La Numero Uno

amelia

Con comprensibile entusiasmo e una gioia infantile, Luigi Di Maio ha presentato al mondo intero la sua creatura: la Numero Uno, la prima carta del reddito di cittadinanza, anzi, la prima CARD, come ha scandito lui nel suo perfetto anglo-napoletano. Proprio come il primo decino guadagnato da Paperon de’ Paperoni, che il ministro ha espressamente citato, la card era custodita in una teca e brillava del suo colore dorato. Il pubblico esultava e il ministro si accingeva a sollevare la cupola di cristallo per estrarre il prezioso amuleto.
Quando, all’improvviso, è arrivata una papera signora dall’aspetto sexy, piuttosto formosa, con un aderente abitino nero, occhi e capelli nerissimi e un becco una bocca provocante. Ha lanciato in aria alcuni petardi e prima che Conte e Di Maio riacquistassero la vista era già sparita, portandosi via la Numero Uno.
Nella vignetta successiva vediamo la papera donna intenta a miscelare una pozione in un grande paiolo, e immergervi, con un sorriso soddisfatto, la Numero Uno.

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Da Houston

Due del pomeriggio. Dopo una settimana di pioggia ininterrotta e fluviale, una bella giornata. Cielo azzurrissimo, sole abbagliante, temperatura mite. Apro la sdraio sul terrazzino, mangio pane e formaggio, leggo un libro, col viso rivolto al sole che mi scalda le guance. E da Houston è tutto.

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In un pomeriggio piovoso

In un pomeriggio piovoso, che più piovoso non potrebbe essere, quattro gatti sbandati si incamminano verso piazza del Duomo. C’è un’iniziativa che coinvolge molti comuni in tutta Italia, si intitola L’Italia che resiste, ha un logo con tante mani alzate di tanti colori, e dovrebbe servire a dire che comunque c’è anche chi non è contento della piega che stanno prendendo le cose, col governo del cambiamento, io non mollo, è finita la pacchia e via dicendo. Sono le due, abbiamo ancora “le frittelle in gola”, come disse il mio preside tanti anni fa quando convocò il collegio docenti nel giorno di San Giuseppe, e sotto il loggiato all’inizio siamo in pochi, poi un po’ di più, poi ancora un po’ di più. Oh, non grossi numeri, giusto quanto basta per fare un girotondo intorno al palazzo comunale, per formare un cerchio tutto intorno alla piazza, per cantare Bella ciao, quella canzonaccia che a certa gente gli fa venire la pressione alta. Servirà a qualcosa? Non lo so. Forse solo a dire: eccoci, ci siamo, siamo quelli che non sono d’accordo.

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Domani

«Mi dispiace per i tuoi orecchini… ma tu non disperarti, ci pensiamo noi amiche a regalartene degli altri! Quand’è il tuo compleanno?»
«Domani!»
«Domani? Veramente?»
Glielo faccio sempre questo scherzo, alla mia amica Marella. Ci conosciamo da cinquant’anni e ancora non ha imparato qual è il giorno del mio compleanno. Così ogni volta che me lo chiede, per preannunciare doni e festeggiamenti che puntualmente non arriveranno, in qualunque periodo dell’anno siamo le rispondo: domani!
«Domani? Ma davvero! Allora devo sbrigarmi… figurati che stavo per dimenticarmene. Ah, che sbadata!»

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Un, due, tre

Primo step: abbiamo sempre votato e sempre voteremo a favore dell’autorizzazione a procedere
Secondo step: leggeremo le carte e decideremo
Terzo step: voteremo contro l’autorizzazione a procedere

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Paura

«I ladri! Davvero hai avuto i ladri in casa?»
«Madonna!»
«Gesù Signore!»
«Santi e sante del Paradiso!»
«Ora cambierai la serratura, immagino.»
«Può darsi… ma non penso che siano entrati dalla porta. Non ci sono segni di scasso.»
«E da dove allora?»
«Dal terrazzino sul retro, attraverso i cortili. Scavalcare la ringhiera non è difficile, specialmente da quando non c’è più la siepe a proteggerla.»
«O mamma, il terrazzino! Era il tuo angolo preferito! E ora come farai? Non ci potrai più stare di certo!»
«Perché?»
«Come, perché. Avrai paura, no? che qualcuno si intrufoli…»
«Metterai le inferriate, no?»
«E certo, quando tuo marito è via, non vorrai più dormire da sola… dopo quello che è successo…»
«Avrai una paura!»
«Bello questo divano! È nuovo?»
«Sì… quello vecchio era da buttare, ma ho aspettato che morisse il cane prima di ricomprarlo.»
«Bello! Ma è bianco…»
«Non hai paura di sporcarlo?»
«Metterai delle fodere…»
No, care amiche. Non metterò delle fodere al divano nuovo, non metterò le inferriate alle finestre, non mi barricherò in casa. Non sono una donna particolarmente coraggiosa, ma mi rifiuto di circondarmi di barriere protettive contro i ladri, contro lo sporco, contro ognuno dei rischi che solo per il fatto di essere vivi corriamo ogni giorno. Continuerò a sedermi sul terrazzino nelle belle giornate, ad aprire le porte e le finestre, a sedermi sul divano bianco e a dormire sola in casa, se necessario. Ho vissuto 28 anni in questa casa prima che entrasse un ladruncolo a portarmi via gli orecchini. Ora, per i prossimi 28, sono a posto.

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Murakami

Murakami è lento. È talmente minuzioso che si preoccupa di descrivere ogni piatto che i suoi personaggi, generalmente giovani maschi single, si preparano per i loro pasti solitari e frugali, oltre a informarci del fatto che si sono strofinati a dovere dietro le orecchie mentre facevano la doccia. Ha l’irritante abitudine di inserire nei suoi romanzi piccoli esseri dalle sembianze umane, alti non più di sessanta centimetri, uomini grandi e grossi che si intrattengono in lunghe conversazioni con delle pietre, giovanotti che si fanno rinchiudere in pozzi sotterranei per riflettere meglio sulla vita.
Io l’adoro. E ora che ho finito il primo volume de L’assassinio del Commendatore, devo assolutamente procurarmi il secondo nel minor tempo possibile!

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Cari ladri

Cari ladri che qualche giorno fa siete entrati in casa nostra,
immagino che vi siate convinti, dopo aver aperto tutti i cassetti e gli sportelli della casa, dopo aver buttato per terra tutti gli abiti, i documenti e le lettere, dopo aver spostato i quadri alla ricerca di eventuali casseforti nascoste, che gli unici beni preziosi che possedevamo consistevano in quella manciata di orecchini, anelli e collane che tenevo alla rinfusa e tutti aggrovigliati nella scatola di legno con su scritto Terranova del Pollino, che mi aveva riportato da una gita la mia figlia più grande, quando era ancora molto piccola. Tenevo quella scatola in bella vista, aperta, sul cassettone, in modo che la trovaste subito e non sentiste la necessità di buttarmi all’aria la casa. Non è stato bello vedere i miei capi di vestiario, la mia biancheria, le mie calze e i miei pigiami sparsi sul pavimento, senza contare il tempo che ci ho messo a riordinare. Per il resto, avere una vostra visita è stato un onore, l’unica cosa che mi dispiace è che abbiate preso tutti i miei orecchini, che sono in assoluto i gioielli che preferisco e che indosso sempre. Non erano di valore, erano perlopiù d’argento, ma a me piacevano e ora mi toccherà farmene regalare di nuovi da mio marito. Se l’avessi immaginato, quella sera avrei scelto con più cura quelli da mettermi, perché non sono del tutto soddisfatta degli unici che mi sono rimasti.

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In morte di una tazzina

A Les Bouquinistes siamo accoglienti e in questi pomeriggi invernali, quando ci troviamo per parlare di musica o di letteratura, offriamo un tè ai nostri ospiti. Al momento di andar via sul tavolino si ammucchiano tazze usate e avanzi di pasticceria.
«Non preoccuparti, Elena, lascia pure tutto così, domattina ci penso io.»
Ma lavare le tazze si rivela complicato nel minuscolo lavandino attiguo al bagno, perciò ho preso l’abitudine di portarmele a casa e di metterle in lavastoviglie. Purtroppo queste graziose creature di porcellana sono talmente a loro agio nell’atmosfera ovattata della libreria che si lasciano prendere dalla depressione non appena vengono portate fuori, nel vasto mondo. Attraversare il centro della città non gli piace, nemmeno stando al sicuro dentro una sportina, e alcune di loro manifestano pericolose tendenze suicide. Qualche settimana fa ci ha lasciato una robusta tazza di ceramica verde a fiori blu, un oggetto sulla cui solidità emotiva avrei messo la mano sul fuoco, gettandosi a capofitto dall’alto della borsa e sfracellandosi al suolo. Oggi due delicate tazzine a fiori si sono immolate: una sono riuscita a salvarla in extremis, per l’altra non c’è stato niente da fare. R.I.P.

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Difendere la Patria

Io lo so che processare Salvini per il sequestro dei migranti sulla nave Diciotti lo renderà un martire e accrescerà i consensi sulla sua persona. Lo dice anche lui, d’altronde: Stavo difendendo la Patria! Sono pronto a rifarlo! Andrò in prigione! E chi di noi non difenderebbe la Patria, qualora fosse attaccata da 177 negri? E non è fantastico, il coraggio col quale offre il petto al nemico? Ci voleva, un vero uomo pronto a difenderci dall’Invasione!
E nonostante ciò, credo che sia giusto chiamarlo a rispondere di un reato, se è vero, come pare, che un reato c’è stato. Pazienza se questo non sarà altro che propaganda per lui. E chi dice che non si fa opposizione a colpi di processi, cosa conta di fare, davanti a crimini che si ripetono e che vengono rivendicati con tracotanza?
Intanto, mentre il nostro eroe aveva più volte affermato di voler affrontare il processo e se necessario andare in prigione pur di portare avanti i suoi ideali, zitti zitti quatti quatti i compari di governo fanno i conti su quanto voti ci vogliono per evitare l’incriminazione…

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