È tutto relativo

«Il Covid è clinicamente morto.»

«Berlusconi positivo al Covid, è asintomatico.»

«Sì, ora sto meglio, non ho più la febbre!»

«Berlusconi ricoverato, sta bene.»

«È stata l’esperienza peggiore della mia vita.»

«La sua carica virale è altissima, se si fosse ammalato a marzo-aprile sarebbe morto!»

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Et in Arkadia ego

Arkadia è una giovane casa editrice sarda, nata nel 2009. Pubblica saggi, testi turistici e culinari, opere storiche e tanta narrativa; ha anche una collana di racconti e romanzi latinoamericani, diretta dall’eccellente Marino Magliani. Io, su Arkadia, ci avevo messo gli occhi già da un po’: avevo scritto un romanzo ambientato in Sardegna e mi sarebbe piaciuto tanto pubblicarlo con loro. Due anni fa a Firenze, a una fiera del libro alla Fortezza da Basso, incontrai Marino, col quale ero in contatto tramite i social ma che non conoscevo di persona. Fu lui a presentarmi a Riccardo Mostallino, l’editore, e io con la sfrontatezza che mi contraddistingue gli dissi che avevo un manoscritto da proporgli. Gli sono stata dietro: gli ho scritto, sono andata a parlargli al Salone del libro, l’ho tampinato finché non mi ha detto sì, che l’avrebbe pubblicato.

Si intitola Gli ingranaggi dei ricordi e narra le avventure di due gruppi familiari, i Dubois, che sono tre fratelli (due ragazze e un ragazzo) appena adolescenti e gli Zedda, una famiglia appartenente alla buona borghesia cagliaritana. Siamo nel 1943, la guerra in Sardegna è finita ma la regione è completamente isolata, Cagliari semidistrutta, le famiglie sfollate. I ragazzi Dubois vagano da un capo all’altro dell’isola, gli Zedda si sono rifugiati a Sanluri, un paesotto dell’interno. Intanto a Roma inizia l’occupazione e si formano i Gap, nuclei di resistenza urbana. Saranno loro, nel marzo 1944, a compiere l’attentato di via Rasella… Cosa c’entra con gli Zedda o coi Dubois? C’entra, c’entra.

Non dovrei divulgarlo, non ancora, almeno, ma se andate su Amazon e fate una ricerca col mio nome trovate copertina, titolo e presentazione del libro. C’è anche scritto che esce il 1° gennaio 2030, ma non è vero. Esce il 24 settembre 2020. Io non vi ho detto nulla, eh!

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Un bell’anniversario

L’otto settembre del 1943 è stato, come tutti sappiamo, il giorno dell’armistizio: l’Italia si è arresa agli Alleati e a partire dal giorno seguente è iniziata l’occupazione tedesca di gran parte della Penisola. Esattamente un anno dopo, l’otto settembre 1944, Pistoia veniva liberata. Ogni anno nella nostra città l’otto settembre è il giorno della Liberazione.

L’otto settembre 2020, in un giorno ricco di celebrazioni, a Pistoia c’è stato in piazza del Duomo il comizio di Ceccardi e Salvini. Susanna Ceccardi è la candidata della Lega alle elezioni regionali e c’è chi dice che sia in corso un testa a testa tra lei e il candidato PD Eugenio Giani.

La piazza era affollata, se inquadrata dal palco, e semivuota, se inquadrata dal lato opposto. Pare che ci fossero circa 1000 o 2000 persone, non pochissime per una città come Pistoia, dove la Lega non gode di particolare favore, mentre Fratelli d’Italia nel 2017 hanno vinto le elezioni comunali, e Casapound ha un suo piccolo ma compatto seguito.

Erano presenti anche alcuni contestatori, come è lecito in un Paese democratico, ma non sono nati tafferugli. Un giovane che portava  una maglietta con la scritta Open Arms è stato prima fermato, poi identificato, infine allontanato perché indossava “i simboli di un altro partito”, il noto POA, Partito Open Arms.

Durante il suo discorso, Salvini ha ricordato che il 3 ottobre sarà processato per aver difeso i confini della nostra Nazione e si è rammaricato per il fatto che a Pistoia ci sia qualcuno che sostiene il sistema di schiavismo  e di traffico di esseri umani, un riferimento non troppo velato a don Massimo Biancalani e alla sua attività di accoglienza.

Per la nostra città è stato un bell’anniversario della Liberazione.

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Solo un immigrato

«Hanno ammazzato di botte un ragazzo.»

«Ammazzato! Che parolone! È stato solo un pestaggio finito male!»

«Capisci, è gente che fa arti marziali… hai visto che muscoli?»

«Sono solo dei bulli!»

«E quel ragazzo, in fondo, era solo un immigrato…»

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Banchi

E ora, tutti che segano in due i banchi a due posti per ricavarne due banchi monoposto. Posso esprimere i miei dubbi sulla veridicità di questa notizia che rimbalza sui social? I banchi a due posti, in tutte le scuole del mondo o quasi, sono fatti così. C’è un piano in formica, solitamente di colore verde chiaro. Sotto il banco c’è una struttura in ferro che fa da contenitore per libri e oggetti vari e da sostegno per le zampe, che sono ovviamente quattro. Ne deduco che per ottenere due banchi monoposto da un banco a due posti bisognerebbe: staccare il supporto, segare il ripiano di formica, procurare quattro nuove zampe per ogni superficie dimezzata e rimontare il tutto. Mi domando quale possa essere l’utilità o il vantaggio di una simile, folle operazione.

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Campiello

Sono molto contenta che il Premio Campiello quest’anno sia stato vinto da Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, di Remo Rapino. Con uno stile efficace e originale, che mira a riprodurre il parlato di un uomo semplice e semianalfabeta, Rapino racconta la vita di un irregolare, un “cocciamatte”: la sua nascita senza un padre, la sua infanzia di paese, il maestro Romeo Cianfarra che gli ha insegnato tutto, e poi il lavoro, il servizio militare, la fabbrica, la guerra, il manicomio… fino al ritorno al paese di origine, dove la sua vita errabonda si concluderà.

Già selezionato per il Premio Strega, entrato nella dozzina anche se non nella cinquina finale, Liborio Bonfiglio ha trovato finalmente il riconoscimento che merita!

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Inganno

La sua disgrazia era stata nascere in una famiglia di amanti della birra. Lui aveva sempre cercato di mantenersi pulito, ma onestamente, come fai quando tutti ti sbattono in faccia quei boccali colmi di una roba liquida color dell’oro, sormontata da uno strato di schiuma bianchissima? La voleva, la voleva anche lui. E poi, un giorno, sua madre lo ingannò. Riempì la borraccia biberon d’acqua, gliela mise in mano e così, mentre lei si scolava una birra lui felice si mise a succhiare l’acqua convinto di trincare come un adulto. Non si accorse di nulla. Aveva solo sei mesi, del resto.

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Quale idea di scuola

Al di là delle rime buccali, dei banchi monoposto, dei compagni di classe che sull’autobus diventano congiunti, sulla riapertura della scuola si potrebbe fare un discorso quasi serio. Che ci sia una situazione seria, da non sottovalutare, con una pandemia tuttora in corso, non è in discussione. Che occorrano prudenza e rispetto di certe regole, lo stesso. Quello però che mi fa paura è il tipo di scuola, il modello educativo che ne sta venendo fuori. Una scuola dove le postazioni sono distanziate e fisse (ci sono scuole dove intorno ai banchi si è tracciato un perimetro col nastro adesivo bicolore), dove ogni alunno è un’isola autosufficiente, dove l’insegnante è alla cattedra e i banchi sono disposti nelle classiche tre file della scuola di una volta. Proibito il contatto fisico, permesso solo in certi casi l’abbassamento della mascherina, proibito scambiarsi oggetti. Mi presti la gomma? Posso leggere sul tuo libro? No. Ognuno deve avere le sue cose. Se non le hai ti arrangi. Sconsigliato urlare (be’, quello era sconsigliato sempre, ma quanti urlacci ho fatto, io, nella mia carriera!), sconsigliato cantare. Fate l’esercizio insieme, aiuta il tuo compagno: non si può più dire. Se tossisci, starnutisci o smoccichi sarai accompagnato nell’aula Covid in attesa di scoprire se sei un appestato o hai solo il raffreddore o l’allergia. E se non obbedisci 5 in condotta. Ah, perfetto.

Quello che mi chiedo, a questo punto, è quale sia la nostra  idea di scuola, quale generazione di giovani vogliamo crescere. Una generazione dominata dalla paura del contagio e dal feticcio della sicurezza, educata a non socializzare, tenuta ferma e silenziosa sotto minaccia: di ammalarsi, di far ammalare i nonni, di essere puniti severamente per ogni trasgressione, di essere allontanati e isolati per ogni starnuto.

Ho letto l’intervista a una preside toscana che diceva che, nella sua scuola, era stato deciso di distanziare le entrate degli alunni dalle 7.30 alle 9.30 e di fare altrettanto con le uscite. «Gran parte del tempo scuola sarà dedicato alle operazioni di ingresso e di uscita» commentava, non so se con rammarico o con l’orgoglio di chi sa di fare la cosa giusta.

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Piaceri della vita

Tra i semplici piaceri della vita di cui il Covid mi ha privata c’è quello di perdere tempo tra gli scaffali della biblioteca, spulciare le novità, andare nella saletta dedicata alla narrativa, cercare qualche giallo che non ho ancora letto o qualche romanzo di cui ho sentito parlare, perdermi in quella che poeticamente è stata intitolata Sala delle passeggiate narrative. Certo, posso sempre prenotare online i libri che desidero e andare a ritirarli quando sono pronti per il prestito, e va detto che nell’atrio, l’unica sala cui si può accedere a meno che non si sia prenotata una postazione per studiare, ma non è questo il mio caso, hanno messo alcuni espositori cui attingere per qualche suggestione dell’ultimo minuto, ma tolti i libri per ragazzi, quelli di cucina e di bricolage, gli audiolibri e i DVD, resta davvero poco. Deve pensarla come me anche la signora che in questo momento sta parlando col commesso.

«Avete per caso l’ultimo libro di ***?»

«No, non ancora, è uscito solo una settimana fa!»

«Ho letto che è molto bello! Com’è che non ce l’avete ancora?»

«Ecco… la biblioteca non l’ha ancora acquistato.»

«Ah, ma che sciatteria! E *** di ***?»

L’impiegato consulta il catalogo. Intanto dietro la donna si è creata una discreta fila.

«No, mi spiace, non l’abbiamo.»

«Ma come! Se ne parlano tutti! L’autore è stato anche in TV!»

«Lo so, lo so… se vuole può fare una domanda d’acquisto. Abbiamo qui un modulo, lei lo compila e se la sua richiesta sarà approvata…»

«Sì, ho capito, passerà un mese come minimo. Eppure l’autore… voglio dire, non che a me sia simpatico, ma qualche volta ci azzecca, no? Dice delle cose sensate! E io questo libro lo volevo giusto leggere. Mi ha incuriosito, capisce.»

«Signora, a questo punto le conviene cercarlo in libreria.»

«In libreria? Ma secondo lei io ho soldi da buttare?»

A questo punto la signora perde la pazienza e si allontana, ma rimane nell’atrio, consultando nervosamente il suo telefonino. Passa un uomo, che per fortuna se la sbriga veloce, e finalmente tocca a me. Mentre mi avvicino al banco la donna, con mossa felina, cerca di sorpassarmi da sinistra.

«Ora toccherebbe a me, signora» la stoppo.

«Ah, sì. Sì, certo, passi pure, tanto io devo solo fare qualche domanda. Aspetterò il mio turno!» conclude con degnazione.

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Trova l’errore

Individuare i vistosi errori lessicali presenti nel testo sottostante. Ai primi cento che risponderanno esattamente verrà dato in premio un set di mascherine piuttosto che un flacone di gel disinfettante.

«Svelti, svelti!» ringhiò il preside. «Bisogna fare i test seriologici e ci sono le aule da santificare. Datevi una mossa, invece di starvene oziosi nella vostra inedia! Ve lo dico da tempo immemore!»

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