In rima

Oggi non posso fare a meno di condividere con voi la recensione in rima di Rita Bonfanti. Questa autrice si sta specializzando nel recensire romanzi in terzine dantesche o in ottave toscane. Sono godibilissime!

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Candidature eccellenti

«Gino Strada? Oh, be’, certo, Gino Strada, che magnifica idea, chi non sarebbe d’accordo. Va’ che lo chiamo subito.»

Gino Strada? Ma dico io, come ha fatto a venirvi in mente Gino Strada. Come se dicessi Milena Gabanelli presidente della Repubblica, o Rodotà Rodotà. Perché non Papa Francesco, allora. Ora ci scommetti che mi tocca chiederlo davvero a Gino Strada.

«Pronto, Gino? Sono io, Giuseppe. No, mi chiedevo, te la sentiresti…»

«…»

«No, perché sai, la Calabria…»

«…»

«Allora ci conto? Perfetto, ci sentiamo!»

***

«Ragazzi, dovete darmi una mano. Non so come fare a levarmi di torno il Gino. Sì. Gino Strada… l’ho dovuto chiamare, e ora lui vuol venire davvero. Ve lo immaginate? Capace che fa un casino dei suoi…»

«No, Beppe, assolutamente. Gino Strada bisogna levarlo di mezzo. Tra l’altro c’è chi ha dei dubbi sulla sua appartenenza alla razza bianca… Gino sarebbe un disastro, credimi. Bisogna sbarazzarsene.»

«Sì, ma ora non so come fare. Perché lui ha già le valigie pronte, e io che gli dico?»

«Prova a rilanciare. Offri quel posto a Rodotà. Davanti a Rodotà qualsiasi Gino deve fare un passo indietro.»

«Ma Rodotà è morto!»

«Meglio! Così non insisterà per accettare!»

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Gradita segnalazione

La cara Pina Bertoli del blog Il mestiere di leggere segnala il mio libro. Grazie!

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Un giro di coviddi

E comunque, un giro di coviddi alla fine me lo sono voluto fare. Come dice il nostro padre Dante? Non vogliate negar l’esperienza… E se devo proprio dirlo, non è stata una goduria: anche se ho avuto una forma leggera, non sono andata in ospedale e, giubilate con me, sono ancora viva. Forse per la prima volta nella mia vita ho passato tre giorni senza leggere un rigo, e questo la dice tutta. Avevo a metà il primo romanzo di una serie, La figlia del boia, che sembrava promettere grande divertimento ma che in realtà ho trovato deludente, forse per la malattia, non lo so. Sta di fatto che nei giorni in cui mi sono sentita peggio sognavo streghe e malefici, torture e impiccagioni. Nei giorni seguenti, quando sono stata un po’ meglio, con straordinario tempismo ho letto Febbre, di Jonathan Bazzi, e posso affermare che nemmeno questa lettura è stata rilassante… Febbre parla di un giovane che scopre di essere sieropositivo e alterna la cronaca della sua malattia con i ricordi della sua infanzia sfortunata. Candidato al Premio Strega, escluso dalla cinquina, poi ammesso come “sesto tra cotanto senno” per ragioni legate alla rappresentatività delle case editrici indipendenti, Bazzi ha scritto un libro autobiografico che da taluni è stato giudicato un capolavoro assoluto, da altri una mezza ciofeca. Per quanto mi riguarda, l’ho trovato interessante all’inizio,  poi noioso e ripetitivo, perché alla fine, per quanto siano preoccupanti i sintomi, umanamente comprensibili le paranoie, lacrimevoli le vicende familiari, metter su oltre 300 pagine con questo materiale senza portare il lettore allo sfinimento non è impresa da poco. Si aggiunga che io non vado matta per la letteratura del dolore… cioè: il dolore c’è, se Dio vuole non ne manca a nessuno, e ci sono persone più sfortunate di altre, ma purtroppo la letteratura è una cosa e la compassione per le sventure altrui un’altra. Genitori troppo giovani, che litigano, che si separano, che intraprendono nuovi amori e matrimoni che a loro volta andranno a finir male, un bambino ipersensibile, l’ambiente scolastico dove il disagio imperversa, il quartiere composto al 90 per cento di disadattati, tossici o psicolabili, il condominio dove non c’è un appartamento in cui si conduca una vita tranquilla, i nonni peggio dei genitori… Jonathan, dove sei vissuto, possibile che nella tua vita non abbia avuto un solo incontro fortunato, e di tutto questo dolore cosa ne fai, sei capace di rielaborarlo, di dargli forma, di trasformarlo in una storia? Perché sarebbe questo il compito della letteratura… o forse è il covid in me che parla?

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Usca

Quando le ho detto che non stavo affatto meglio ma anzi stavo peggio, la dottoressa mi ha risposto: «Ti mando l’Usca.»

L’Usca! Sarà la sua nuova colf bulgara, o finlandese… che gentile, mandarla ad aiutarmi. O magari è una montanina di quelle rudi, salcigne: «Signora? E’ son l’Usca, m’ha detto la dottoressa di venire a sistemarle casa. Stia pure a letto, si riposi!»

E invece niente, l’Usca è arrivata, ma non era una colf bulgara o appenninica, erano due dottori vestiti da marziani.

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Sapeva di pulito

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere un interessante articolo su Carmilla, una rivista online dal nome vampiresco, intitolato Scrittori cosmo e scrittori cosmetici. L’autrice, Lorenza Ronzano, distingue due categorie di scrittori: quelli cosmo, che creano universi, e quelli cosmetici, che danno all’esistente una bella sistematina e lo mettono in ordine. Tesi intrigante, anche se forse un po’ schematica: perché secondo me non tutti gli scrittori che non hanno la forza di creare un mondo sono necessariamente degli imbellettatori e abbellitori della realtà. Lorenza Ronzano si è diffusa in particolare sugli scrittori-psicologi e tra i cosmetici mette varie star come Crepet e Recalcati. E qui non ho dubbi che abbia ragione.

Il giorno seguente, guarda caso, Massimo Recalcati pubblica su Repubblica una lunga recensione (un’intera pagina) al nuovo romanzo di Donatella Di Pietrantonio, Borgo Sud, che se non ho capito male recupera le due protagoniste dell’Arminuta quando sono ormai adulte. Ora io devo confessare che non nutro una speciale ammirazione per Di Pietrantonio. Ho letto Bella mia e L’Arminuta, li ho letti volentieri, ma non li ho apprezzati particolarmente. Di Borgo Sud Recalcati parla con grande entusiasmo come di un’opera che ha in sé la struttura e la forza della tragedia, e immagino che sia vero. Riserva anche elogi allo stile dell’autrice, che sa essere aspro e duro ma non manca di slanci di struggente lirismo. E come pezza d’appoggio cita tre frasi che riporterò testualmente:

«Ho annusato mio nipote. Sapeva di pulito, la testa di pane ancora tiepido.»

«La montagna era una basilica accecante davanti ai nostri occhi.»

«Vivere in mare senza altri padroni che il vento.»

Ecco. Io non sono portata per il lirismo. Non ci riesco proprio, ho un diavoletto dentro che fa uno sberleffo ogni volta che provo a fare la sentimentale. Ma «vivere in mare senza altri padroni che il vento» mi fa venire in mente la pubblicità di un amaro, sapete, quello dove due amici salvano dagli abissi una preziosa reliquia per poi sedersi davanti al caminetto e gustarsi un meritato bicchierino. Sulla montagna e la basilica sospendo il giudizio, ma sulla prima frase citata vorrei dire una cosa. Sono un’appassionata lettrice di gialli scandinavi, quelli dove l’investigatrice è una mamma che divide il suo tempo tra le indagini e la cura dei bimbi. Non c’è pagina, in quei romanzi, in cui l’eroina non annusi i capelli dei figli sentendo profumo di pulito e di pane appena sfornato. Qualche volta ci sente anche l’aroma dello shampoo.

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Letteratura di viaggio

IL Festival Internazionale della Letteratura di viaggio avrebbe dovuto far tappa in questi giorni a Nuoro, Mandas e Cagliari ma le supreme leggi del Covid hanno deciso diversamente. Perciò andremo online su Zoom, sul canale 272 del digitale terrestre, sulla pagina Facebook di Arkadia editore e non so dove altro ancora. Io ci sarò questo pomeriggio alle 17. Stay tuned!

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San Martino

Cara amica di Facebook, insegnante di lettere in pensione, che ti dai una cert’aria da intellettuale di provincia, partecipi a tutti gli eventi culturali reali e virtuali, condividi tutti i ricordi che Facebook ti propone, hai una tua rubrica in cui parli di poesia e, ogni volta che temi che qualcuno dei tuoi contatti si sia dimenticato di quel raccontino con cui dieci anni fa hai vinto il premio per inediti “Il racconto del cuore” lo pubblichi per l’ennesima volta, ti prego. È l’11 novembre, San Martino. Se proprio vuoi postare sulla tua pagina l’omonimo testo di Giosue Carducci, ti prego, non dire che è un sonetto. Non lo è, non lo è mai stato e mai lo sarà. Grazie per la tua cortesia, la tua affezionatissima etc etc.

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Contare

«Ma è assurdo! Hanno sbagliato tutti i conti!»

«A chi lo dici, io è un pezzo che lo ripeto: state sbagliando i conti! Ma nessuno mi vuole dar retta…»

«È a rischio la democrazia! Il bene del Paese!»

«Devono smettere di contare! Assolutamente!»

«È quello che vado dicendo da giorni. Smettano di contare i voti di quell’idiota, anzi li depennino da quelli già contati, e sarà chiaro a tutti che il Presidente sono io!»

«I voti? Io, veramente, mi riferivo alla conta dei positivi…»

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Colours

«Amici, romani, concittadine e concittadini! Stiamo attraversando un momento difficile, che richiede tutta la nostra attenzione e il nostro spirito di sacrificio. Il governo non si sta risparmiando: la giornata di ieri è stata dedicata interamente alla scelta dei colori. Non potete immaginare come sia stato complicato, nella necessità di ascoltare e soppesare tutte le voci, tutte le esigenze. Alcuni colori sono stati scartati unanimemente: nero, per esempio, troppo luttuoso, e viola, così quaresimale. Diciamolo francamente: chi vorrebbe vivere in zona viola? Abbiamo optato per il fucsia, ma troppo femminista, alcuni egregi presidenti di regione non erano disposti ad avallarlo. Il verde, in effetti, sa un po’ troppo di “via libera”, insomma, per farla breve, dopo lunghe discussioni e pause di riflessione siamo arrivati alla nota scansione rosso-arancione-giallo in ordine decrescente di gravità. A questo punto il grosso sembrava fatto, ma non avevamo tenuto conto della ritrosia, da parte dei governatori, a prendersi il rosso o anche il semplice arancione. Volvano tutti il giallo. Ma non ce n’è, giallo per tutti, benedetti ragazzi! Attilio per esempio non ne voleva sapere del rosso, e lo capisco, è della Lega lui, non è mica comunista. “Lo prenda Bonaccini, il rosso, o Emiliano, che fa tanto il fenomeno!” Insomma, c’è voluta tutta la mia diplomazia e, concedetemelo, tutta la mia pazienza per arrivare a un qualche risultato. Tutto sommato, non siamo messi poi così male. Abbiamo solo quattro regioni in zona rossa e due arancione, tutto il resto è giallo come un limone. Salvo aggiustamenti dell’ultimo minuto, si sa: ma questo è il sale della vita!»

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