Bureaucracy

Ho appuntamento alle 8.30 all’ospedale di Careggi per una visita. Mi presento all’accettazione con la prenotazione, alla quale sono state spillate da un solerte impiegato la richiesta del medico e la ricevuta di pagamento del ticket.
«Hmm… vedo che ha già pagato!»
«Sì: quando ho prenotato mi hanno detto di pagare il ticket.»
«Eh, ma… questo pagamento è stato fatto in data 17 gennaio.»
«Esatto.»
«Ma oggi è il 28!»
«Scusi, ma cosa cambia? L’importante è che abbia pagato, no? Vede, sulla ricevuta c’è scritto che il pagamento è relativo alla visita di oggi.»
«Sì, ma il pagamento andrebbe fatto nel giorno della visita! E lei ha pagato in anticipo!»
«Francamente, non vedo che problema ci sia…»
«Perché vede, dopo la visita sicuramente le faranno un prelievo di sangue, e quindi dovrà pagare di nuovo.»
«Pagherò il prelievo.»
«Ho paura che debba pagare anche la visita!»
«Ma la visita l’ho pagata!»
«Lo so, ma vede… è un pagamento unico… aspetti vado a sentire cosa possiamo fare.»
Si allontana dallo sportello e va a conferire con un impiegato evidentemente di rango superiore. Infine torna col responso:
«Allora, ora lei paga questo altro ticket, che comprende visita e prelievo. Poi però va dal mio collega e presenta una richiesta per il rimborso del ticket che ha già pagato.»

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Basta

Alla fine gli emiliani e i romagnoli non ne hanno avuto voglia di farsi liberare, non se la sono sentiti di consegnare la regione a una donna le cui virtù personali, politiche e amministrative restano a tutt’oggi sconosciute: ma soprattutto, non se la sono sentita di mettersi in casa un’amministrazione che prometteva di governare in nome del Santo Rosario e della Vergine Immacolata. Sóccmel! Devono aver pensato, quei senza Dio. Ma soprattutto-tutto, questo è quello che penso io, devono aver maturato un senso di sazietà, di bravomabasta dopo 150 comizi di Matteo Salvini, dopo centinaia di foto raffiguranti il leader della Lega estatico di fronte al prosciutto, alla coppa, ai tortellini e a tutte le altre buone cose da mangiare che loro sanno fare ma che rischiano a questo punto di uscirgli dagli occhi, così come dagli occhi gli esce il leader onnipresente, ultrafotografato, ipertwittante, maxifacebookiano e adesso anche supertiktokante: basta, leviamocelo di torno, devono essersi detti. È il principale difetto di questi soggetti roboanti, accentratori, dall’ego smisurato: dopo un po’ la gente non li sopporta più, anche se per un periodo più o meno lungo li ha adorati. Ce n’era anche un altro, mi ricordo, che faceva il piacione, twittava come un disperato, era lui solo contro il mondo, e alla fine anche a quello gli hanno detto, bravo ma basta. O come si chiamava? Mi pare… Matteo… no, Matteo è quest’altro… o forse son Matteo tutt’e due?

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Giorno della Memoria

Ci stiamo preparando nel modo migliore al Giorno della Memoria

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Nuove letture

Il mio 2020 da lettrice è cominciato con alcuni libri bellissimi. Il primo è stato Un’odissea, di Daniel Mendelsohn. Daniel Mendelsohn è un professore universitario di letteratura classica e quando decide di tenere un corso sull’Odissea suo padre gli chiede il permesso di assistere alle lezioni. Il libro è allo stesso tempo il resoconto del corso, con l’analisi di vari aspetti del capolavoro di Omero, gli interventi degli studenti e quelli polemici, spiazzanti, dell’anziano padre, che danno luogo a gustose scenette, e una riflessione sui rapporti padre-figlio: quelli tra Ulisse e Telemaco, quelli tra Ulisse e Laerte, e quelli tra Daniel e suo padre. Un libro impegnativo, molto bello, a tratti divertente, che ti fa venire voglia di rileggere al più presto l’Odissea. Il guaio di questi libri che parlano di altri libri è che innescano delle wish list infinite…
Un altro romanzo bellissimo che ho letto in questo inizio d’anno è La vita gioca con me, di David Grossman. L’autore israeliano è uno dei miei preferiti in assoluto: rimasi folgorata da Vedi alla voce: amore, nei lontani anni ’80, quando sia io che Grossman eravamo molto giovani (abbiamo circa la stessa età) e lui era già un autore visionario e capace di creare mondi. Come fa anche con La vita gioca con me, la storia di una famiglia che cerca tra grandi difficoltà di ritrovare la sua unità tornando nei luoghi da cui proviene e dove è successo qualcosa di indicibile. Con due straordinarie figure di donne, Vera e Nina, madre e figlia, dure e fragili, unite da legami strettissimi e dolorosi.
Mi è piaciuto molto anche Una passeggiata nella Zona,di Markijan Kamyš, che narra di coloro che si addentrano nel territorio interdetto intorno alla centrale di Chernobyl, per trascorrervi un pomeriggio o giorni interi, in mezzo alla vegetazione che cresce rigogliosa o sotto una coltre di neve, a visitare le città fantasma, a vedere le ciminiere e il famigerato sarcofago che racchiude il reattore e le macerie contaminate.
Non crediate però che mi sia limitata a questi tre libri: al momento sono a quota 9 ed entro la fine del mese conto di finirne come minimo altri due.

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Numero sconosciuto

Una musica che ancora non ho memorizzato si sprigiona dal mio cellulare nuovo. Guardo il display: numero sconosciuto. Rispondo.
«Signora! Sono il tecnico della lavatrice!»
«La stavo aspettando. C’è qualche problema?»
«Sono il tecnico della lavatrice!»
«Ho capito, che è successo?»
«Niente, sono davanti a casa sua.»
«Allora le apro…»
«Eh, ma lei in casa non c’è!»
«Come, non ci sono. Sono qui che aspetto lei…»
«Ho suonato il campanello, ma non mi risponde!»
«Hmm… che si sia rotto di nuovo?»
«Numero 36, giusto?»
«38…»

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Processarlo

«Bisogna processarlo!»
«Sì, bisogna processarlo, non può farla franca!»
«Ha tenuto dei poveri migranti in ostaggio, sul ponte di una nave, per giorni e giorni!»
«Che crudeltà!»
«Che improntitudine!»
«Eppure ho un dubbio…»
«Dimmi!»
«Mi sembra… non vorrei sbagliare… ma noi eravamo d’accordo con lui, o sbaglio?»
«No, no, nel modo più assoluto! Noi non ne sapevamo niente, io poi dovevo avere il cellulare scarico, in quei giorni…»
«Allora mandiamolo a processo. C’è giusto la riunione di giunta, stasera.»
«Oh, che peccato. Mi sa che non posso partecipare. Tu vai?»
«Io no! Che poi lui fa la vittima… lo conosci… il nuovo Silvio Pellico…»
«È vero! Finisce che vince le elezioni, a furia di far l’eroe. Io non lo permetterò!»
«Neanch’io! Che ci si mandi da sé, a processo, se proprio ci tiene!»

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È tutta colpa loro

Se c’è l’antisemitismo, in Italia, è per colpa dei migranti di fede musulmana. Prima che arrivassero loro, infatti, mai in Italia c’erano state manifestazioni antisemite.
E se c’è spaccio di droga, in Italia, è per colpa dei migranti che vengono qui apposta per delinquere. Prima che arrivassero loro, infatti, in Italia le droghe non si erano mai viste.
E se ci sono furti, violenze, omicidi, è tutto per colpa dei migranti. Com’era bella l’Italia prima, quando nessuno commetteva crimini, non c’era violenza, le donne erano rispettate, non si faceva uso di droga, non si fumavano neanche le sigarette, la notte non si chiudeva a chiave la porta di casa, perché a nessuno saltava in mente di venire a rubare, che bel paese era l’Italia, e come tutti erano buoni, onesti, sinceri, leali, amichevoli, dolci, accoglienti, fiduciosi, pacifici, prudenti , giusti, forti, temperanti, fedeli, speranzosi, caritatevoli…

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Un posto più sicuro

L’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale) ha diffuso una serie di dati relativi agli effetti dei decreti sicurezza varati, come sappiamo, lo scorso anno. Questi dati confermano ciò che i più avveduti avevano previsto fin dall’inizio: con la revoca dei permessi di protezione umanitaria, con la chiusura degli SPRAR, con l’abolizione dei corsi di lingua italiana per i richiedenti asilo e con le molte altre clausole contenute nei due testi fortemente voluti e poi sbandierati dalla Lega e dal suo impareggiabile leader Matteo Salvini, centomila migranti regolari, molti dei quali avevano una casa e un lavoro, sono piombati nell’illegalità, hanno perso il lavoro, in molti casi hanno perso l’alloggio. I famosi rimpatri tanto vantati si limitano a circa 7000, una cifra che rappresenta poco più dell’1% dei migranti irregolari tuttora presenti sul suolo italiano. La chiusura degli SPRAR ha mandato molte persone in CAS sovraffollati o direttamente in mezzo alla strada, le possibilità di integrazione sono bruscamente calate, 12000 italiani che lavoravano nel settore dell’assistenza ai migranti hanno perso il lavoro. In compenso abbiamo difeso i confini e reso l’Italia un posto più sicuro, oh yes.

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Di scuola e classi sociali

Riguardo alla scuola di Roma che ha descritto dettagliatamente la qualità dei propri utenti in funzione della appartenenza di classe, è chiaro che considero vomitevole il suo comportamento, però vorrei aggiungere qualcosa. Quell’istituto ha fatto una porcata, e non è il primo ad aver scritto sul proprio sito qualcosa di molto brutto sui suoi allievi divisi in base alla classe sociale, ma se andiamo a guardare bene, la colpa non è solo della commissione che ha redatto il testo o del dirigente che l’ha avallato. Tutto ciò discende da una serie di cambiamenti intervenuti nella scuola italiana nel corso degli ultimi vent’anni, da quando cioè è iniziata l’autonomia scolastica e le scuole hanno dovuto inventarsi tutta una serie di accorgimenti per diventare appetibili e concorrenziali. Le cose non sono potute che peggiorare nel corso degli anni con le varie riforme e riformette, alle quali La buona scuola renziana ha dato il suo notevole contributo. Se la tua scuola deve essere la migliore, deve attirare la migliore utenza, deve avere i migliori insegnanti e garantire il successo formativo, se ti viene appositamente richiesto di redigere e postare sul sito la descrizione socioeconomica del territorio e dell’utenza, il risultato non può essere che questo. Quale scuola vorrà scrivere sul suo sito «Siamo una scuola sgarruppata, inserita in un territorio povero e malmesso, viene da noi la peggior feccia della città, abbiamo stranieri, rom e disabili in abbondanza, convincere questi ragazzi a frequentare e dissuaderli dall’abbandono per noi è già un grande successo formativo»?

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Non flop

La biblioteca di Monsummano si trova in un imponente edificio che ospita anche il museo cittadino, nella piazza grande del paese, dal lato opposto rispetto alla chiesa. Non è brutta la piazza di Monsummano, anzi direi che in notturna è piuttosto bella. Il palazzo è antico, l’ingresso della biblioteca è sotto i portici, ma appena si entra ci si trova in una sala grande e arredata con modernissimi scaffali di legno chiaro, un tavolo lungo per conferenze e una platea di sedie di plastica trasparente. Vedere tutte quelle sedie in attesa di un pubblico mi mette l’ansia: e se non venisse nessuno? Invece piano piano qualcuno arriva: una coppia di mezza età, un ragazzo, alcune signore del gruppo di lettura, il presidente di Casa Giusti, il museo dedicato al bisbetico poeta che ha dato lustro alla cittadina, il più famoso dei monsummanesi, oltre a Yves Montand, naturalmente. Altri si aggiungono alla spicciolata e quando siamo ragionevolmente numerosi la bibliotecaria dà inizio alle danze. E devo dire che la persona che mi presenta è uno che ci sa fare, il pubblico si è interessato e ha fatto un mucchio di domande, in diversi hanno comprato il libro e grazie a un’accorta politica dei prezzi quasi tutti si sono accattati anche l’Efisia…
No, perché ogni tanto bisogna anche dirlo quando le cose vanno bene, altrimenti con tutta questa autoironia va a finire che la gente pensa che sei una fallita totale! 😉

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