Questo treno

Qui al Grand Hotel Santissima Annunziata il comfort non è massimo. L’ospedale è un casermone in cemento armato, in parte schermato da recinzioni in plastica arancione che farebbero pensare a lavori in corso, se non fosse che, dietro le reti sbrindellate, i monti di terriccio sembrano essere lì da secoli, le gru e le betoniere hanno l’aria di stazionare inerti e l’erba tra le connessure della pavimentazione cresce alta e selvatica. 

All’interno, le camere a due letti non sono molto luminose, addossato a una parete c’è un improbabile lavandino mentre il bagno è nel corridoio, in comune tra più camere. Non c’è divisione tra camere maschili e femminili: il vicino di letto della zia è un vecchietto un po’ fuori di testa, che non vediamo, a meno di sporgerci oltre il paravento, ma che sentiamo parlare da solo.

«Be’, quando si parte?»

«La dimettono, signore?»

«No, no, non mi dimetto. Volevo solo sapere quando si parte, perché mi sono stancato di aspettare.»

«Cosa vuole, bisogna aver pazienza!»

«Che non lo so? Questo treno non è mai in orario!»

«Treno? Quale treno?»

«E poi, a dirla tutta, io comincio ad aver fame…»

«Penso che tra poco passino con la cena.»

«Ah! C’è il servizio in cuccetta! Anche se, a dire il vero, avrei preferito andare nella carrozza ristorante. Almeno mi sarei sgranchito un po’ le gambe!»

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