Il decoro

san leone

Ho sognato che ero seduta per terra davanti alla stazione di Pistoia. Una donna mi diceva di alzarmi:
«Sei russa, non puoi stare lì.»
«Sono russa» ammettevo, «ma sono anche cittadina italiana!»
Non so come sia finita la discussione, perché mi sono svegliata. Io non sono russa, in realtà, ma temo che fuori dal sogno la mia italianità non mi avrebbe aiutata in questo caso. In alcune città infatti (Pistoia non è tra queste, ma nulla esclude che lo diventi presto) è proibito sedersi sugli scalini di edifici pubblici, chiese e monumenti, in altre non si può mangiare per strada o nei parchi e giardini, in altre ancora…
Penso a quando eravamo ragazzi, e alle serate intere che abbiamo passato seduti uno vicino all’altro sugli scalini della chiesa di San Leone. Ora quegli scalini sono protetti da una catena, perché un senzatetto ne aveva fatto il suo rifugio. Penso a quando andavamo in gita coi bambini del catechismo, e alle classi che ho accompagnato in gita scolastica. «Pranzo al sacco!» E dove lo consumavamo il pranzo al sacco? In un giardino, in una piazza, seduti sugli scalini di un monumento. Ora non si può mangiare neanche camminando per strada. Penso ai poliziotti di Law & Order, alla mitica Olivia Benson e all’irascibile Stabler che mangiano frettolosamente street food (che si chiama così proprio perché è un cibo che si mangia per la strada) mentre si avviano sulla scena del crimine. Speriamo che non vengano mai in Italia!
A New York, la scorsa primavera, vedevo, tra mezzogiorno e l’una, frotte di impiegati e commessi, ognuno col suo sacchetto di carta in mano come Charlie Brown, che raggiungevano le numerose piazze che abbelliscono la città, e lì sedevano ai tavolini messi a loro disposizione dall’amministrazione comunale, consumando i loro pasti all’aperto. Ho visto anche dei senzatetto che la sera preparavano i loro giacigli sul marciapiede dei negozi alla moda. La città scorreva loro al fianco, indifferente, forse, ma non cattiva. Fossero stati in Italia, ci sarebbe stata una sollevazione popolare. Eh, sì, noi abbiamo il decoro!

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Chiamata persa

Sono le dieci del mattino e sto mangiando un cornetto in pasticceria, uno sgarro che non dovrei fare, ma si sa, la carne è debole, e la crema chantilly ancora di più. Sento una familiare musichetta provenire dall’interno della mia borsa: recupero il cellulare, ma nei pochi secondi che ci metto la suoneria smette di suonare. Chiamata persa da mio marito. Strano, di solito quando è fuori per lavoro mi telefona la sera, cosa sarà successo? Lo chiamo.
«Ciao, mi avevi cercato?»
«No, assolutamente. Perché?»
«Mi è squillato il telefonino, non ho fatto in tempo a rispondere e ho visto chiamata persa da parte tua.»
«Ah, mi sarà partita per errore. Dove sei? Sento delle voci…»
«Sono al bar.»
«Quale bar?»
«Il Millevoglie.»
«Sei con Elena?»
«No.»
«Come mai?»
«Aveva da fare.»
«E con chi sei allora?»
«Sono sola.»
«No, perché sento delle voci…»
Chiudo la telefonata. E menomale che mi aveva chiamato per sbaglio, figuriamoci se voleva chiedermi qualcosa.

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Sorprese dal web

E poi dicono che girottolare sui vari siti e blog è una perdita di tempo. Io, se non perdevo tempo stamattina, non avrei mai saputo che sul blog dietroleparole.it ci sono ben tre recensioni di libri di Maurizio.
Le linko qua sotto, andate a leggerle, sono bellissime e colgono perfettamente lo spirito di mio fratello.

http://dietroleparole.it/2016/12/04/maurizio-salabelle-il-caso-del-contabile/

http://dietroleparole.it/2015/08/14/maurizio-salabelle-il-maestro-atomi/

http://dietroleparole.it/2015/06/29/maurizio-salabelle-la-famiglia-che-perse-tempo/

Grazie alla sconosciuta lettrice, che sa davvero cogliere ciò che si cela “dietro le parole”, di cui so solo che ha un interessantissimo blog e si chiama, se ho ben capito, Anna.

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Virus

«Marisa, mi sa che il mio telefono ha beccato un virus!»
«Perché?»
«Non lo so… mi compaiono in rubrica nomi che non riconosco, e certi contatti si moltiplicano… guarda: ho tre Annamaria casa e non trovo più Veronica e questo numero sconosciuto, 338 ****, di chi sarà?»
«Il numero sconosciuto sarà di qualcuno che ti ha chiamato e che non hai salvato, Veronica guarda, eccola qui, basta scorrere fino alla lettera V, e i due Annamaria casa di troppo te li cancello. Ok, così dovrebbe andar bene.»
«Ti dico che c’è un virus! Se no, per quale motivo ieri, quando ho mandato la solita lista delle mie medicine all’assistente del medico, mi ha risposto Niccolò?»

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10 libri della tua vita

Gira su Facebook un giochino forse meno scemo di altri, che consiste nel postare per 10 giorni possibilmente consecutivi “dieci libri della propria vita”, solo il titolo, senza commento, e nel nominare contestualmente una persona al giorno che a sua volta posti i dieci libri della sua vita e nomini altrettante persone fino a esaurire l’umanità intera. Io sono stata designata già tre o quattro volte e ho sempre declinato perché detesto le catene e poi perché ho già parlato dei libri della mia vita in un articolo che linko qui sotto per chi non l’avesse letto o lo volesse rileggere. Non si sa mai.
http://www.poliscritture.it/2018/01/16/una-vita-da-lettrice/
E comunque riflettevo, qualche sera fa, arrampicandomi su per la montagna in una strada strettissima e buia per andare a Iano, praticamente in culo al mondo, ad ascoltare la presentazione del libro di Vanessa Roghi La lettera sovversiva, che se c’è un libro della mia vita per eccellenza, questo è senz’altro Lettera a una professoressa. È il libro che ha deciso della mia vita: l’ho letto tra i quattordici e i quindici anni, ho deciso che avrei insegnato, ho deciso che i miei scolari sarebbero stati gli ultimi, gli asini, i ripetenti. Per quel poco che ho potuto, ho mantenuto il mio proposito.
P.S.: non ci avrete mica creduto, che sono andata a Iano inerpicandomi per una stradina di montagna? Mi ha dato un passaggio un’amica, c’è bisogno di dirlo?

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Mettetelo subito in prigione

Il sindaco di Riace Mimmo Lucano è agli arresti domiciliari. Ben gli sta, così impara a commettere irregolarità a fini non di lucro. Che se erano di lucro, si poteva anche chiudere un occhio.
Il centro di accoglienza diffusa noto in tutto il mondo come “modello Riace” viene chiuso. Troppo comodo utilizzare i migranti, anzi, i clandestini, per far rivivere un paese spopolato. O fate dei bambini voi, di puro sangue italiano! E i migranti chiudiamoli nei centri, così almeno potremo dire che mangiano a sbafo con i soldi dello Stato.
I bambini extracomunitari di Lodi per aver accesso alla mensa devono produrre certificati su certificati che attestino la loro povertà nel paese d’origine, perché si è capito finalmente che c’è pieno di africani ricchissimi che vengono a stare in Italia apposta per sfruttare le mense scolastiche.
«Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro:
— Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque, e mettetelo subito in prigione. —
Il burattino, sentendosi dare questa sentenza fra capo e collo, rimase di princisbecco e voleva protestare: ma i giandarmi, a scanso di perditempi inutili, gli tapparono la bocca e lo condussero in gattabuia.» (Carlo Collodi)
«Chi ha orecchi da intendere, intenda.» (Gesù)

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Animalier

Giornata di shopping. Quest’anno va fortissimo l’animalier: guardando le vetrine sembra di essere tornati negli anni ’80, quando questa moda imperversava. Gli abiti che vedo oggi nelle vetrine hanno un taglio diverso rispetto a trent’anni fa ma hanno ripreso quelle fantasie che ho sempre detestato. Gonne leopardate, tubini zebrati, maglie e cappotti tigrati, reggiseni giraffati… riuscirò a trovare qualcosa che faccia per me? Appesi a una gruccia vedo dei pantaloni neri. Peccato che su entrambi i fianchi siano ornati da una fascia maculata. Quella giacca color tabacco non è male, ma perché ha i polsini in finto pitone?
Una commessa si avvicina: «Posso aiutarla?» mi chiede.
«Ecco, vorrei qualcosa di carino, non troppo vistoso…»
«Posso consigliarle questo elegante pantalone a gamba larga e macchie di leopardo. È molto chic, sa, e le starebbe benissimo!»
«Hmm… non so…»
«Può abbinarlo con questo semplice maglioncino nero» insiste, e mi porge una maglia che mi sembra carina fin quando non mi accorgo che un’enorme testa di leopardo occupa buona parte della schiena.
«Non avrebbe qualcosa di più… di meno…»
«Ho qui uno chemisier disponibile in due fantasie: tigrato giallo-nero o zebrato bianco-nero. Se no, questa gonna maculata mucca… è l’ultima moda.»
«No, credo che non faccia per me.»
«Come preferisce, signora» risponde piccata la commessa, e si allontana sui tacchi delle sue scarpette leopardate, scuotendo graziosamente gli orecchini in piuma di pavone.

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Piccolo sermone femminista

Quale futuro aspetta le nostre giovani donne? Il governo sembra avere in mente un programma restauratore che mai avremmo immaginato, almeno noi della vecchia guardia, noi che abbiamo vissuto gli anni ’70, a torto considerati funesti: lo sono stati, sì, per le stragi e i tanti morti ammazzati, ma sono stati anche anni di grandi riforme e innovazioni per la società italiana. Noi, che ci siamo cresciute attraverso, lo sappiamo. Quando il diritto di famiglia poneva l’uomo a capo, quando la donna era obbligata a seguirlo dovunque egli eleggesse domicilio, quando non c’era il divorzio, quando non c’era l’aborto. Oh, io non sono una fan dell’aborto, penso che nessuno lo sia tranne quelle femministe immaginarie con la bava alla bocca dipinte da certa propaganda, però io mi ricordo di quando tante donne abortivano illegalmente: quelle che avevano un po’ di soldi in cliniche private, le poveracce in situazioni di fortuna, o di sfortuna, per meglio dire, visto che tante ne morivano.
Le ragazze d’oggi sembrano nulla sapere di tutto ciò. Perché altrimenti non mi spiego come se ne stiano buone buone ad aspettare una legge che riformi in senso maschilista e reazionario il procedimento della separazione e dell’affidamento dei figli, come non scendano tutte in piazza a difendere la legge 194 minacciata da più parti, come non difendano con le unghie e con i denti i diritti appena conquistati dalle persone lgbt e già sotto minaccia, come non rabbrividiscano di fronte al modello di famiglia e di società che si sta profilando. A me, personalmente, nulla tange di tutto ciò: non posso più rimanere incinta e dover scegliere se portare avanti la gravidanza o meno, non ho più figli minori da gestire e mio marito, nonostante abbia i suoi difettucci, è un uomo che condivide le mie vedute. Ma le altre?
So che esiste un vasto movimento femminista transnazionale che si batte per un modello di famiglia, di coppia e di società diverse da quelle che immaginano coloro che ci governano, e so anche che si stanno mobilitando con una serie di iniziative (vedere in proposito il sito https://nonunadimeno.wordpress.com/) ma mi sembra – spero di sbagliare – che molte giovani donne siano del tutto assenti e forse inconsapevoli, apprezzino in modo miope il cosiddetto governo del cambiamento (che poi il cambiamento lo sta facendo davvero, ma non nel senso in cui molti se lo aspettavano…), si accontentino dei loro lavoretti precari, del vestiario a basso costo di Zara e H&M, di qualche apericena e un fidanzato padroncino, scrollando le spalle e dicendo: «Be’, è così che va il mondo!»
Ragazze, sveglia! È il momento di tirar fuori le unghie!
P.S.: come sappiamo, il papa fa il papa e nessuno può pretendere da lui che sia a favore dell’interruzione di gravidanza. Ma quella battutaccia se la poteva risparmiare…

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Gli Undici

Ho conosciuto Pierre Michon grazie a Vite minuscole, un mosaico di esistenze minori, apparentemente insignificanti, raccontate con rara sensibilità e uno stile raffinato. Lo ritrovo ora ne Gli Undici, un romanzo straordinario che narra la storia di un pittore mai esistito e di un quadro mai dipinto: un’immensa tela che occuperebbe una postazione centrale al museo del Louvre, universalmente considerata un capolavoro assoluto, raffigurante undici protagonisti del periodo del Terrore, durante la Rivoluzione francese. Il tutto reso credibile da un’ambientazione storica eccellente e da una lingua straordinaria. E già che si parla di lingua, sia reso onore anche a chi ha tradotto il libro dal francese, il grande Giuseppe Girimonti Greco, per gli amici GGG.

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Non c’è traccia

Mi sono un po’ distaccata, per forza di cose, dalle questioni che riguardano la scuola, funestata da continue e contradditorie “riforme”. Le colleghe rimaste in servizio mi raccontano orrori, ma è vero anche che il vizio di noi insegnanti è di lamentarci sempre. Ma una cosa la devo dire. Riguarda il modo sistematico in cui lo studio della Storia viene metodicamente scoraggiato e denigrato. A partire dalla riforma Gelmini (2008-10), mai abrogata né da destra né da sinistra, ma semmai ulteriormente pasticciata e peggiorata. La Gelmini rivoluzionò la periodizzazione della materia nel corso degli anni scolastici, incrementando il tempo destinato ad approfondire le civiltà antiche e diminuendo drasticamente quello da dedicare al Medioevo e all’età moderna e contemporanea. Col paradosso che i bambini di 11 anni escono dalla scuola elementare senza avere mai studiato il Novecento, le guerre mondiali, il fascismo.
Ai tempi della Gelmini, per quanto riguarda gli esami di Stato, ispettori solerti raccomandavano ai presidenti di commissione di non autorizzare i commissari di italiano a interrogare in storia. Questa disciplina cenerentola è stata relegata sempre più ai margini del percorso educativo, dove grande importanza hanno acquisito, al suo posto, l’aggiornamento sulla sicurezza nel luogo di lavoro e la produzione del curriculum vitae. Ora il nuovissimo ministro dell’Istruzione, quello che ha studiato fino alla terza media, decide di riformare l’esame di Stato: toglie la Terza prova, una prova che per carità, aveva i suoi limiti, ma che poteva contemplare sei domande a risposta multipla o due domande aperte di storia del Novecento e toglie la traccia di storia tra le proposte per la prima prova scritta. Mi domando: quale studente con un po’ di sale in zucca perderà tempo a studiare più la storia in quinta, se questa materia è magicamente sparita dall’esame di Stato?
Avanti così!

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