Nei pascoli del cielo

Ammiro gli animali ma non li amo. Li ho sempre temuti, fin da bambina, mi mettono a disagio. Ma se penso al Paradiso, ammesso che esista, ovviamente, non me lo posso immaginare senza gli animali. Un Paradiso dantesco con tutti i Beati e le Beate in candide vesti, a cantare le lodi del Signore per l’eternità? E senza cani, cerbiatti, leoni, elefanti? Per carità.
Tutto questo per dire che la nostra Asia, la bastardina che ci ha rotto i coglioni per quindici anni e mezzo, ora corre felice nelle praterie del cielo. Non era il mio cane, non l’amavo particolarmente, non la portavo fuori, non le facevo le coccole. Non volevo animali in casa e ho tenuto il punto per anni nonostante le suppliche dei miei figli, poi, allo stremo delle forze, ho ceduto. La figlia maggiore uscita da poco da una difficile crisi adolescenziale, il fidanzatino che le regala un adorabile cucciolo, gli altri figli entusiasti… ho ceduto. Mai avrei pensato, allora, che i figli se ne sarebbero andati e il cane sarebbe rimasto. È rimasto, è invecchiato, è diventato sordo, quasi cieco, rincoglionito, incontinente. I lettori di questo blog conoscono già i fioretti della Santa Marisa alle prese coi suoi regalini non sempre gradevoli. Eppure, devo confessare che via via che Asia declinava, le forze le venivano meno e la sua presenza comportava tutta una serie di problemi, il mio affetto per questa bestiola cresceva. Provavo pena per lei. Io che ho visto morire tanti esseri umani a me molto cari, mi sono commossa di fronte alla sofferenza di un cane.
Così, anche se non credo nel Paradiso, faccio un’eccezione per lei, e le auguro un felice soggiorno nei pascoli del cielo. Lassù, anche se fa la pipì, c’è l’erba più rigogliosa e profumata che l’assorbirà.

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Buon compleanno

Io me lo ricordo, quel 4 dicembre. Era il 1968, avevo tredici anni e mezzo, ero in quarta ginnasio, facevo casino con la mia migliore amica e il professore di matematica, l’uomo più mite del mondo, giustamente s’incazzava. A casa, la mamma aveva le doglie.
Buon compleanno a te che non ci sei più.

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Italia first

Eh, giusto, tutti gli elementi provenienti da culture non italiane devono essere messi al bando, se no che ne sarà della nostra identità? Troppo facile prendersela coi bambolotti neri. Per prima cosa, negli asili, via tutte le fiabe appartenenti a tradizioni non nostre: Le mille e una notte, le fiabe di Perrault, di Andersen, dei fratelli Grimm. Via anche Esopo, che era un greco. Menomale che Fedro ha più o meno riscritto le sue favolette. E comunque abbiamo le Fiabe italiane di Italo Calvino.
Via il Vangelo, scritto da dei palestinesi, via la Bibbia, via anche sant’Agostino che era africano (orrore!), ma ci resta San Tommaso e siamo a posto. Via gran parte dell’arte e della letteratura, le chanson de geste, Shakespeare e Goethe, via tutta la filosofia, la musica… ma noi italiani siamo stati o non siamo stati campioni in tutti questi ambiti? Vai col Rinascimento, dosi massicce di Ludovico Ariosto e di Michelangelo, ci bastano e ci avanzano.
Ah, e per quanto riguarda il mangiare: eliminare pomodori, peperoni e melanzane, addio alla polenta tanto amata dai leghisti, fino a quando non si sono resi conto che il mais viene dall’America centrale; vino d’accordo, ma birra no, troppo nordica, niente salmone affumicato, basta col caffè e col cioccolato. Per Natale, mele del Trentino, zuppa di farro e olive. Italia first.

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Dialoghetti filosofici

1.
«Ha’visto, ora? Col decreto sicurezza, tutti fòri! ‘Un se ne salva uno, se Dio vòle, tutti a spasso grazie a Salvini.»
«Sì, ma dove andrà questa povera gente?»
«Po’era gente? Po’era gente un cazzo! Finti profughi palestrati… hanno finito di mangiar pane a ufo!»
«Ma tra loro ci sono famiglie, bambini… che faranno ora?»
«O che è affar mio? Ma lo sa’ quanto ci costavano? I famosi 35 euro al giorno, tolti direttamente dalle nostre tasche! Menomale Salvini glieli ha dimezzati, menomale, se non ci fosse Salvini…»
«Lo sai che gran parte di quei 35 euro vengono dall’Europa, non dalle nostre tasche?»
«L’Europa? Bona, ‘ella! Menomale che Salvini gliele ha cantate. Se non ci fosse Salvini do’e si sarebbe, adesso, eh? Me lo dici tu?»

2.
«Ma lo sai ‘l che sta succedendo nel mi’quartiere? Negri a giro dalla mattina alla sera, zingheri a dormire nei giardinetti, donne con una caterva di mocciosi appresso che si sistemano per la notte nel sottopassaggio della ferrovia! Ma in che mondo viviamo, dico io?»
«Povera gente…»
«Che po’era gente e po’era gente! Tutti accattoni e spacciatori! Ma lo sai che le mi’figliole hanno paura a uscir sole la sera?»
«È l’effetto del decreto Salvini, che ha buttato sulla strada migliaia di persone.»
«O’un ha fatto bene? Che ci facevano tutti quei negri e zingheri a mangiar pane a ufo? 35 euro al giorno! Menomale gliel’ha tolti, menomale, va’!»

3.
«Ciao, come va?»
«O, bada, ‘un se ne po’ più! Con tutta questa gentaglia sempre fra’piedi, e tutte le loro cianfrusaglie, e i cartoni che usano per dormire, la città è diventata un letamaio! Ma che gente sono, che ‘un conoscono nemmeno le minime regole d’i vivere in una società civile?»
«Cosa vuoi farci, finora erano nei centri di accoglienza, e pare che non abbiano più diritto… che devono fare!»
«E’ mi pare giusto! Loro nei centri d’accoglienza e gli italiani a dormire in macchina. Ma è finita la pacchia! A proposito: e la tu’ figliola? Non lavorava per una di quelle cooperative di mer… per una di quelle cooperative?»
«Eh, sì, purtroppo ha perso il lavoro…»
«Oh, mi dispiace, bada! Ma dai, ora col reddito di cittadinanza starà benone, e senza più doversi occupare di que’ negracci!»

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Il pelo nell’uovo

Per me, state tutti esagerando con la famiglia Di Maio. Sono brava gente, via! Il padre ha dichiarato 88 euro nel 2017? Poveraccio, si vede che gli affari vanno male. Speriamo che gli arrivi il reddito di cittadinanza. Ha assunto al nero alcuni lavoratori? Be’, siamo sinceri, chi non lo fa. E la ditta era intestata a sua moglie, che essendo professoressa nelle Scuola statale non poteva essere dirigente di un’attività imprenditoriale? Che sciocchezza! Tutte noi professoresse abbiamo sempre diretto ditte, io per esempio sono stata per anni titolare della Salabelle-Nardi S.P.A., specializzata nella produzione e nell’allevamento di esemplari di specie umana. E nessuno mi ha mai detto nulla! E gli abusi edilizi? Via! Due baracche e un carretto in mezzo al campo! I rifiuti? Qualche cartaccia buttata dai bambini. La verità è che c’è accanimento, ecco. Guardate il piccolo Luigi: tutte le estati andava a lavorare nella ditta di papà. Come? Ci è andato un anno solo, e non era nemmeno estate? E nel resto del tempo faceva il cameriere in una pizzeria, ovviamente in nero? Be’, ma voi state proprio cercando il pelo nell’uovo!

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Questo treno

Qui al Grand Hotel Santissima Annunziata il comfort non è massimo. L’ospedale è un casermone in cemento armato, in parte schermato da recinzioni in plastica arancione che farebbero pensare a lavori in corso, se non fosse che, dietro le reti sbrindellate, i monti di terriccio sembrano essere lì da secoli, le gru e le betoniere hanno l’aria di stazionare inerti e l’erba tra le connessure della pavimentazione cresce alta e selvatica.
All’interno, le camere a due letti non sono molto luminose, addossato a una parete c’è un improbabile lavandino mentre il bagno è nel corridoio, in comune tra più camere. Non c’è divisione tra camere maschili e femminili: il vicino di letto della zia è un vecchietto un po’ fuori di testa, che non vediamo, a meno di sporgerci oltre il paravento, ma che sentiamo parlare da solo.
«Be’, quando si parte?»
«La dimettono, signore?»
«No, no, non mi dimetto. Volevo solo sapere quando si parte, perché mi sono stancato di aspettare.»
«Cosa vuole, bisogna aver pazienza!»
«Che non lo so? Questo treno non è mai in orario!»
«Treno? Quale treno?»
«E poi, a dirla tutta, io comincio ad aver fame…»
«Penso che tra poco passino con la cena.»
«Ah! C’è il servizio in cuccetta! Anche se, a dire il vero, avrei preferito andare nella carrozza ristorante. Almeno mi sarei sgranchito un po’ le gambe!»

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Una boccata d’aria

È una bellissima giornata di sole, l’aria è tiepida, spira una brezza gradevolissima. È la giornata perfetta per una passeggiata, e mentre cammino a passo svelto incrocio diverse mamme che spingono passeggini. Certo! Anche la mia pediatra me lo diceva sempre: i bambini devono stare all’aria aperta, portali fuori ogni giorno, anche se fa freddo, basta che non sia in corso un nubifragio. Mentre ricordo questi saggi consigli e rivedo me stessa intenta a spingere carretti per anni e anni di seguito, mi passa accanto una giovane madre. Ha il giaccone sbottonato, non porta guanti né sciarpa né cappello: per forza, c’è un clima primaverile. Il bambino in compenso è bardato come se dovesse affrontare un’escursione al Polo Nord: tutona imbottita, berretto, guanti, sciarpa. Non solo: il passeggino è sigillato da una capote di plastica trasparente che non lascia passare nemmeno il più innocente refolo. Dietro lo scafandro, il piccolo guarda il mondo, che deve apparirgli piuttosto circoscritto e sfocato.

«Ora si torna a casa, vero, amore?» gli sussurra la mamma  al di là della barriera plastificata. «Per oggi, la tua boccata d’aria l’hai presa!»

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Novecento

La cosa che mi ha più colpito, sembrerà strano, riguardo alla morte di Bernardo Bertolucci,è che il Maestro non era mica tanto vecchio. 77 anni appena: il che vuol dire che quando ha girato Ultimo tango a Parigi ne aveva 31 e 35 quando ha fatto Novecento. Io, quando è uscito Ultimo tango ero una ragazzina e non ero autorizzata a vederlo, ma ricordo lo “scandalo del burro” che poi io, ingenua com’ero all’epoca, neanche capivo in che cosa consistesse. Novecento invece sono andata a vederlo quando è uscito e l’ho trovato subito meraviglioso, seppure terribile in alcune scene che mi colpirono: l’uccisione del gatto, la violenza su un bambino, la crisi epilettica della ragazza… Robert De Niro era bellissimo e anche Gérard Depardieu, mentre Donald Sutherland faceva paura con quella sua smorfia da malvagio, per non parlare di Laura Betti…

In seguito,quando insegnavo, ho usato spesso scene della prima parte per spiegare ai ragazzi l’avvento del fascismo agrario. I proprietari terrieri si riunivano in chiesa per decidere come dare una lezione ai contadini che occupavano le terre, e il ghigno di Attila/Donald mentre passava a raccogliere i soldi era più efficace di molte pagine di libro. Una volta, con una delle mie ultime classi, pigiai il tasto dello stop:

«Via, professoressa, vediamone un altro pezzetto!» dissero quei furbastri.

«No, perché la parte che segue non è pertinente e a dir la verità è anche piuttosto audace.»

«Come, come! E che succede?»

«Succede che loro due vanno a puttane…»

«Eh, prof, che sarà mai!»

«Non solo! Stanno in due con una ragazza, e poi a lei viene una crisi…»

Be’, ci credereste? Mi toccò farglielo vedere!

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Non ho fretta

Vado al supermercato di mattina ed è pieno di pensionati. Del resto, cosa sono io, se non una pensionata. Quelli di cui parlo però sono molto più anziani di me, camminano a passo di formica lungo gli stretti corridoi, tenendosi a braccetto, spingendo il carrello e impedendo il passaggio ad altri esseri umani più veloci o frettolosi. Ma che importa, io ho tempo, non ho un autobus che passa, un marito che mi aspetta in macchina, una nipotina da andare a riprendere a scuola. Cioè, pensandoci, anch’io ho un impegno, devo prendere il treno, eh, ma non c’è fretta, non c’è assolutamente fretta. Così prendo il numeretto per il reparto panetteria e mi dispongo ad aspettare il mio turno. C’è solo un signore davanti a me, vuole del pane, si fa mostrare una forma da mezzo chilo, ma non gli riempie l’occhio, poi una da un chilo, ma nemmeno quella è di suo gusto. Infine la commessa gli presenta un enorme pane da due chili, bello, appetitoso, con la sua crosticina croccante.

«Ecco, sì, questo, questo mi garba. Me ne può tagliare un pezzo?»

La commessa divide il pane a metà.

«Ora la metà di questo, se non le dispiace.»

La commessa esegue, prende uno dei due quarti di pane e fa per metterlo in una busta, ma il signore la ferma.

«No, no, quell’altro pezzo… mi garba di più!»

«Desidera altro, signore?»

Il signore compra due grandi vassoi di pasticcini, scegliendoli uno per uno, diversi per forma e qualità, poi un pezzo di focaccia che si fa dividere in quattro, cinque pizzette… Forse dà una festa, penso, il compleanno di un nipotino, ma io tanto non ho fretta, il mio treno è a mezzogiorno.

Finalmente arrivo alla cassa. Una signora appoggia sul nastro i suoi acquisti con grande flemma, la cassiera li passa uno dopo l’altro con altrettanta calma, la signora li accomoda in due capaci borse che si è portata da casa secondo criteri noti a lei soltanto.

«Ecco il suo scontrino e i suoi buoni sconto. Vuole i punti per le padelle antiaderenti?»

«Sì, grazie.»

«Vuole i pupazzetti a due euro? Con la sua spesa ha diritto ad averne tre.»

«Mi faccia vedere… lo scoiattolo l’ho già preso… anche la giraffa… mi dia il coniglio, la mucca e il papero.»

Seguo queste complesse trattative mentre allineo la mia spesa sul banco. Speriamo che la signora non paghi coi buoni pasto, almeno, comunque io non ho fretta, ho tutto il tempo, il mio treno… il mio treno?!?»

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Paolo Albani non esiste

Ieri la libreria Les Bouquinistes ha superato se stessa, presentando uno scrittore che non esiste, Paolo Albani, altrimenti noto come Albano Paoli. Nonostante l’aspetto non proprio filiforme, la rispettabile capigliatura e la barba bianca, la vistosa giacca rossa indossata forse allo scopo di rendersi maggiormente visibile, Albani non esiste. Lo testimoniano alcuni esperti in materia, che hanno pubblicato un cospicuo testo sostenendo, con inconfutabili argomentazioni, la non esistenza del suddetto autore, che pure gode di una certa notorietà. Nonostante ciò, lo scrittore che non esiste è riuscito nell’intento di presentare a un folto pubblico, incuriosito verso tale fenomeno, la sua ultima opera, una raccolta di racconti intitolata I sogni di un digiunatore. La peculiarità di tale opera consiste nel fatto che il volume, non appena acquistato, si sbriciola tra le mani dell’acquirente.

Subito dopo la presentazione, lo scrittore che non esiste è andato a cena con gli amici della libreria e nonostante la sua non esistenza e la sua fama di digiunatore ha mangiato con appetito primo, secondo e dolce, annaffiandoli con vino rosso di Bolgheri.

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