Posapentole

Non sono una nostalgica dei bei tempi andati e del centro cittadino pieno di negozietti che, signora mia, hanno tutti dovuto chiudere, sconfitti dalla grande distribuzione e sostituiti da altrettanti ristorantini, osterie e pub. Tuttavia devo ammettere che ci sono volte in cui rimpiango quelle bottegucce antiquate, dove era possibile comprare oggetti di scarsissimo valore e di massima utilità, che al giorno d’oggi sembra impossibile reperire.
Avete un tavolo da pranzo? Dovete posarci sopra una padella rovente senza che il legno del piano ne risenta? È chiaro che avete bisogno di un posapentole. Io ne avevo alcuni di corda intrecciata, ma sono diventati impresentabili, tutti sfilacciati, unti, anneriti da anni di uso quotidiano. Devo comprarne degli altri. Al supermercato non li tengono, dai cinesi nemmeno. Nei negozi per la casa ci sono, hanno forma di teiera o di mela, costano una sassata. Altrimenti potrei comprare degli anelli di plastica che possono servire anche come portatovaglioli. Menomale che esiste il mercato del mercoledì, dove a una bancarella trovo gli umili posapentole di corda intrecciata, parvos sed aptos mihi, al modico prezzo di un euro cadauno.

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Caro SPAM

Caro SPAM,
che genere di informazioni hai ricevuto su di me per propormi tutti i giorni, con ammirevole costanza, diete che potrebbero farmi perdere 30 chili, pomate che potrebbero allungare il mio pene, metodi per avere orgasmi da urlo, montascale elettrici e poltrone relax per anziani e disabili? Caro SPAM, io non sono come tu mi immagini. Non ancora, perlomeno.

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Ruote

Riuscire a procurarsi un carrello al supermercato non è così banale come sembra. Innanzitutto dipende dal giorno e dall’ora: ci sono momenti in cui il parco carrelli del tuo supermarket è desolatamente vuoto. Se invece ne trovi qualcuno ancora disponibile devi riuscire ad accaparrartelo. Se hai una moneta di formato giusto, puoi inserirla nell’apposita fessura e sperare che scatti l’ingranaggio, in modo da poter staccare il tuo carrello dalla fila degli altri parcheggiati. Non sempre le cose vanno per il verso giusto: non hai monete, non hai monete adatte, l’ingranaggio non funziona, il carrello rimane ostinatamente agganciato agli altri. Se ti va bene, hai circa un trenta per cento di possibilità che le ruote del tuo carrello scivolino con grazia sul linoleum e non si inceppino di punto in bianco costringendoti a strane evoluzioni per riuscire a procedere.
Infine, hai fatto la spesa. All’uscita, incontri l’amico senegalese che si offre di portarti il carrello fino alla macchina e di caricarti le borse della spesa nel portabagagli in cambio della monetina che avevi inserito nella fessura. Una transazione più che equa. Mentre andate verso l’auto (e tu non ricordi mai in quale fila l’hai lasciata) si svolge tra voi una piccola conversazione.
«Marito?»
«È in Germania.»
«Anche settimana scorsa!»
«Sì. Torna stasera.»
«Posso fare domanda?»
«Certo.»
«Perché tu sempre prende carrello con ruote che non gira?»

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Lodevoli sforzi

Ritenevo che il ciclo vitale dell’Efisia (il libro, dico, non il personaggio, che era morto fin dalla prima pagina) fosse ormai concluso, ma da qualche tempo mi arrivano segnalazioni in senso contrario.
Incontro un’amica: «Allora, stai scrivendo?»
Risposta standard: «Ho presentato una proposta all’editore e sto aspettando che mi risponda.»
«Che bellezza! Non vedo l’ora di leggere un tuo nuovo libro! Intanto mi sono riletta il primo, mi garba tanto!»
Un’altra mi manda un messaggio WhatsApp: «Finalmente sto leggendo il tuo libro, l’ho preso in biblioteca.»
E un nuovo amico, su Facebook, mi scrive in privato per dirmi che sta leggendo il mio romanzo. L’ha comprato in una bancarella dell’usato.
Sono felice, ovviamente, e mi congratulo con tutti. Ma un diavoletto dentro di me pensa: «Rileggere, prendere in prestito, comprare usato? Ma cosa vi passa per la testa? In questi casi bisogna ordinare una nuova copia, intonsa, presso il libraio di fiducia, perché questi vostri lodevoli sforzi, mi dispiace dirvelo, non fanno salire le vendite di una sola copia!»

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Gianni

Era da un po’ di tempo che non avevo notizie di Gianni. Gianni, uno dei miei alunni più dissacranti e provocatori. Così, quando qualche giorno fa, nella sua solerzia, Messenger mi ha informato che Gianni era online, non ho saputo trattenermi dal mandargli un saluto. Oggi si fa così, su Messenger: ti appare sullo schermo una mano aperta, basta che ci clicchi sopra e hai inviato un saluto. Se poi chi è stato salutato vuole ricambiare, clicca a sua volta… lo so, sembra proprio una cavolata, e lo è. A mia scusante posso solo dire che sono molto affezionata a Gianni. L’ho salutato, lui ha risposto, ed è nata una breve conversazione.
«Ciao Gianni! Come stai?»
«Tutto bene, prof, ma Lorenzo mi ha rotto un dito. Lei come sta?»
«Tutto bene anche per me. Un abbraccio.»
«Anch’io l’abbraccio, prof, ma ci tengo a ribadire che Lorenzo mi ha rotto un dito.»
Avevo sorvolato su quell’inquietante particolare, ma a questo punto mi tocca dire qualcosa.
«Com’è possibile? È stato un incidente, immagino…»
«Abbiamo avuto un piccolo diverbio… l’ha fatto volontariamente!»
«Vuoi che lo denunci ai carabinieri?»
«Non importa, l’ho già perdonato.»
«Sei un buono, in fondo…»
P.S.: se qualcuno trova surreale questo dialogo, tenga presente che si tratta di Gianni…

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My English

A lezione di inglese si commenta lo speech di Donald Trump all’Assemblea delle Nazioni Unite.
«Did you listen Melania Trump? Her English is very bad!» dice la nostra teacher.
«Also my English is bad…»
«But you aren’t the U.S. First Lady!»

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Cuore di mamma

L’appartamento di Bologna è libero, le chiavi sono state prese, i bagagli sono pronti, i due Enrichi sono in partenza. Nell’ingresso conto: tre zaini, due valigie enormi, una chitarra, alcune borse di plastica. Contenenti padelle e provviste alimentari. Specialmente il pane di Enrico2, perché, si sa, nemmeno a Bologna l’arte della panificazione è conosciuta.
«Come pensate di arrivare a Bologna con tutta questa roba?»
«Mamma, come vuoi che facciamo! La carichiamo sul treno per Prato, a Prato prendiamo la coincidenza per Bologna, a Bologna prendiamo un taxi. Tu puoi accompagnarci alla stazione?»
«Certo!»
«Anzi, quasi quasi… ci accompagneresti a Prato?»
«Hmmm… va bene…»
«Però guido io perché tu vai come una lumaca.»
«Okay! Quando pensi di partire?»
«Oh, c’è tempo! Il treno è alle 10.38!»
«Meglio arrivare dieci minuti prima…»
«Mamma, di qui a Prato ci sono dieci minuti d’autostrada, quando vuoi partire, all’alba?»
Così, nel momento che lui giudica opportuno, la mia Panda carica all’inverosimile, gli Enrichi davanti e io dietro con accanto una valigia messa per ritto che minaccia di crollarmi addosso ad ogni curva, partiamo. Naturalmente c’è traffico, il tratto di superstrada che immette in Prato è caotico, le indicazioni non sono buone o siamo noi che non riusciamo a interpretarle, sta di fatto che perdiamo clamorosamente il treno.
«Sai che si fa? Ti riporto a casa e vado a Bologna con la macchina! Te la riporto domani!»
«Ma certo, caro! Com’è che non ci abbiamo pensato prima?»

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Aiuto!

No, ma veramente ci sono, mimetizzate tra di noi, donne che chiamano la loro vagina Fiorella, lo sperma Mielino, il sesso «fare le cose da grandi» e il sangue mestruale «la rugiadina»?
AIUTOOOO!

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Puntuale

Puntuale come le stagioni, implacabile come le piogge autunnali è tornato Enrico2, amico e sodale di Enrico1, il Figlio. È arrivato senza mozzarelle ma con caciocavallo e grandi quantità di pane, dato che, come è noto, in Toscana non si conosce l’arte della panificazione.
I due Enrichi si sono iscritti all’Università di Bologna per la laurea specialistica e stanno per trasferirsi nella dotta città, ma finché non avranno le chiavi dell’appartamento che hanno preso in affitto faranno avanti e indietro e, naturalmente, il secondo Enrico sarà mio ospite. C’è di buono che quando sono insieme gli Enrichi sono completamente autosufficienti. Vanno al supermercato e tornano con borse colme di derrate alimentari. Mettono a lessare quattro patate, un mazzo di rape, dei broccoli. Cuociono una quantità industriale di riso e allestiscono un piatto unico di dimensioni pantagrueliche unendo gli ingredienti sunnominati, li saltano in una grande padella e se ne vanno a mangiare davanti alla televisione. Io, in cucina, mi accontento di un po’ di formaggio e contemplo lo spettacolo della montagna di pentole, padelle, tegami e tegamini, cucchiai di legno e mestoli di acciaio inox, piatti, scodelle, zuppiere, contenitori… e inizio a caricare la lavastoviglie.

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Salamelle

Navigo pigramente su Facebook quando mi imbatto in un post che pone una domanda oziosa: quali sono i modi in cui il vostro cognome è mai stato storpiato? Oh, per me, col mio cognome improbabile, è stato un continuo. Salabella, Sarabella, Sarabelle, Sarabelli. Anche Sara Belli, se è per questo. Sulla Nazione, quella volta che fui salvata dai pompieri (sì, mi è successo anche questo…) ero diventata Marisa Isabella. Una preside che ho conosciuto mi chiamava Salabè, che peraltro è un cognome che esiste. Ma l’apice è stato raggiunto sul sito del Premio La Provincia in Giallo, quando tra i finalisti saltò fuori una certa Marisa Salamelle. Si capisce che questa versione, per così dire mangereccia, del mio riverito nome ha suscitato una certa ilarità tra i commentatori di quel post: sa di sagra paesana, scrive qualcuno, qualcun altro mi chiede del premio, a stretto giro ricevo una richiesta di amicizia. Accetto benevolmente e la nuova amica mi messaggia in privato:
«Voglio leggere tutti i tuoi libri!»
«Te la cavi con poco: ne ho pubblicato uno solo…»
«Lo compro subito su Amazon!»
E poi dicono che Facebook non serve a niente.

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