Contare gli alunni

Solo chi non soffre di insonnia e inizia a ronfare non appena tocca il cuscino è insensibile alla sofferenza di chi trascorre ore intere nel letto con gli occhi spalancati e una voce nel cervello che dice: «Inutile che ti dia pena, tanto non dormirai.»
Stanotte, invece di contare le pecore, nella speranza di propiziarmi il sonno conto gli alunni. Quanti ne ho avuti, in 38 anno di insegnamento? In base a una mia stima approssimativa, circa 2000. E me li ricordo tutti? Certo che no. Allora, sempre sperando in un effetto appisolamento, provo a richiamarli alla memoria. Il primo in assoluto, questo me lo ricordo: faceva la quinta geometri, si chiamava Marco, era un bel ragazzo alto il doppio di me (quasi tutti sono alti il doppio di me).Quando mi vide davanti alla porta chiusa della sua classe che aspettavo il cambio dell’ora per fare il mio debutto, mi squadrò dall’alto e mi chiese se ero nuova. Alla mia risposta affermativa dichiarò che riteneva improbabile che mi ammettessero direttamente in quinta. Ero troppo piccola, pare.
«Che hai capito» gli dissi. «Sono la tua nuova insegnante. E ora fila al tuo posto!»
Sempre in quegli anni antidiluviani, Piero, un biondino ricciolino e il suo amico Enrico, alto e bruno, un bellissimo ragazzo: erano inseparabili, venivano a trovarmi a casa (abitavo vicino alla scuola), leggevano Kerouac e André Bréton, fumavano canne, uno dei due ha fatto fortuna lavorando come macchinista in teatro (il macchinista è quel signore che allestisce le macchine teatrali e le scenografie e trova tutti gli oggetti strani di cui una rappresentazione ha sempre bisogno), l’altro si è perso nei meandri delle droghe e a me è rimasto il rimorso di non aver saputo aiutarlo a fare di meglio con la propria vita. Massimo si è fatto prete, un altro Massimo è ingegnere, Saverio è giornalista e non è un caso che il giornalista che indaga sulla morte di Efisia si chiami come lui. E poi Romina, che scriveva temi di 12 colonne fitte di una calligrafia minuta, Solange, che attirava intorno a sé crocchi di maschi in piena tempesta ormonale, Daiana (scritto Daiana) che fece finta di sentirsi male durante l’interrogazione di storia non appena le feci una domanda su Francesco Crispi, e Steve che beveva intrugli colorati da certe bottigliette che teneva nello zaino, e Simone, e Daniele, e Gianluca… zzz… zzz…

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Conoscono la mia vita

Mi invitano a scuola per la giornata in cui si premiano gli studenti meritevoli. Tra di loro c’è anche Marcella, che è arrivata seconda al Concorso Salabelle, e visto che si tratta di un’iniziativa che continuo a coordinare, mi chiedono se voglio essere presente. Così vado, e l’aula magna è stracolma di studenti e studentesse: in quest’anno che non ci sono stata, com’è che la scuola si è riempita di fanciulle? Sarò mica stata io, a scoraggiarle?
È bello vedere che tanti ragazzi e tante ragazze hanno partecipato a laboratori e progetti, hanno vinto concorsi, hanno fatto teatro e fotografia. Non sono di quelli che pensano che progetti e laboratori debbano sostituire le vecchie pallose materie, che una loro ragion d’essere ce la dovevano pur avere, comunque è vero che se si riesce a coinvolgerli in qualcosa di interessante i ragazzi danno spesso il meglio di sé.
È l’occasione per rivedere molti colleghi e alcuni alunni: sono particolarmente felice di riabbracciare due veterani come Augusto e Damiano, che propongo subito per il premio alla carriera, dato che sono almeno sette o otto anni che frequentano questa scuola. Parliamo un po’ e mi rendo conto che loro due, accaniti lettori del mio blog e dei miei post su Facebook, conoscono la mia vita meglio di me.
«Allora, professoressa, come fa ora che l’hanno sfrattata dal suo studio?»
«I gerani vengono bene? La lavatrice funziona?»
«E ce l’ha fatta, poi, ad andare in bagno?»

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Lungimiranza

Lungimiranza… una parola che non sembra addirsi ai politici attuali, uomini o donne, italiani o esteri. Cameron indice un referendum sulla Brexit sicuro di sconfiggerla ma viene sconfitto lui. Renzi indice un referendum sulla riforma elettorale strasicuro di vincerlo e perde di brutto. Quattro geniali leader politici si accordano su una legge elettorale oscura e complicata e se l’affossano da sé alle prime discussioni in Parlamento. Theresa May indice le elezioni per avere una maggioranza più forte e per annientare i laburisti: perde la maggioranza assoluta (che prima aveva) mentre i laburisti aumentano i loro consensi…

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La colpa

La legge elettorale che non si sa che pasticcio ne verrà fuori, le elezioni politiche che sembra che non si possa fare a meno di anticiparle, come se aspettare fino alla prossima primavera fosse davvero inaccettabile, le manovre per allearsi con i nemici di ieri utilizzando il solito mantra bugiardo, “non c’è alternativa”, e quello che mi stupisce, discutendo con amici, è che secondo alcuni “la colpa è tutta degli elettori che hanno votato NO al referendum: se avessero votato SÌ ora non saremmo in questo caos”.
No, forse no, ma avremmo una costituzione stravolta, il prodigioso Italicum probabilmente sarebbe stato bocciato ugualmente e ripudiato con disinvoltura dagli stessi che l’avevano lodato come il toccasana che tutta Europa ci avrebbe invidiato e copiato, l’economia andrebbe allo stesso modo asfittico, e alla fine, se è stata data agli italiani la possibilità di votare SÌ o NO vorrà dire che votare NO era perfettamente lecito… e chi ci ha portato in questo casino, errori non ne ha fatto? No, hanno solo sbagliato gli elettori…

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Podcast

Stamattina su Rai 3, al programma Pagina3, si parla tra gli altri di Maurizio Salabelle, definito un grande autore italiano, importantissimo, irrinunciabile!
Linko il sito su cui ascoltare il podcast:

http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-6f8d5372-9f84-4b3c-a5fd-1c73c9f63022.html

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Lavori in corso

Oggi finisce un tempo della mia vita in cui vivevo in una casa con due bagni antiquati e malandati ma complessivamente funzionanti, uno studio in cui potevo rintanarmi per scrivere le mie piccole cose, trascorrendo giornate tranquille in solitudine quasi perfetta, se si escludevano la presenza guaiolante del cane e i concerti rock provenienti dalla camera di mio figlio.
Ora sto in un accampamento, il mio bagno è una rovina di macerie, la mia camera da letto è piena di oggetti spostati da altre stanze, il mio studio è diventato il corridoio di passaggio dei cocci, la polvere ha iniziato ad accumularsi ovunque e il rumore del trapano elettrico mi trapana le orecchie. Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?

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Dovrà aspettare

Evidentemente la cassa del supermercato è un luogo particolarmente stimolante per chi è interessato alle bizzarrie del genere umano, o forse sono io particolarmente ricettiva durante gli inevitabili quarti d’ora di attesa… Devo accompagnare Zia Marietta a una visita di controllo e calcolo il tempo che ho a disposizione prima di dover suonare al suo campanello: come al solito mi sono dilungata in mille piccole cose senza importanza e ora che manca un quarto d’ora all’appuntamento con la zia mi chiedo se farò in tempo a passare dal supermercato per comprare due birre. Ora, si dirà che ho una fissazione per la birra, che sono una viziosa, un’alcolista ben mimetizzata, ma pensateci bene, rincasare alle 13 dopo due ore trascorse con quella santa donna di Zia Marietta, nella sala d’aspetto dell’ortopedico, nel caldo di questo torrido giugno, senza neanche una birretta ghiacciata da bere a canna…
Vado al supermercato, prendo solo due birre, mi dirigo alla cassa, ci vorrà un minuto. Scelgo la cassa veloce, davanti a me c’è solo una signora con giusto quattro o cinque articoli, me la sbrigherò in un attimo. Ma ecco l’imponderabile: arriva una vecchietta con in mano due confezioni di pancarrè.
«Le dispiace?» chiede alla signora che mi precede. «Chiedo solo il prezzo di questi articoli!»
«Prego» risponde la signora e la vecchietta posa i suoi articoli sul nastro. La cassiera li passa:
«Sono 2 euro e 25.»
«No, ma io non li voglio mica comprare! Volevo solo sapere quanto costano, perché nell’espositore non c’era scritto.»
«Signora, se lei non me lo dice, che vuole solo sapere il prezzo, io non posso indovinarlo!»
«L’ho detto alla signora qui!»
«È a me che doveva dirlo… comunque, ora che facciamo? Li vuole o non li vuole questi articoli?»
«No che non li voglio, gliel’ho già detto.»
«Okay, ora glieli storno. Un momento solo.»
«Mi può dire quanto costano?»
«Hmm… questo prodotto qui viene 1 euro e 15, l’altro 1 euro e 10.»
«No, perché sa, sullo scaffale…»
Intanto, non solo sono ancora in coda mentre i minuti passano inesorabili, ma la fila dietro di me è diventata chilometrica. Zia Marietta dovrà aspettare.

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Elezioni

Tra meno di una settimana a Pistoia ci saranno le elezioni amministrative. Pistoia è sempre stata una città rossa, di un rosso che quando ero piccola era il rosso fuoco delle bandiere comuniste e che progressivamente si è annacquato e mescolato ad altri colori nelle nuove formazioni che via via sono derivate dall’originale, a un certo punto, come tutti sappiamo, non più proponibile; il colore di oggi varia dal tricolore PD che recupera parte del rosso iniziale riciclandolo come componente della bandiera nazionale, all’arancio verso cui a un certo punto il rosso è virato, forse ritenendosi ancora troppo acceso, al giallo, che sembra diventato il colore di tutti, ormai. In ogni modo, qualunque fosse la combinazione cromatica, Pistoia, dopo la fine della seconda guerra mondiale, è stata amministrata sempre dal PCI e successivamente dalle varie creature che ne hanno preso il posto, fino ad arrivare all’attuale PD. Il nostro sindaco, un giovane che non ha ancora 40 anni, sembra un bravo ragazzo, criticato da alcuni, amato da altri, e probabilmente verrà riconfermato.
Per queste elezioni (il comune di Pistoia ha 90.363 abitanti) abbiamo nove candidati sindaci, ventidue liste, circa 600 candidati per il Consiglio comunale. Quasi in ogni lista c’è un mio amico o una mia amica, compagna di scuola, collega, vicina di casa… Ogni volta che apro Facebook i loro visi familiari mi sorridono, i loro post, che avevo sempre giudicato simpatici o divertenti o magari insulsi mi appaiono ora forme larvate di propaganda elettorale, anche se dicono semplicemente «Oggi c’è il sole» o «Ieri sono andata al mare.» Menomale che domenica finisce tutto e torneranno a essere persone normali.

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In coda

Vado all’ospedale per richiedere le lastre di Zia Marietta. Allo sportello, prima di me, si accalca un’intera famiglia. Mamma con figlia neonata di neanche un mese, nonna e quella che immagino sia una zia. Un uomo (padre della bimba? zio? nonno?) sta defilato da una parte. La procedura che la famigliola sta attuando dev’essere particolarmente complessa, così si alternano davanti all’impiegata la giovane madre con la neonata in braccio, la nonna con la neonata in passeggino, l’altra signora, mai l’uomo.
«Porta la bimba a fare un giretto» dice una delle donne di una certa età (che sono anche di una certa stazza) all’altra e gliela depone nel passeggino. La nonna o prozia parte, pilotando il passeggino in circonvoluzioni esagerate, che prevedono anche una veloce passata sui miei piedi, nonostante io mi sia messa abbastanza in disparte per non intralciare le manovre. Torna dopo pochissimo, la bambina piange, la discussione tra una delle donne e l’impiegata non sembra volgere al termine, la giovane madre prende in braccio la neonata e la culla, la nonna culla e tentenna con entusiasmo il passeggino vuoto, la mammina improvvisamente decide di allattare, tira fuori un seno e lo porge alla piccola, così in piedi, le trattative allo sportello si infittiscono, il passeggino continua a essere ninnato insensatamente, io vedo tramontare le mie speranze di sbrigarmi in tempi ragionevoli, la carrozzina intanto scossa con energia compie evoluzioni nella piccola sala d’attesa minacciando l’equilibrio di tutti gli astanti: nel frattempo, infatti, si è formata una lunga coda. Dispero di uscirne viva, quando a un tratto, per magia, ecco, hanno finito, e se ne vanno in processione, la nonna col passeggino, l’altra nonna o zia, la madre col bambino al seno, ultimo l’uomo. Tocca a me.

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Mi torna tutto

Sono a casa, suona il campanello della porta, vado ad aprire e, sorpresa! La mia amica Pina è venuta a trovarmi. Pina è una delle mie amiche più care ma ci vediamo di rado perché lei è una creatura estremamente riservata e solitaria, ora poi che ha trovato un fidanzato francese passa mesi interi in quello che definisce “un buco sperduto nella campagna francese”. Perciò la sua visita inaspettata è una vera gioia per me. Ci sediamo sul terrazzino, il tempo è splendido, l’aria del tardo pomeriggio è fresca e la siepe di rincospermo, pur essendo già quasi sfiorita, emana ancora un profumo inebriante. Ci facciamo una birra, ci aggiorniamo sui recenti sviluppi delle nostre vite, passiamo un’ora piacevolissima. Poi Pina mi annuncia che deve andare: l’accompagno alla porta, ci scambiamo la promessa di non lasciar passare così tanto tempo prima di vederci ancora, ci abbracciamo sulla soglia: Pina è una delle pochissime persone che devo chinarmi per abbracciare, è uno scricciolino, un folletto. La saluto con la mano mentre esce dal cancello e mi sveglio tra le lenzuola sudate. Sono le sette, la sveglia è suonata, il cane mugola, mio marito è sceso in cucina a preparare il caffè. La visita di Pina è stata solo un sogno. Ah, ecco. Ora mi torna tutto.

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