Chi ha

Me la sono sempre sentita raccontare, fin da quando ero piccola, la storia del Santo. Un medico, che esercitava a Napoli, e aveva nel suo studio un cappello rovesciato con una scritta: chi ha, metta, chi non ha, prenda. Lontano parente del mio ramo paterno, doveva essere… hmm… figlio di una cugina della nonna di mia nonna, se non ho capito male. Quando ero bambina era un semplice Servo di Dio, poi Paolo VI lo fece Beato nel 1975 e infine Giovanni Paolo II lo canonizzò nel 1978. Mio padre ne fu entusiasta: da piccolo, gli avevano detto, era stato sulle ginocchia del Santo. A Napoli e in Campania san Giuseppe Moscati è molto venerato, nella chiesa del Gesù Nuovo ha una statua in bronzo e una cappella piena zeppa di ex voto. Due anni fa andai a un matrimonio ad Aversa ed ebbi la sorpresa di vedere il suo ritratto a un altare laterale.
Tutto questo per dire che in questi giorni gira sui social una foto che raffigura un vicolo nel quale è appesa a mezz’aria una cesta affiancata da un cartello: il testo (chi può metta, chi non può prenda) è leggermente diverso rispetto a quello del mio bis-bis-bis, ma lo spirito è lo stesso.

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Intervista

Giuseppe Previti dell’Associazione Giallo Pistoia pubblica una mia intervista

Nel testo sono presenti alcuni refusi (che, ho controllato, non c’erano nel file originale…): la casa editrice Arkadia è diventata Arkadi e il mio profilo Facebook si è trasformato in Facebooh (questa è carina, però!)
😀

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Fanciulle in fiore

Il libro che sto leggendo in questi giorni è I sentieri delle ninfe, di Fabrizio Coscia. È un saggio che spazia tra arte, letteratura e cinema indagando la figura della ninfa, una creatura mitologica, la cui caratteristica principale, secondo Coscia, è quella di essere sfuggente, imprendibile: in effetti la mitologia è piena di ninfe che fuggono da dei, semidei e uomini che le bramano: un esempio che tutti conosciamo è quello di Dafne, che pur di sfuggire ad Apollo si trasformò in alloro. La ninfa, dice Coscia, è presente in tutte quelle opere artistiche nei panni di una giovane donna dalle movenze lievi, desiderabile in sommo grado ma mai disponibile, con esiti diversi: la fuga, la morte, la trasformazione o la perdita dello status di ninfa per diventare una donna comune. Pittori come Botticelli e Pierre Bonnard, scrittori come Nabokov, Proust, grandi poeti del livello di Petrarca e Ariosto, registi come Hitchcock e Jean Vigo hanno rappresentato nelle loro opere queste creature piene di fascino e inafferrabili.
Mentre leggo, non posso fare a meno di sentire, nel giardino di fronte, le voci e le risate di due graziose ragazzine, e di intravederle, tra la cancellata e la siepe che mi divide da loro, mentre giocano e si rincorrono. Le mie giovani vicine, una bionda e una mora, quasi sedicenne la prima, dodici anni la seconda, coi capelli lunghi sciolti sulle spalle, le gambe agili nei jeans aderenti, il seno minuto sotto le magliette colorate. Le fanciulle in fiore. Le ninfe.

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Vicofaro ai tempi del coronavirus

Dal 5 marzo non vado a Vicofaro. Abbiamo dovuto interrompere l’attività della scuola di italiano e spesso penso ai ragazzi che seguivo, ad Amel, una giovane mamma che veniva con la sua bellissima bambina di pochi mesi, lei si preparava per dare l’esame di livello B1, parla benissimo l’italiano, doveva solo perfezionare la sua competenza grammaticale. A Michel, un ventenne dai lineamenti delicati, semianalfabeta, ma tanto intelligente che in pochi mesi aveva imparato a leggere quasi correntemente; a Kemo, a Mamadou, a Morenike, un’altra madre che arrivava in bicicletta con la piccola Sara legata sulla schiena, e a Gloria, che a scuola non ci veniva, indossava magliette attillate e scarpe coi lustrini e per alcuni mesi ha dormito col suo bambino nell’aula dove facevamo lezione, fino a che non ha trovato rifugio in una casa famiglia. So che stanno bene, con qualcuno ci scambiamo ogni tanto dei messaggi, con altri ci vediamo su Facebook, sperando che venga presto il tempo in cui potremo rivederci di persona.
Ho scritto questo pezzo sulla situazione attuale di Vicofaro per la rivista Poliscritture, che ha pubblicato tutti i miei articoli sull’argomento.

Vicofaro ai tempi del coronavirus

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Che due…

Bella, eh, anche questa cosa. Che tutti si danno appuntamento in diretta Facebook per recitare poesie, intervistare scrittori, presentare libri, leggerne brani scelti. E poi c’è il Dantedì, e ci sarà il Leopardidì, e poi il Manzoniday… Ma che due palle, eh?

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Primi segnali di isteria

In una mattina di cielo grigio e vento gelido, rigurgito d’inverno dopo i tiepidi giorni precedenti, mi vesto come un essere umano e mi preparo a uscire dopo una settimana in cui non ho messo piede fuori dal portone. Devo andare in farmacia a ritirare delle medicine per la mamma. Wow! Che emozione! Munita di mascherina mi metto in fila e presto viene il mio turno. Mi avvicino al banco. Ora c’è un nuovo sistema, non si va più all’ambulatorio a prendere le ricette, si riceve un SMS con un codice e si va direttamente in farmacia. Bello! E come tutti i nuovi sistemi non funziona.
«Mi dispiace, non posso darle questi farmaci.»
«Perché? Il medico mi ha mandato i codici…»
«Sì, i codici sono giusti, ma non posso scaricare le ricette.»
«E come mai?»
«Probabilmente non sono state inserite nel sistema…»
Guardo l’orologio. L’ambulatorio del medico è nello stesso stabile della farmacia, l’orario dell’impiegata che sta dietro a queste cose è dalle nove alle undici, mancano cinque minuti alle undici. Vado. Ci sono altre due persone in coda prima di me e la ragazza non è in stanza. Finalmente spunta da un corridoio, ci vede e viene presa da una crisi di nervi.
«No, eh! Non si può! Alle undici l’ufficio chiude! Non dovete venire a quest’ora!»
«Mancano ancora tre minuti» le dico.
«Ho capito, ma se venite tutti ora, poi a me tocca fare le undici e mezzo! Dovete venire prima!»
A questo punto scatta un signore. Era qui dalle undici meno un quarto, dice. Perfettamente in orario. E se l’ufficio è aperto fino alle undici, fino alle undici si può entrare. La discussione degenera presto, con urla e parolacce da entrambe le parti, escono dagli ambulatori due dottoresse, esce dal CUP un impiegato, il caos diventa totale. L’uomo ottiene le sue ricette.
«Esca di qui!» gli fa un ranger improvvisato.
«Me ne vado da solo, quando pare a me!»
«Esca subito di qui!»
«Uscirò quando voglio!»
«Se ne vada!»
Rischiano di andare avanti così per tutto il giorno, altroché le undici o le undici e mezzo. Nel frattempo è arrivato il mio turno.
«Guardi, io non dovevo venire qui» esordisco nel tentativo di blandire la ragazza, ancora molto su di giri. «Il dottore mi ha mandato i codici e sono andata in farmacia, ma pare che i codici non funzionino…»
«Ecco! Lo vede! Ora devo cercare di capire come mai, e ci perderò un sacco di tempo, mi toccherà star qui fino alle undici e mezzo!»
«Torno domani» le dico. Almeno anche domani ho una scusa per uscire.

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Non sono paranoica

Io non sono paranoica. Sono una persona estremamente razionale, non mi faccio prendere da ansie immotivate. Per esempio: stamattina ho starnutito. Ma io starnutisco sempre, due starnuti uno dietro l’altro, ogni giorno, estate e inverno. Devo avere una leggera allergia alla polvere, non so, o una piccola escrescenza dentro una narice che mi dà irritazione. Mi sono anche soffiata il naso, ma me lo soffio sempre, non sono mai raffreddata, però a volte sento che il mio naso è umido e ho bisogno di soffiarmelo. Quindi nulla di strano. Non ho febbre, non ho mai la febbre. Ho un po’ di tosse, la sera, di solito io non ho la tosse, cosa sarà? E da ieri mi pizzica un occhio. Non c’era anche la congiuntivite tra i sintomi del virus? No, non ho la congiuntivite, ma mi pizzica un occhio… devo chiamare la dottoressa… dov’è quel numero speciale che si deve fare in questi casi? Ti dico che non sono paranoica, sono tranquilla, tranquillissima. Mi cerchi quel numero, per favore?

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Sono fortunata

Sono fortunata perché sto bene e perché tutti i miei cari stanno bene
Sono fortunata perché stare a casa non mi pesa più di tanto
Sono fortunata perché ho tanti libri da leggere e un computer su cui scrivere e Facebook su cui perder tempo
Sono fortunata perché ho WhatsApp che mi permette di scambiare battute stupide, foto e video con le persone care
Sono fortunata perché ho un terrazzo di 2 metri per 2, una sdraio e un tavolino su cui posare una bottiglia di birra
Sono fortunata perché sul mio terrazzo c’è tanto sole e non tira mai vento

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Sagittabondo

Sfogliando i miei appunti noto una curiosa coincidenza: esattamente un anno fa, il 23 marzo 2019, Adrian Bravi presentava a Pistoia il suo bellissimo libro L’idioma di Casilda Moreira. Ed esattamente un anno dopo, il 23 marzo 2020, ho finito di leggere il suo nuovo romanzo (peraltro iniziato ieri), Il levitatore, edito da Quodlibet. La storia è quella di un uomo che fin da ragazzo ha imparato a levitare: si alza di pochi centimetri, mezzo metro al massimo, ma ciò gli è sufficiente per sentirsi “sgravitato” e per riorganizzare le idee, anzi, le sue “microidee”. Per il resto, l’uomo, che si chiama Anteo, fa poco o nulla: una piccola rendita gli permette di vivere senza lavorare, legge opere di filosofia e di meditazione, ha una cagnetta di nome Plotina alla quale è molto affezionato. È proprio a causa di Plotina che iniziano i suoi guai, perché la cagnolina è in affidamento condiviso con l’ex moglie di Anteo, la Ginetta, che lo accusa di maleducazione, comportamento aggressivo, stalking. Quando il postino dalla pelle bluastra comincia a recapitargli buste minacciose di colore verdino o beige la capacità di alzarsi da terra gli viene meno. Neanche la conoscenza con la bella Letizia, una donna sempre accompagnata da uno stuolo di animali, riesce a restituirgli l’antica leggerezza. La storia è tutta qui, non dico come va a finire: una storia in cui elementi di vita quotidiana si uniscono a elementi fantastici in grande armonia e con un sottile umorismo.
La cosa che mi piace tantissimo di Adrian è il modo in cui scrive. Una lingua limpida, esatta, raffinatissima ma chiara. Una lingua che non si fa bella di aggettivi, metafore, similitudini, ma che dice quello che deve dire in con semplicità e immediatezza, non senza far brillare, qua e là, una parola, un aggettivo, una definizione fulminante. Come lo sguardo intenso e sagittabondo di Letizia, la donna di cui Anteo si innamora. Sagittabondo! Chi l’avrebbe mai detto?

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Non reagisce

Un’altra caratteristica della buongiornatrice compulsiva, che in questi tempi calamitosi forse si nota di più, è che non reagisce a stimolazioni esterne, persa com’è nel suo loop fatto di immagini zuccherose e auguri per ogni stagione, giorno della settimana e ora del giorno. Lei te li manda, tu non rispondi, lei te ne manda di più. Rispondi che purtroppo non è “uno splendido giovedì” o “una mattina deliziosa”: non reagisce. Provi a dirle che stai bene e le chiedi come sta lei. Non ti degna di una risposta ma ti inoltra altri cinque meme. Cambi strategia: le dici che hai la febbre e una brutta tosse, che stai per essere ricoverata in terapia intensiva, che tutti i tuoi amici e conoscenti sono già morti… non fa una grinza. Condivide una graziosa vignetta con Snoopy che, indossato un cappelluccio da notte, si avvia verso la sua cuccia sbadigliando.

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