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CONFERENZA
Per chi è di Milano e zone limitrofe, un evento da non perdere.

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Killing me softly

Elogi per i miei libri ne ho ricevuti tanti, abbastanza per saziare il mio famelico ego. Anche critiche, eh, ça va sans dire. Dal banale «scrivi benissimo» che tutti mi ripetono fin da quando avevo sette anni, a complimenti per la storia narrata, per la struttura a incastro, per il carattere dei personaggi, per la scelta dei nomi di persona… Insomma, posso essere contenta, davvero. Ma il complimento più bello, quello cui ogni scrittore anela nel suo cuore, me l’ha fatto ieri una signora:
«Volevo chiederti… è una sensazione che ho provato sia leggendo il tuo primo libro che questo… mi sono riconosciuta in tante cose, in tanti piccoli dettagli, in quel mondo che hai raccontato e che è il mio e mi sono chiesta: ma come fa, lei, a sapere tutto questo di me?»

Strumming my pain with his fingers
Singing my life with his words
Killing me softly with his song
Killing me softly with his song
Telling my whole life with his words
Killing me softly with his song

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Las cinco de la tarde

Le cinque, un pomeriggio di dicembre, il cielo completamente terso, di un azzurro che a ovest, dove il sole è già scomparso, si tinge di giallo mentre a est, già più scuro, esibisce una perfetta luna piena, tonda e bianchissima, e i tetti delle case, i rami nudi degli alberi, le antenne TV diventano neri contro l’azzurro-verde.

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Incendio nel bosco

incendio

Incendio nel bosco, di Marco Candida, è la seconda uscita della collana Appenninica di Tarka. Una collana lanciata dall’editore toscano e curata da Paolo Ciampi e Marino Magliani, con l’intenzione di raccontare l’Appennino, questa spina dorsale dell’Italia, nei suoi molteplici aspetti.
Il romanzo di Candida è incentrato su un devastante incendio che si diffonde in un bosco, un piccolo parco naturale inserito all’interno del più vasto Parco Naturale Regionale del Beigua, sull’Appennino Ligure. Il fuoco, inizialmente esiguo e quasi amichevole, divampa infuriandosi fino a divorare ettari ed ettari di territorio: l’autore, con grande maestria, descrive la furia, la fame delle fiamme che si propagano da un abete a una farnia, a ogni sorta di piante ad alto fusto, querce, conifere, eucalipti, e arbusti e cespugli, piante erbacee, foglie e aghi di pino; come un diavolo affamato l’incendio si mangia tutto, e insieme alle piante divora gli insetti, gli uccelli, conigli e marmotte, un orso, un lupo. Con una prosa fluviale, un ritmo accelerato, una scelta lessicale particolarmente accurata, Candida riesce a rendere benissimo la rapidità, la ferocia e l’avidità delle fiamme che come lingue, tentacoli, si espandono e divorano vita animale e vegetale, senza sosta.
All’interno di questo bosco in fiamme c’è una borsa frigo di plastica, traccia di un recente picnic, e poco più in là, su una coperta distesa su una radura, una coppia amoreggia. Sono Rosa e Fiore, innamorati fin da ragazzini, quando proprio in quel bosco venivano a scambiarsi confidenze ed effusioni: ora Rosa è la moglie di Silvano, ricchissimo proprietario di un’azienda di legname. È lui che ha creato il parco nel Parco dove i due, spinti dalla passione, sono venuti ancora una volta. Il fuoco li sorprende, li attacca, li costringe a una fuga rocambolesca fra tronchi caduti, muri di fiamme, torrenti in cui buttarsi per non soccombere.
La storia di Rosa e Fiore, tra amore e adulterio, viene così a fondersi con quella dell’incendio che devasta il luogo dei loro convegni, e con altre storie ricordate, evocate, inserite nella narrazione principale.
Una grande prova di abilità linguistica, una riflessione sulle passioni che agitano l’animo umano e come il fuoco lo divorano.

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‘O presepe

Quindi: secondo il capo della polizia Franco Gabrielli, dobbiamo tutti fare il presepe, perché altrimenti corriamo il rischio di suscitare la sua diffidenza.
«Hmmm» pensa Gabrielli venendo in visita a casa mia, «per quale ragione Marisa non ha fatto il presepe quest’anno? Non ha a cuore la salvaguardia delle nostre tradizioni? Non vuole mantenere le sue radici ben salde? Vuole forse deantropizzare il territorio? Perché, si capisce, senza presepe non c’è umanità… O magari Marisa non fa il presepe perché teme di urtare la suscettibilità di qualche infedele di passaggio nella sua abitazione? Hmmm… quella donna non mi piace… »

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Lingua veicolare

«C’est comme en français, j’andrè, tu andras, il andrà…» dice la volenterosa volontaria mentre cerca di spiegare a un allievo della scuola di italiano il futuro del verbo andare, usando come lingua veicolare un francese decisamente maccheronico. Il ragazzo algerino, che il francese lo sa meglio di lei, la guarda con espressione incredula, ma siccome è gentile non fa alcun commento.

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Una profluvie

C’è poco da dire, sono nata professoressa e morirò professoressa. È una cosa un po’ antipatica, no? Questa di accorgersi sempre, leggendo un testo, di quello che non va bene e morire dalla voglia di dirlo. Eppure non riesco a farne a meno. È una sindrome di cui soffro, e non so come fare a curarla.
Non voglio infierire su tutti coloro che preparano dei bellissimi post con sfondi colorati, faccine espressive e caratteri in grassetto e poi inciampano in un non c’è la faccio, in un ceh o in un vhe al posto di che. Colpa del T9, dicono. Ma se rileggessero prima di postare, magari…
Però non ce l’ho (non c’è l’ho) con loro. In fin dei conti un refuso è un refuso è un refuso.
Quello che mi dà fastidio invece è leggere certi articoli di noti intellettuali o scrittori, pubblicati su sofisticate riviste online. E leggere tre donne incinta, come se incinta fosse un avverbio,invariabile, mentre è un aggettivo, e l’aggettivo, mi hanno insegnato, concorda col nome in genere, numero e caso. Be’, lasciamo perdere il caso, che in italiano non c’è. E leggere nello stesso articolo che qualcuno da del tu a qualcun altro (du du du da da da) e che le tre donne incinta sono obnubilate dagli ormoni in circolo. Obnubilate? Ma come ti permetti? Questo è sessismo della più bell’acqua! Io, personalmente, ho avuto quattro gravidanze e non sono mai stata obnubilata dagli ormoni in circolo.
Insomma, che sia un semplice post su Facebook o un raffinato articolo di critica letteraria, è tutta una profluvie di parole, come ho letto sulla pagina di un altro intellettuale-scrittore-filosofo.

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Amici liguri ne abbiamo?

RICCI

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Avanti il prossimo

Ieri ho provato anch’io la sensazione di essere una sardina. No, non quelle sardine. Non che abbia nulla contro di loro, anzi. Mi fa sempre piacere quando le persone si mobilitano per un ideale. Solo che io l’ideale delle sardine non l’ho ancora ben capito. Non so che pesci, ops, che sardine siano.
No, la mia sardinità è consistita semplicemente nel fatto di passare un’ora e mezzo schiacciata tra altri pesciolini davanti al teatro Manzoni, aspettando il mio turno per comprare i biglietti per alcuni spettacoli che mi interessano. Ieri era il giorno di apertura e io mi sono incamminata per tempo, volevo arrivare con un po’ di anticipo sull’orario, in modo da evitare la coda. Ma quando sono stata in prossimità del teatro ho visto un notevole assembramento sul marciapiedi e sotto il portico. Una signora distribuiva bigliettini numerati: mi è toccato il 95. Intorno a me si svolgeva un frenetico scambio di tagliandi: c’era chi ne aveva uno in più, chi aveva già deciso di andarsene, chi aveva avuto di straforo un numero molto basso… anche a me è andata bene, ho incontrato una mia amica che mi ha rifilato un 49 stropicciato: lei, per un colpo di fortuna, era riuscita a rimediare un 35. Chiaro che il 95 me lo sono tenuto, per darlo, poco dopo, a una signora che conosco alla quale altrimenti sarebbe toccato il 251.
Quando hanno aperto le porte, ho pensato, be’, cosa vuoi che sia, ho solo 48 persone davanti, gli sportelli sono due, ci metterò un attimo. Invece i quarti d’ora passavano senza che la fila facesse grandi passi avanti. La gente in coda intanto fremeva.
«Eh, di certo! Devono decidere il giorno, scegliere il posto, confrontare i prezzi…»
«O non potrebbero prendere il primo che gli capita e via? Così si risparmierebbe tempo tutti!»
«Sì, figurati! Quella c’ha da telefonare alla figliola, quell’altro vuol vedere la posizione dei posti sul computer… la gente è stucca, sai!»
«Ormai che son lì, voglion fare i loro comodi! Ho sentito dire che c’è chi prende biglietti per quattro o cinque spettacoli!»
«Ecco, io, secondo me, certe cose dovrebbero essere proibite. Fare come in Russia: arriva il tuo turno, un biglietto, e via, avanti il prossimo!»
«Eh, ma al giorno d’oggi… son viziate, le genti, via!»

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Castori

E così, ora sembra che il tanto decantato modello finlandese, secondo cui si devono abolire le materie scolastiche, si deve far scegliere ai ragazzi cosa imparare, l’insegnante debba scomparire per diventare solo un “facilitatore”, abbia portato a risultati negativi. Scusate, eh. Ci voleva poco a capirlo. Sono stata un’insegnante per tanti versi poco tradizionale, ho cercato di tenermi sempre aggiornata sui metodi più innovativi, ho tentato strade sperimentali, ma una cosa l’ho sempre avuta chiara: l’insegnante è lì perché ne sa di più, quindi il suo compito è insegnare. Non in modo piatto, non in modo palloso, possibilmente, e tutto quello che volete. Ma ha qualcosa da insegnare e insegna. Modello trasmissivo, dicono alcuni. E che c’è di male? Se noi esseri umani non fossimo stati in grado di trasmettere le nostre conoscenze alle generazioni successive, saremmo come i castori, che da sempre fanno le stesse dighe. Magari hanno ragione loro, eh. Ma noi non siamo castori.

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