Pesche

Sono in via Cavour, una delle vie centrali di Pistoia, torno a casa dopo la mia consueta passeggiata mattutina. Ho comprato il giornale, il pane e un po’ di frutta e verdura alle bancarelle. Via Cavour non so se si possa definire una via elegante, ma non è certo un vicoletto della Sala, dove le cassette di verdura si ammucchiano fuori dalle uscite posteriori dei ristoranti e l’odore del cibo esce a fiotti dalle cucine. Ci sono negozi eleganti e bar con tavolini all’aperto, in via Cavour, palazzi di uffici e banche, larghi marciapiedi. Da qualche tempo però ci hanno aperto un piccolo locale alquanto equivoco, fuori dal quale dalla mattina alla sera stazionano certi strani personaggi, uomini anziani con la barba lunga e l’aspetto di bevitori. Passo in mezzo a loro a testa alta.
«Guarda che belle pesche ha quella signora» commenta uno.
«Pesche bianche, grosse…» aggiunge un secondo.
Vecchiacci bavosi, non posso fare a meno di pensare, e lancio un’occhiata sghemba al mio decolleté ancora florido. Non so se indignarmi per l’avance o compiacermi che le mie bellezze vengano apprezzate. Poi lo sguardo mi corre alla mano con cui reggo una borsina di plastica, dalla quale traspaiono quattro pesche bianche che ho comprato sulla Sala…

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Dimenticato qualcosa?

Sono partiti. Enrico 1 è andato in Giordania, Enrico 2 è rimasto nei paraggi e ha trovato ospitalità presso un altro amico.
«Non so se ho dimenticato qualcosa, nella fretta» mi dice uscendo di casa.
«Controllerò, e tu controlla il tuo bagaglio. Se ti manca qualcosa telefonami.»
Il giorno dopo, puntuale, mi chiama: «Mi sa che ho lasciato un asciugamano e lo spazzolino. Posso venire a prenderli?»
Viene.
«Hai preso tutto?»
«Penso di sì, grazie!»
Il giorno dopo ritelefona:
«Penso di aver dimenticato il caricabatterie.»
«Vieni a prenderlo, sono a casa.»
Viene. Prende il carichino, si profonde in ulteriori ringraziamenti, mi abbraccia per l’ennesima volta. Non ha fatto in tempo a uscire che sento di nuovo il campanello.
«Che ti manca?»
«Ehm… se mi apri il cancello, per favore…»
È rimasto intrappolato tra il portone e il cancello che dà sulla strada. Aziono l’apriporta.
«Allora ciao!»
«Ciao, caro! Fa’ buon viaggio e torna quando vuoi…»

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In memoria

Non ho mai parlato di Daniele, su questo blog. Aveva vent’anni, e domani saranno vent’anni che è morto. Quando l’ho conosciuto io, ne aveva diciotto, faceva la quarta all’Istituto tecnico, era bizzarro, allegro e triste, l’aria sempre un po’ stralunata, la parlata strascicata dei veneti, il cappotto nero del Corvo, il film che amava. Amava anche Arancia meccanica, e per Carnevale convinse tutti i compagni della sua classe a mascherarsi da drughi. Stette assente per qualche tempo e quando tornò era il giorno del compito in classe.
«Sei sicuro di volerlo fare?» gli chiesi.
«Certo, prof!»
Dopo un paio d’ore consegnò: «Non guardi agli errori» disse «e non mi metta il voto, per favore.»

A giugno, al momento di fare gli scrutini, posi il mio veto:
«Daniele non sarà bocciato.»
«Ma con me è totalmente insufficiente!»
«Anche nella mia materia!»
«Con le lacune che ha accumulato, come potrà affrontare la quinta?»
«Non ci siamo capiti» dissi. «Qui non si parla di lacune. Qui si parla di un ragazzo che tre mesi fa ha tentato il suicidio.»
«Ma che c’entra! È acqua passata, ormai!»
«Il padre ha detto che lo mandava a scuola per non tenerlo a casa, ma che non si aspettava nulla riguardo al profitto.»
«E poi anche lui se lo aspetta!»
«Se lo promovessimo, che esempio sarebbe per i compagni?»
«Potremmo creare un precedente!»
Be’, non pari bberusu, ma quella volta l’ebbi vinta io.
«E chi lo fa il verbale?» mi chiese un collega, indignato.
«Lo faccio io, e nessuno avrà nulla da ridire.»
Daniele fu promosso, in quinta se la cavò discretamente, fece l’esame di stato, passò con 48/60, meglio di me, che ai tempi ho preso 47. Alla cena di classe andai in macchina con lui, aveva messo la colonna sonora di Arancia meccanica a palla. Dopo la maturità non ci perdemmo di vista: ogni tanto il campanello di casa suonava, era lui, arruffato, rumoroso, allegro e triste. Lo vidi un’ultima volta alla fine di giugno, a un anno dal suo diploma: ero per strada con mio figlio, che aveva sei anni. Daniele ci passò accanto in macchina, si fermò, parlammo, regalò a Enrico una spilla a forma di civetta. Ce l’ho ancora.
Due settimane dopo non c’era più.
Alcuni anni fa l’ha ricordato, molto meglio di quanto non riesca a fare io, Francesca Matteoni su Nazione Indiana.

https://www.nazioneindiana.com/2009/07/15/la-volpe-15-luglio-1997-15-luglio-2009/

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Non preti

Scambio di messaggini con una cara amica che, causa impegni miei e suoi, non riesco a incontrare da tempo. Finalmente stasera siamo libere entrambe: miracolo! Ci accordiamo per trovarci a casa sua per fare una passeggiata lungo il fiume Ombrone. Ma il T9 le gioca qualche scherzetto ed è con stupore che leggo:
«Potremmo fare due passi, ma non preti, perché fa troppo caldo.»
«Verrò senza preti» rispondo, «ma pensavo a una mia amica suora… dici che avrà caldo nel suo abito monacale?»

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Mozzarella

Implacabile, puntuale, anche quest’anno con l’arrivo dell’estate arriva anche L’Altro Enrico o Enrico 2, amico e compagno di studi di Enrico 1. Eccolo col suo zaino in spalla e con un’enorme quantità di mozzarelle di bufala, che lo accompagnano ovunque. Per cena i due Enrichi ne divorano una prima porzione, il giorno successivo, a pranzo, le gustiamo io e mio marito, anche per fare onore alla generosità dell’ospite. La sera successiva, nel corso di una festicciola tra amici dalla quale io e il consorte siamo stati invitati a tenerci alla larga, ne viene demolito un ulteriore quantitativo. Tuttavia la ciotola nella quale sono state immerse con la loro acqua non è ancora vuota e io sono preoccupata perché so che la vita delle mozzarelle è alquanto breve. Oggi i due giovani vanno alla laurea di un’amica (Non vedi che ci siamo messi la camicia? mi fanno notare) e io sono in ansia per il destino dei latticini. Ma in mio soccorso arriva lui, l’ospite.
«Ci portiamo le mozzarelle?» propone.
«Le mozzarelle alla laurea?» chiede incredulo Enrico 1, che non essendo avellinese non riesce a immedesimarsi del tutto nella simbiosi uomo-bufala.
Enrico 2 non gli dà retta. Prende le mozzarelle residue, le infila in una busta di plastica con la loro acqua, poi infila la prima busta in una seconda e via, sono pronti per partire. Sarà una laurea indimenticabile.

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Zelig

Dando prova di straordinarie capacità mimetiche il nostro Matteo Renzi, probabilmente alla ricerca del consenso più ampio e variegato possibile, si esibisce, novello Zelig, in una serie di riuscitissime imitazioni. Dopo aver fatto proprio lo slogan tipicamente leghista “Aiutiamoli a casa loro”, ha assunto un atteggiamento similberlusconiano affermando che noi italiani le donne, a differenza di altri popoli, non dobbiamo pagarle. Ricordate Silvio? “Mai pagata una donna!”
E in effetti, come dargli torto? È risaputo che in Italia la prostituzione non è esistita fino a che non sono arrivate le nigeriane, coi loro clienti albanesi e rumeni. Le donne italiane mai si sono prestate a simile pratica, e agli uomini italici gliel’hanno sempre data gratis. È un fenomeno unico in tutto il mondo e ben noto ai sociologi e agli antropologi.
Prossimamente aspettiamo il Nostro esibirsi in frasi celebri come “Molti nemici, molto onore”, “Matteo ha sempre ragione” e “Proletari di tutti i paesi, unitevi”.
A pensarci bene, quest’ultima la vedo meno probabile.

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“Un assistente inaffidabile” – Maurizio Salabelle

Il collezionista di letture

“In otto giorni scrissi un romanzo di duecento pagine dall’insolito titolo Il lugubre, in cui raccontavo avvenimenti che non sarebbero assolutamente potuti accadere. Inventai per questo testo la nuova tecnica “iporealistica”. Dove anche le scene più banali contenevano dosi di inverosimile”.

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Pasticche

Oggi, in farmacia, ci vado per me. Uno dei segnali più evidenti del fatto che si invecchia è dato dalla presenza nella nostra vita di pasticche di cui fino a ora non si avvertiva la necessità e non si conosceva, magari, neanche l’esistenza. Consegno un pacchetto di ricette al farmacista: le mie droghe per dormire, quelle non mancano e devo riconoscere che le prendevo anche quando ero più giovane. Ma la compressa di calcio da sciogliere nel bicchiere… le gocce oleose di vitamina D… l’integratore per abbassare il colesterolo… il gastroprotettore… e questo cos’è? Gardenale? Ah, no: questo è per il mio cane.

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Anche un bambino

Scusate, ragazzi, siete voi che non capite. Eppure è lampante, lo capisce anche un bambino. Esiste un “aiutiamoli a casa loro” tradizionalmente leghista, becero, egoista, di destra; ed esiste un “aiutiamoli a casa loro” illuminato, ragionevole, generoso, di sinistra. Via! Come potete confondervi?

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Strega

Dunque il vincitore del Premio Strega quest’anno è Paolo Cognetti, col suo romanzo Le otto montagne. Credo che sia la prima volta nella mia vita che ho letto non uno, ma due dei romanzi finalisti: Le otto montagne, per l’appunto, e La più amata, di Teresa Ciabatti. Di quest’ultima ho già parlato, e del suo romanzo, interessante per la storia che racconta, poco persuasivo per lo stile. Il romanzo di Cognetti mi è piaciuto di più, forse perché lo scenario in cui è ambientato, un paesaggio alpino non turistico e non accattivante, ma aspro e solitario, mi affascina. Amo la montagna e sebbene non sia assolutamente una scalatrice mi piace camminare e raggiungere certi miei piccoli traguardi, insignificanti se visti oggettivamente, ma importanti per me… come per il protagonista sono importanti “i Quattromila” che il padre lo obbliga a scalare. Le otto montagne è un romanzo che cammina col passo di chi va in montagna: è lento, riflessivo, non è certo un thriller. È bello che ci siano ancora romanzi così, non ossessionati dal ricatto dell’incipit che deve “catturare” o della suspense che non deve mai calare. Perciò sono contenta della vittoria di Paolo Cognetti, anche se, ora che ha vinto lo Strega, si iniziano a leggere in giro commenti molto critici, mentre fino a ora il romanzo aveva avuto ottime recensioni…

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