Il saluto Romano

Romano La Russa, fratello del più famoso Ignazio, assessore nella giunta della Regione Lombardia, non è stato costretto a dimettersi per aver fatto il saluto suo omonimo durante i funerali del cognato. Non è stato, il suo, un gesto di celebrazione del fascismo, né una comprensibile goliardata: è stato un gesto d’amore.

«Tornando a casa, troverete i bambini, fate il saluto romano ai vostri bambini e dite: questo è il saluto di Romano La Russa.»

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Poietika

Ho avuto l’opportunità di partecipare a Poietika, un’iniziativa promossa dalla Fondazione Molise Cultura. Dal 28 settembre al 2 ottobre si sono succeduti incontri con scrittrici, artiste, attiviste per i diritti umani, il tutto all’insegna del motto “La parola è donna”. Come ci sono finita, io, in mezzo a un’economista nota in tutto il mondo, al coro delle voci bulgare, a un’attivista per i diritti umani che ha ricevuto il Premio Nobel per la pace nel 2011? È un mistero anche per me. Un giorno, qualche mese fa, mi arriva una mail dalla Fondazione, con la quale mi si invita a partecipare a questa kermesse. «Abbiamo avuto il suo nome da GGG», mi scrive Valentino Campo, l’organizzatore. GGG è un mio caro amico, un brillante insegnante-traduttore-intellettuale che si era preso a cuore, alcuni anni fa, la mia Scrittrice Obesa, e grazie a lui ero arrivata a un passo dal pubblicarla, se l’editore con cui mi aveva messo in contatto non avesse deciso improvvisamente di chiudere la collana di narrativa, non so se per paura dell’Obesa o per qualche altro motivo suo.

Scrivo a GGG per informarlo e ringraziarlo.

«Sono felicissimo, vedrai, ti troverai bene, Valentino è un uomo delizioso, mi piacerebbe tanto venire a sentirti, ma non so se ce la farò.»

Non passa più di mezz’ora e mi telefona Patrizio, dell’ufficio stampa di Arkadia. L’invito a Poietika, infatti, è per Gli ingranaggi dei ricordi.

«Hai visto? Sei contenta? Ti abbiamo mandata a Campobasso, un evento importante, è stata Antonella a volerti.»

Antonella è un’autrice Arkadia, è di Campobasso e fa parte dello staff di Poietika.

Di conseguenza, non so chi devo ringraziare per questo invito, che sarà spesato e persino retribuito, e per non sbagliarmi mi profondo in ringraziamenti anche con Patrizio.

Arriva il 30 settembre, il giorno in cui è previsto il mio intervento: si tratterà di un incontro con studenti, che avranno letto il libro e mi faranno delle domande. Arrivano le 17, ora dell’appuntamento, e la sala che mi hanno riservata è vuota. Pazienza, non sarebbe la prima volta che succede… ma cos’è questo brusio? Voci in avvicinamento, risatine, scalpiccio di piedi: nel giro di pochi minuti arriva una cinquantina di ragazze e ragazzi. Valentino mi introduce brevemente e parte un fuoco di fila di domande. Vogliono sapere se raccontare i fatti relativi alla mia famiglia mi ha creato imbarazzo, come ho scelto i nomi da dare ai personaggi, che metodo ho adottato per scrivere un romanzo con quattro voci narranti, quale personaggio ho amato di più, in quale mi identifico, perché ho scelto la seconda guerra mondiale, che rapporto ho con la Sardegna… Un’ora passa in un baleno e alla fine dell’incontro molti mi portano le loro copie del libro perché scriva una dedica.

Inutile dire che sono commossa ed emozionata, e che mi congratulo con l’organizzazione per il modo in cui ha saputo coinvolgere tanti giovani. Non solo la mia performance, ma tutti gli eventi hanno visto i ragazzi come protagonisti: ogni mattina laboratori di fumetti con le classi di scuola primaria, ogni pomeriggio incontri con scrittrici e giornaliste e studenti delle superiori, nel tardo pomeriggio gli eventi più importanti e impegnativi con scienziate e attiviste, con la partecipazione di studenti universitari.

Forse a Campobasso non c’è una gran vita, pochi bar servono l’aperitivo e i negozi chiudono presto, ma a una città che riesce a coinvolgere centinaia di giovani in un evento culturale di una certa portata  bisogna fare tanto di cappello.

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Altri novant’anni

Nuova chiamata da Zia Marietta.

«Marisa? Mi hanno fatto il tampone, sono ancora positiva!»

«Oh, cavolo!»

«Voglio ammazzarmi. Come posso fare?»

«Hmm, non saprei… hai un’arma con te?»

«No! Però posso sempre chiedere a un infermiere di ammazzarmi!»

«Forse con una dose massiccia di farmaci? Una flebo mortale? O soffocandoti col cuscino, magari…»

«Credi che lo farebbe?»

«Temo di no, zia. Dovrai rassegnarti a stare ancora un po’ qui tra noi.»

«Sì, certo! Altri novant’anni confinata in un letto! Be’, ciao, Marisa, mi ha fatto piacere parlare con te.»

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Quel povero vecchio

Sempre più esterrefatta, ma al tempo stesso annichilita, quasi rassegnata, assisto all’escalation di violenza agita, proclamata e minacciata che ormai riempie le nostre giornate. L’essere umano è votato all’autodistruzione, questo mi viene da pensare. Guerre sono in corso in tutto il mondo: alcune salgono spesso agli onori della cronaca, altre sono tranquillamente ignorate. Di alcune si dice che siano intollerabili, di altre non ce ne importa assolutamente niente. Di fronte all’esacerbarsi della crisi climatica abbiamo rinunciato perfino a dire che faremo qualcosa di qui a cinquanta, cento anni: la crisi climatica è ormai una fatalità, si tratta di adattarsi, e avanti con gas, petrolio, carbone, più voraci che mai. Le disuguaglianze aumentano, le migrazioni interessano milioni di persone, la gente abbandona la propria terra a causa di guerra, miseria, siccità. Pazienza: faremo più campi profughi, alzeremo più muri. E infine quella cosa che finora aveva rappresentato l’ultimo tabù. La Bomba. L’arma nucleare. Tattica, naturalmente: una bombetta prêt-à-porter, e non importa che una piccola bomba tattica sia già molto più potente di quel Little Boy che distrusse Hiroshima. La bomba tattica è stata sdoganata, come si usa dire: noi la useremo, noi risponderemo, noi siamo pronti a sganciarla. Noi suoneremo le nostre trombe, e voi suonerete le vostre campane. Solo che qui non si tratta di bombe o campane, si tratta di autodistruzione programmata. Rimane quel povero vecchio col vestito bianco che si affaccia alla finestra e implora i combattenti di farla finita. Qualcuno ha intenzione di dargli retta?

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Trasferta

In trasferta per Campobasso, un venerdì mattina, accompagnati da una pioggia very hard, hard, sotto un cielo nero, privati dalla visione degli Appennini completamente nascosti dalle nuvole. Sono le 13.30 e ci fermiamo a Isernia: una città che ci appare assolutamente anonima, fatta di strade ortogonali indistinguibili l’una dall’altra. Il navigatore ci conduce alla stazione: cerchiamo un bar per mangiare qualcosa, un pezzetto di pizza, un panino, una focaccia. Entriamo in un locale affollato, immaginando che corrisponda alle nostre necessità. Scopriamo che si tratta di una pasticceria.

«Avete qualcosa di salato?»

«Salato? Nooo!»

Attraversiamo la piazzetta e entriamo in un bar assai meno attraente, pensando che comunque un panino col salame lo troveremo. Invece hanno solo alcuni tramezzini preconfezionati che non ci attirano per niente.

«Andiamo al buffet della stazione: lì sicuramente troveremo qualcosa da mettere sotto i denti.»

Macché: al buffet della stazione hanno solo merendine confezionate e buste di patatine. Lasciamo Isernia indignati e affamati. Alle due e mezzo siamo a Campobasso: serrande abbassate, negozi chiusi, bar e ristoranti non pervenuti. Finalmente troviamo una botteguccia dove un ragazzo molto cordiale serve tranci di pizza al banco. Non piove più e, soddisfatti i nostri bisogni alimentari, ci avviamo verso l’albergo: in pieno centro, diceva la brochure, ma il navigatore ci porta in una stradina periferica e deserta. Dopo aver girato a vuoto per un po’ (Non può essere qui! Avremo sbagliato!) finalmente lo troviamo: è bello, direi lussuoso, e veniamo accolti con grande gentilezza. In un quarto d’ora, a piedi, si arriva al luogo del convegno cui devo partecipare. Spero solo che prima dell’incontro nessuno mi uccida conficcandomi un ferro da calza nella schiena…

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Recensione semiseria

Su Masticadores Italia ho pubblicato questa recensione semiseria a un romanzo davvero particolare: Ferrovie del Messico, di Gian Marco Griffi

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Grinta

Squilla il mio cellulare: sul display leggo Zia Marietta.Prendo la chiamata e prima che abbia il tempo di dire “pronto” vengo investita dalla voce stentorea della zia.

«Io non riesco proprio a capire cosa ci faccio qui in ospedale, quando la gente si cura il covid anche stando a casa sua!»

«Beh, alla RSA non potevano tenerti, e qui ti faranno la terapia antivirale, e poi, come potresti stare a casa, ti sei rotta il femore, ricordi?»

«Lo so benissimo, ma mi sto annoiando a morte! Quando mi faranno questo benedetto tampone?»

«Sei positiva da soli tre giorni… dovrai aspettare ancora un po’!»

Riattacco dopo averla rassicurata: che grinta, grande Marietta, vedrai che supererai anche questa!

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Esclusiva

«Pronto, parlo con Giorgia Meloni?»

«Sono Giorgia, sono italiana…»

«Sì, certo, conosco tutta la tiritera. Scrivo per il blog marisasalabelle e vorrei rivolgerle alcune domande. Intanto congratulazioni per la sua affermazione. Il suo è stato quasi l’unico partito all’opposizione durante il governo Draghi…»

«Certamente, ci siamo opposti con fierezza ai sordidi piani della borghesia finanziaria. Noi siamo dalla parte del popolo, non lo dimentichi.»

«Mi risulta però che su molte questioni, ultimamente, la sua posizione si sia avvicinata molto a quella del governo che pure diceva di avversare. Voi fascisti conservatori siete stati sempre antiamericani, antiatlantisti, mentre negli ultimi tempi vi siete dichiarati fervidamente atlantisti.»

«Ecco come siete voi giornalisti. Se siamo antiamericani ci criticate, se invece appoggiamo la linea atlantista dite che tradiamo i nostri ideali! Fratelli d’Italia è un partito sovranista, non prendiamo ordini da nessuno, ma ciò non toglie che possiamo fare con libera convinzione ciò che ci suggeriscono la NATO, l’Europa e la BCE!»

«E quali saranno i primi provvedimenti del suo governo?»

«Facile: mille euro di pensione a tutti, altri mille da ritirare al bancomat con un clic (è un mio vecchio pallino, questo), flat tax, dentiere per tutti (devo pur dare una soddisfazione a Silvio, le pare?) e soprattutto niente immigrati.»

«Quindi immagino un forte scostamento di bilancio…»

«No no, quale scostamento? Saremo ligi e rispetteremo i vincoli.»

«Intanto ci sarà da approvare la legge di bilancio.»

«Sì, per quella abbiamo già pensato di rivolgerci a Mario Draghi, che in queste cose è bravo. Lollobrigida, mi chiami Mario al telefono, per favore?»

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Come da manuale

Mi chiamano dalla RSA in cui è ricoverata Zia Marietta.

«Un momento che le passiamo l’interno.»

Mi invitano a premere svariati numeri in successione, mi allietano con melodie sintetiche, finalmente una voce umana mi risponde.

«Pronto!»

«Pronto, sono la mamma della signora Marietta.»

«Come dice, prego?»

«Cioè, volevo dire… sono la nipote.» In effetti Zia Marietta ha quasi novant’anni e sua madre è morta da un pezzo.

«Purtroppo la signora Marietta ha contratto il covid. Si tratta di una forma lieve, ma la trasferiamo all’ospedale per la terapia antivirale.»

E così Zia Marietta, che per due anni e mezzo ha vissuto da reclusa, ha limitato all’osso i suoi contatti, si è sciroppata quattro dosi di vaccino e in tutto questo tempo ha scansato il covid, se l’è beccato come da manuale in RSA.

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Innamoramenti

Non posso dire che la vittoria della destra, e di Fratelli d’Italia in particolare, mi abbia sorpreso. Lo sapevamo tutti da tempo. Noi pistoiesi lo sapevamo più di altri, avendo un sindaco di Fratelli d’Italia dal 2017, riconfermato a furor di popolo solo pochi mesi fa. L’aria che tira è quella; gli italiani, in ogni caso, sono un popolo fondamentalmente di destra, pur avendo avuto in passato il più grande Partito comunista dell’Occidente. Altri tempi: uscivamo da una guerra devastante, il fascismo lo sapevamo bene che cos’era. Quindi: italiani conservatori, destrorsi, in parte nostalgici di Mussolini e delle sue “cose buone”.

C’è poi una rimonta delle destre a livello globale, dalla quale non si poteva certo pensare che il nostro Paese restasse immune.

Infine, c’è un elemento che da circa 30 anni a questa parte caratterizza gli elettori italiani, un tempo granitici nelle loro posizioni e appartenenze politiche, fedeli allo scudo crociato o alla falce e martello fino alla morte. Gli italiani si sono scoperti facili all’innamoramento, al colpo di fulmine. Cominciò con Berlusconi. All’epoca io, forse un tantino supponente nella mia appassionata adesione ai valori della sinistra, accolsi la candidatura di Silvio Berlusconi, il nome ridicolo del suo partito, le penne e le spillette, con le più matte risate: e invece avvenne l’impensabile, gli italiani si innamorarono perdutamente di Berlusconi, nonostante le balle che raccontava, le barzellette sconce, la sua volgarità. Anzi, a ben pensarci, proprio per queste sue qualità. Fu un amore duraturo e fedele, che andò avanti per anni. Dopo che la stella berlusconiana cominciò ad appannarsi, gli italiani si innamorarono perdutamente di Beppe Grillo, di Matteo Renzi, di Matteo Salvini: furono amori potenti ma di breve durata. I nostri concittadini scoprirono l’arte dell’amore fugace, del tradimento, di “una botta e via”. Ora è il turno di Giorgia Meloni. Sarà vero amore? O durerà lo spazio di una luna di miele?

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