviamoci. Magari in mezz’ora me la cavo. Trovo posto a sedere vicino a una grande pianta, le cui foglie appuntite mi spiovono sul collo. Dall’altro lato ho due signore anziane che chiacchierano per ingannare l’attesa.
«La mi’ mamma si chiamava Anna.»
«Anna! Che bel nome! Il più bello che c’è.»
«La mi’ nonna Luisa, e la mi’ socera Franca…»
«Bei nomi! Nomi di una volta! Anche la mi’ cugina si chiamava Luisa… L’è morta, po’erina…»
«Eh sì! Si sente tanto la mancanza…»
Incerta se suicidarmi subito o concedermi un’altra chance, decido di abbandonare immediatamente l’ufficio postale. Il mio abbonamento a Altreconomia può aspettare.

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Non siamo razzisti

No, certo, in Italia non c’è allarme razzismo. Che vuoi che siano quattro battute in libertà, qualche legittimo sfogo di cittadini benintenzionati, qualche scazzottata e un po’ di spari in allegria!
Undici aggressioni in meno di due mesi? Be’, non è una bella cosa, ma… l’immigrazione incondizionata, quelle porte aperte a tutti e tutte, certo, mettono in allarme la popolazione, ci vuol tanto a capirlo? Noi italiani siamo brava gente, noi italiani non siamo razzisti, ma quando è troppo è troppo!
Un operaio impallinato su un ponteggio, una bambina rom, ci possono scappare. Dio mio, queste bambine rom sono così tante, ce n’è talmente un’invasione che basta che ti giri e ne becchi una. L’atleta colpita a un occhio? Dispiace, certo, ma ci doveva pensare, prima di andare in giro da sola, col buio, in un quartiere di prostitute. Già sei nera, se poi ti prendono per una prostituta che colpa ne hanno? Bastava dirlo, che eri italiana, che eri nella Nazionale, non è mica colpa loro se sembravi in tutto e per tutto una finta profuga! E alla fine, quante storie per un uovo!
E il ragazzo ammazzato? Scusate, ma non era un ladro? Non aveva con sé l’attrezzatura da scasso? O non si sa che i ladri si possono ammazzare, ora? Legittima difesa!
Non siamo razzisti, siete voi che siete troppi. Siete voi che ci provocate. Siete voi che siete neri.

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I sogni son desideri

Ieri ho rivisto il mio amico ***. Non era a una semplice presentazione ma a un importante convegno culturale. Volevo parlargli, ma la ressa era tanta e a un certo punto l’ho visto che filava via in un’auto guidata da una donna. Stranamente, nonostante la stagione inoltrata e l’aria torrida, indossava un cappello di pelliccia coi paraorecchie. Mi sono avvicinata allo sportello e ho picchiato al finestrino:
«***, ho bisogno di parlarti! Hai poi letto il mio manoscritto? Che te ne sembra?»
«Certo che l’ho letto, e mi è piaciuto moltissimo. Penso che ci siano ottime possibilità di pubblicarlo da qualche editore di qualità. Ho in mente diverse opzioni…»
«Scusami se insisto, ma potresti scrivermi una lettera di presentazione?»
«Perché no!»
Scende dall’auto e mi precede all’interno del locale da cui siamo appena usciti. Si piazza a una scrivania e tira fuori carta e penna. Scarabocchia qualcosa di incomprensibile su un primo foglio, ne prende un altro, lo riempie di ghirigori, su un terzo disegna casette e fiori, sul quarto…
In quel momento mi sono svegliata.

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