Alessandro Leogrande

Sono stata molto turbata dalla notizia della morte di Alessandro Leogrande, giornalista e scrittore. È stato colto da un malore improvviso, così dicono i giornali. Aveva solo 40 anni. Non lo conoscevo di persona, ma avevo letto diverse cose sue. In particolare, alcuni anni fa avevo lavorato, con una mia classe quinta, sul suo libro Il naufragio. Il naufragio in questione è quello della nave albanese Katër i Radës, che andò a fondo nel Mediterraneo il 28 marzo 1997, speronata da una corvetta della Marina Militare Italiana. (Sì, abbiamo fatto anche questo, noi “bravi italiani”.)
A bordo erano presenti circa 120 persone; tra morti e dispersi, si calcola che le vittime siano 81. In appendice al libro, Leogrande ne riporta tutti i nomi.

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Sorprendentemente

Sorprendentemente, il mio post del 20 novembre, Cattiveria, è stato pubblicato su una rivista online, perUnaltracittà (non è un refuso, si scrive proprio così). E stamani, aprendo la mail di un amico pubblicista che periodicamente segnala gli avvenimenti e gli articoli più interessanti (in base al suo metro di giudizio, è chiaro) ancora più sorprendentemente scopro che il mio post è indicato tra le cose significative da leggere…

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4321

Bisogna che scriva qualcosa su questo libro prima che tutto mi si confonda nella mente. La colpa è mia, che soffro di un Alzheimer non ancora diagnosticato ma evidentissimo, ma anche sua, di Paul Auster, che ha scritto un libro che più incasinato non si può. Parlo di 4321, il grandissimo malloppo che l’autore americano ha sfornato di recente. L’edizione italiana è uscita un mese fa, e io ho dovuto comprarlo immediatamente, è chiaro? L’ho tenuto in attesa per un paio di settimane, poi l’ho aggredito, sapendo che non avrei potuto lasciarlo prima di arrivare alla parola fine e che l’impresa sarebbe stata ardua. La storia, come molti sapranno, è quella di un ragazzo nato a Newark nel 1947, proprio come l’autore: il ragazzo si chiama Archie Ferguson e vive quattro vite parallele, anzi, intrecciate tra loro. Sì, perché Auster si è inventato quattro diverse possibilità per il suo alter ego, quattro biografie che in parte coincidono e in parte divergono, con degli elementi in comune e altri fortemente differenziati. Il montaggio a volte dà il capogiro (dunque, quale Archie è questo? E cosa gli era successo nel capitolo precedente?) e spesso è necessario fare avanti e indietro per ricostruire la vicenda di ogni singolo Archie senza confonderlo con i suoi omonimi. Almeno per me, che soffro del morbo di cui sopra. Ma ne vale la pena: ogni Archie è appassionante, ogni alternativa è ricca di sviluppi, forse appesantita da un eccesso di sfoggio culturale (libri, film, opere musicali) e da troppe pagine dedicate a descrivere eventi sportivi (baseball e basket, essenzialmente). Insomma, io mi ci sono appassionata, ma in qualche punto mi son dovuta armare di pazienza. Quello che non perdono a Auster e al suo megaromanzo è che mi ci sono volute due settimane per venirne a capo, e questo ha abbassato notevolmente la mia media di letture mensili… chissà se ce la farò ad arrivare a 120 per la fine dell’anno!

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Naigeria

Felix è un ragazzo nigeriano, anzi, naigeriano, come dice lui. È nerissimo e altissimo, è arrivato da poco e mastica molto male l’italiano. Cerco di dialogare con lui iniziando dalle presentazioni.
«Ciao!»
«Ciao!»
«Io sono Marisa.»
«Io sono Marisa» ripete lui.
«No! IO sono Marisa!» e mi porto le mani al petto per indicare me stessa. «E tu?» lo indico. «Tu chi sei?»
«Tu chi sei?»
«Ricominciamo daccapo. Io sono Marisa» mi indico; «tu sei Felix!» indico lui.
«Tu sei Felix!»
«No, no! TU sei Felix.»
«TU sei Felix…»

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Sta per piovere

«Marisa, il film è domani sera, vero?»
«No, è lunedì.»
«Cinema Roma?»
«Cinema Globo.»
«Piove?»
«Mah… non so cosa dicono le previsioni…»
«No, dicevo il film. Il titolo del film è Piove, giusto?»
«Sta per piovere…»

sta per piovere

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Aver ragione

Discussione tra amici su fascismi vecchi e nuovi. Alcuni temono l’avvento dei 5stelle al prossimo governo, altri sono terrorizzati da un eventuale successo di Salvini.
«Bisogna fare qualcosa per evitare questa sciagura! Far intervenire il Presidente della Repubblica!»
Io non amo né gli uni né l’altro, ma penso che il Presidente non possa far nulla in caso di vittoria di forze politiche che partecipano legittimamente alle elezioni.
«Bisogna stare attenti! Ho seguito un dibattito alla televisione, c’erano Mieli e Villari, non certo gli ultimi arrivati, e hanno detto che sia il fascismo che il nazismo inizialmente erano partiti democratici che sono andati al potere in seguito a regolari elezioni!»
«Un momento: le cose non stanno esattamente così» obietto e spiego in breve com’è andata la scalata al potere dei due regimi.
«Abbi pazienza, non è per contraddirti, ma se l’ha detto Mieli! Vuoi saperne più di lui!»
«Non so esattamente cos’abbia detto Mieli, e dovrei ricostruire il contesto di eventuali sue dichiarazioni, ma per quanto riguarda la sequenza dei fatti, puoi fidarti di me. La storia del nazismo e quella del fascismo le conosco bene.»
«Ma Villari! Avrà ragione Villari! Quello che ha scritto quei malloppi con la copertina rossa… Se non lo sa lui!»
«Non credo che Rosario Villari sia andato in televisione in questi giorni.»
«E perché no?»
«Ehm… è morto…»
Odio aver ragione.

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Cattiveria

C’è tanta cattiveria in giro. Tanta asprezza, tanto malanimo. Gente che aggredisce con male parole qualsiasi cosa facciano certi soggetti sgraditi. Non siamo più al semplice dissentire, al legittimo criticare: insulti, offese, maldicenza pura. Potrei dire che certi personaggi televisivi hanno fatto scuola, potrei dire che molte persone covano rabbia e sono giunte ormai al limite, potrei dire che non ci si vergogna più di esprimersi in modo incivile. Non sono una sociologa e non mi metto certo qui a fare un’analisi della nostra, molto imperfetta, società. Dico solo che ho l’impressione che non si tratti sempre di poveracci che, trovandosi a malpartito, si sfogano come possono: a mio avviso, molti tra i più sfegatati sono persone appartenenti alla piccola o media borghesia, spesso donne, e mi spiace dirlo, gente benpensante, di idee piuttosto chiuse, che nel clima generale si sente finalmente autorizzata a dire a voce alta e scrivere su Facebook quello che prima sussurrava tra i denti in piccole cerchie sicure di amici e parenti. Oggi ciascuno può scrivere le proprie parole avvelenate, e spesso disinformate, in coda agli articoli dei quotidiani online o sotto i post delle persone che detesta.
Mi riferisco, in questo caso, a Massimo Biancalani, ormai per tutti «il prete che porta i profughi in piscina» (qualcosa tipo «il serial killer delle prostitute» o «il giovane che assassinò genitori e nonni» o anche «il mostro di Milwaukee»). Qualsiasi cosa faccia quest’uomo ormai si attira il biasimo universale, espresso nei termini più crudi.
Il sabato, nei locali della parrocchia, alcuni dei suoi ragazzi fanno la pizza. Cosa che avviene in moltissime parrocchie, con volontari pizzaioli e volontari camerieri, prezzi bassi o offerte, senza che mai nessuno abbia gridato allo scandalo. Ma la “Pizzeria del rifugiato” toglie lavoro agli italiani, froda lo stato, non paga tasse, è malsana, è nera. Non serve a nulla citare casi analoghi, ricordare che non si tratta di un esercizio commerciale e che una siffatta iniziativa non è assolutamente concorrenziale nei confronti delle più rinomate pizzerie del centro città, che i pizzaioli hanno frequentato un corso e sono perfettamente in regola con le norme previste per l’attività di produzione e somministrazione di alimenti… no, la ragione non riesce ad abbattere il pregiudizio, quasi mai.
Altro esempio: agli ospiti di don Biancalani è stato proposto un corso di pelletteria. Sollevazione da parte dei bravi cittadini pistoiesi, che non vogliono vedere africani in giro, “palestrati” (è noto che in Libia le palestre sono frequentatissime dai futuri migranti), ben vestiti (magari portano gli abiti smessi dei figli di chi tanto sbraita…) e con tanto di telefonino (perché i poveri, si sa, il telefonino non lo devono avere). Non li vogliono vedere oziosi, ma non li vogliono vedere neanche che studiano, si tratti di corsi di lingua italiana o di corsi professionali e meno che mai li vogliono vedere al lavoro, perché si sa che ce lo stanno rubando a noi, questo lavoro. E così, via agli insulti online, alle frasi offensive, ai ragionamenti senza né capo né coda. Non riporto esempi, tanto tutti sanno di che si tratta.
Ora è avvenuto un episodio spiacevole: uno dei ragazzi di Biancalani è stato sorpreso mentre spacciava marijuana. Certo, non è una bella cosa. È giusto che la polizia faccia il suo lavoro. Ma di qui alla demonizzazione del giovane in questione, di tutti gli immigrati, di don Biancalani e delle strutture di accoglienza in generale, il passo è lungo. È vero che in Italia prima dell’arrivo dei migranti dai barconi la droga non si sapeva nemmeno cos’era…

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Mirto

Ognuno è libero di pubblicare su Facebook quel che gli pare. Be’, non è del tutto vero, in realtà, perché Facebook censura. Ma se non scrivi parolacce o non posti foto di nudi puoi dire quello che ti salta in mente, errori di ortografia e refusi compresi. Ma, a parte i casi di conclamata ignoranza, cosa gli costerebbe alla gente controllare la correttezza di ciò che si apprestano a condividere con, magari, mille o duemila amici virtuali? È quello che mi domando vedendo un post multicolore, ornato con palloncini, cuoricini e fiorellini, sul quale spiccano in caratteri cubitali e ovviamente in stampato maiuscolo le parole:
È MIRTO TOTÒ RIINA.
Mirto? E perché non ginepro?

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In codice

Continuo il mio lavoro certosino di catalogatrice di libri usati (tra l’altro, sarebbe un ottimo titolo per un futuro best seller, no? La catalogatrice di libri usati…) presso Les Bouquinistes. Lemme lemme, del mio passo tranquillo, me ne sono già macinata un bel po’. Oggi Elena non c’è: andata a fare la spesa, mi dice Sergio. Mentre passo in rassegna i volumi e ne trascrivo i dati su un foglio excel, gli racconto qualcosa delle mie vicende editoriali. Lui ascolta, commenta, dà qualche consiglio. In tarda mattinata Elena gli telefona.
«Sì… sì… certo!»
«Allora non sei andata al supermercato?»
«Sì, Marisa è qui. Sta lavorando alacremente…»
«No, tra poco chiudo, ci vediamo a casa!»
Le ultime due frasi sono in codice. Quello che mio fratello sta dicendo in realtà è:
«Marisa è qui e mi sta facendo una capa tanta con le sue chiacchiere. Appena riesco a liberarmi di lei vengo a casa.»

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Kazari

Alla stazione di Pescia, due ragazzi biondi, di pelle chiara, aspettano il treno, smanettano col cellulare e parlano tra di loro in una lingua slava. Un altro ragazzo, scuro, li interpella:
«Siete russi?»
«Sì… più o meno.»
«L’ho capito perché anche la mia ragazza è russa.»
«Noi siamo di Kazakistan.»
«Ah! Kazari!»
«Non siamo cazzari, siamo Kazaki! Di Astana!»
«Eh, non vi arrabbiate! Lo so dov’è il Kazakistan. Anche la mia ragazza è kazara!»
«Non è cazzara, è casacca! Sei proprio maleducato! Se fossi un vero russo sai come ti prenderei a botte!»
«Ma va’, che sei solo un povero kazaro…»

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