Sono venuto quando ho potuto

Non voglio essere banale. Le cose che sto per dire le hanno già dette in tanti e molto meglio di come posso dirle io. E allora che le dici a fare…
Le dico perché sono inquieta, preoccupata. Le fiacche parole dei politici “di sinistra” o “democratici” a proposito della sparatoria di Macerata. Le terribili parole, viceversa, pronunciate da esponenti della destra. La manifestazione annullata: il sindaco che scongiura gli antifascisti di non manifestare per amore della quiete della città. Gli antifascisti che “responsabilmente” decidono di dar retta alle parole del sindaco. Il ministro Minniti che “menomale, altrimenti avrei dovuto proibirla”. Lo stesso ministro che si congratula con se stesso per i famigerati accordi con la Libia per frenare gli sbarchi, perché lui i fatti di Macerata li aveva immaginati, previsti, e sarebbero sicuramente accaduti, senza il suo provvedimento.
Come dite? Sono accaduti lo stesso? Ah…
E misure straordinarie che tutti promettono, da destra e da sinistra. Espulsioni di massa. Rafforzamento dei confini. Assunzione di poliziotti. La religione islamica deve diventare illegale. E nessuno che fa visita ai feriti, tranne il ministro Orlando, dopo quattro giorni, “sono venuto quando ho potuto”…

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Lavori in corso

Da qualche giorno la mia casa si è trasformata in un castello medievale. Impenetrabili barriere la circondano, un fossato è stato scavato davanti al cancello e un ponte levatoio è stato allestito per permettermi di uscire. Da una feritoia vedo arrivare mia figlia: per attraversare il ponte solleva graziosamente il suo lungo abito di velluto bordeaux.
«Venite avanti senza timore, monna Francesca» le dico, «ma fate attenzione al fango. Non vorrete imbrattare i vostri preziosi stivaletti!»
«Cosa succede, madre?»
«Gli uomini del re hanno scavato una fossa lungo tutta la strada… credo che vogliano proteggere le nostre abitazioni…»
«Ma che dite, madre! Stanno semplicemente riparando le condutture dell’acqua. Ricordate quel sibilo che udivamo nelle fredde notti invernali?»

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Delizioso

Invecchiare ci rende più tolleranti? Dovrebbe essere così, e io in effetti, se ripenso alla me stessa giovane e un po’ arrogante, penso di essere diventata, con gli anni, più indulgente verso gli altri, anche quando palesano idee che proprio non condivido. Ma evidentemente è rimasto in me qualcosa della Marisa sarcastica e tagliente di una volta.
Sono con le mie amiche Mara e Marella che nei giorni tra la fine di gennaio e l’inizio del Festival di Sanremo, in concomitanza con la Giornata della Memoria, si sono sorbite una serie di film sulla Shoah di cui parlano con entusiasmo.
«Una storia drammatica, ma addolcita dallo sguardo innocente di un bambino… una poesia, ti dico…»
«E Schindler’s List… un film delizioso!»
Poesia? Delizioso? GRRR…

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Sei nuovo

Come tutte le scuole, anche la nostra scuola di italiano ha bisogno di un coordinatore e c’è Marzio che spontaneamente si è assunto questo compito. Alto, con una massa di capelli candidi, Marzio è il decano di noi volontari, tutti pensionati, tutti ben oltre la sessantina. Chiama i ragazzi, sgrida i ritardatari, fa l’appello e aggiorna un suo schedario che contiene i dati di tutti. Gira per l’aula dove teniamo lezione, uno stanzone multiuso, che la mattina è aula scolastica, il pomeriggio sala di studio e ricreazione, la sera sala da pranzo, col suo registrino e una scorta di schede da compilare per i nuovi arrivati.
«Dunque, Abu c’è… Biran pure… Felix invece non lo vedo! E tu? Chi sei? Sei nuovo?»
«Sì, è nuovo… non parla ancora italiano.»
«Ah, e come ti chiami?»
«Baba.»
«Ah, ma sei Baba, allora! Altroché nuovo, Baba è qui da mesi!»
«Ti sbagli, Marzio: quello di cui stai parlando è Babu. Questo invece è Baba.»
«Ah, Baba… allora aiutalo a compilare la scheda, per favore.»
Io e Baba riempiamo la scheda, poi vado a riconsegnarla a Marzio.
«Di chi è questa scheda? Ah, Baba. Hmm… non mi pare di conoscerlo!»
«È nuovo, Marzio. È arrivato ieri.»
«Ah, già, Baba. Arrivato ieri, giusto.»
Passa mezz’ora e Marzio è nuovamente al nostro tavolo. Guarda il giovane seduto accanto a me strizzando gli occhi.
«E tu chi sei? Sei nuovo?»

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Non è fascismo

Non è fascismo, dice Matteo Salvini. Che esagerazione! Be’, ha ragione. Non è fascismo andare in pellegrinaggio a Predappio, il paese natale di Mussolini. Non è fascismo uno stabilimento balneare decorato da insegne e scritte inneggianti al Duce e pieno di graziosissimi gadget e poster raffiguranti Mussolini. Non è fascismo continuare a dire che “il fascismo ha fatto cose buone”, non è fascismo inneggiare alla razza bianca, non è fascismo sparare a caso su dei passanti solo perché sono neri. Non è fascismo. Sono solo delle innocenti birichinate.

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Riconoscerà la mia macchina…

Ebbene, lo confesso: ho urtato una macchina mentre parcheggiavo. E non posso nemmeno portare come scusante il fatto che il posto era stretto: era grandissimo, in realtà, ma ho calcolato male la distanza e mi sono ritrovata letteralmente sopra l’auto posteggiata dietro a me. Un danno minimo, quasi invisibile, la tentazione di far finta di nulla e andar via fischiettando, la sofferta decisione di lasciare un biglietto con tante scuse e il mio numero di telefono, l’arrivo, proprio in quel momento, di una famigliola, nonno, nonna a nipotina.
«Nonno, quella signora ha urtato la nostra macchina!» grida la voce dell’innocenza.
Ho finito il mio parcheggio come meglio ho potuto, sono scesa di macchina e mi sono cosparsa il capo di cenere. Il proprietario dell’auto danneggiata è stato molto gentile e abbiamo finito per scambiarci i numeri di cellulare e aspettare il responso del suo carrozziere.
Passa qualche giorno e sto parcheggiando nel piazzale del supermercato. Sto molto attenta, non vorrei ripetere l’errore dell’altro ieri. Esco di macchina senza aver urtato nessuno e mi viene incontro un uomo con un cappello calato fino agli occhi.
«Signora! Scommetto che non mi riconosce!»
«Ecco… veramente, io…»
«Riconoscerà almeno la mia macchina!» aggiunge, indicando la monovolume dal parafango leggermente sbucciato.

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Candelora

Oggi, 2 febbraio, è la Candelora. Conosco due proverbi alternativi:
1. Per la Santa Candelora dell’inverno semo fora, ma se piove e tira vento dell’inverno semo drento
2. Per la Santa Candelora se piove o se gragnola dell’inverno siamo fora, sole o solicello dell’inverno siamo dentro
Scegliete quello che meglio si adatta alle vostre esigenze. Io, visto il tempo che fa a Pistoia, per quest’anno preferisco il numero 2.

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Polli turchesi

In fondo al cortile c’è un muro e dietro il muro c’è il giardino del vicino, con alberi altissimi. Sono perlopiù magnolie, che fanno quei bei fiori bianchi, querce e un cedro, anni fa c’erano anche due pini ma il vicino li ha fatti tagliare perché temeva che ci crollassero addosso. Peccato, da un lato, ma meglio così, non solo per il pericolo che rappresentavano, ma anche per l’enorme quantità di aghi che si ammucchiava nel mio cortile. Su questi alberi svolazzano, si fermano, nidificano uccelli in gran numero, ed è un continuo cinguettare, estate e inverno. Li guardo dalla finestra della mia camera da letto: li intravedo appena camuffati in mezzo ai rami o mentre si spostano da un albero all’altro. Sono grigi o neri, una volta ne ho visto uno grande, bianco, con le ali screziate. Mi piacerebbe dargli un nome, ma le mie conoscenze in materia sono davvero scarse. Menomale che c’è la mia amica Laura, che ha la passione del birdwatching. Penso di scattare qualche foto e di mandargliela con WhatsApp. Peccato che le mie competenze in fotografia siano pari a quelle in ornitologia, cioè vicine allo zero: gli scatti che le invio rappresentano un prato, la chioma di una quercia o un cielo invernale, ma guardando attentamente si può scorgere al centro di ognuno un uccello microscopico, il più delle volte sfuocato, di colore indistinto. Laura, che è in Costarica, mi risponde con immagini di pappagalli multicolori, picchi sgargianti, polli turchesi e tucani.

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Un nuovo allievo

Ieri alla scuola di italiano ho conosciuto un nuovo allievo. Viene dalla Nigeria, ha 23 anni, è arrivato in Italia due mesi fa, sbarcato a Lampedusa, ed è qui da soli due giorni. Non parla italiano, legge a fatica lo stampato maiuscolo, biascica un inglese approssimativo mangiandosi metà delle parole e io, che capisco poco l’inglese di Sua Maestà Britannica, figuriamoci quanto capisco il suo. A un certo punto si leva il berretto e mi mostra il capo coperto di macchie: sono cicatrici di ustioni, gliele hanno fatte in Libia, riesce a farmi capire.
«Dovresti vedere le sue spalle» mi dice Massimo. «Tutti quelli che passano dalle carceri o dai campi in Libia vengono picchiati e torturati ferocemente.»
Questo lo racconto per quelli che blaterano di «falsi profughi», «ragazzoni grandi e grossi più in forma di tutti noi», «gente che viene qui solo per farsi mantenere a spese di noi italiani» e anche per quelli che sostengono che il Decreto Minniti, che cerca (con risultati alterni) di fermare gli sbarchi ben sapendo che la sorte di queste persone è il carcere o il campo di concentramento in Libia, con percosse, torture e anche la morte, è stata una mossa veramente azzeccata e opportuna, perché «non possiamo accogliere tutti» e «l’Italia non ce la fa.»

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Sibilo

Arriva nostra figlia Francesca, quella che bada a ogni dettaglio, che sente tutti gli odori e rumori sospetti, che avverte doloretti in ogni parte del corpo.
«Babbo, ti sei accorto che la tua macchina fischia?»
«Fischia? Ma che dici!»
«Vieni, vieni fuori a sentire.»
Usciamo tutti e ci posizioniamo accanto alla vetusta Mercedes, una macchina che somiglia in modo preoccupante a un carro funebre e che a Pistoia hanno solo mio marito e alcuni albanesi e rom. In effetti dalla vettura proviene un sibilo: una gomma forata? La ventola? Problemi al motore?
«Io non sento nulla!»
«Per forza, babbo: sei sordo!»
Accostiamo l’orecchio ai pneumatici, alla carrozzeria, al cofano: il fischio c’è ma non si capisce da dove venga.
Più tardi mio marito e io usciamo: parcheggiamo davanti a casa di mia madre, uscendo di macchina proviamo nuovamente ad ascoltare, ma il fischio non si avverte più. Mio marito fa spallucce: la macchina è vecchia, è arrivato il momento di rottamarla. E quando le macchine cominciano a capire che il padrone se ne vuole sbarazzare iniziano a fare qualche dispettuccio.
Qualche giorno dopo Francesca torna a trovarci:
«Ho capito da dove viene il sibilo! Non dalla macchina! C’è un tombino vicino a dove la parcheggi: il rumore viene da lì. Dovete allertare il Comune!»
Scuotiamo il capo all’unisono: Francesca! Sempre la solita!
Il giorno dopo una ruspa è al lavoro nel cortile davanti alla porta del vicino: sta scavando enormi cucchiaiate di terra.
«Hai visto Franci? Il vicino vuole risistemare il giardino davanti casa.»
«Ma come, mamma! Non hai capito? È per il sibilo… veniva dal suo cortile!»

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