Sapeva di pulito

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere un interessante articolo su Carmilla, una rivista online dal nome vampiresco, intitolato Scrittori cosmo e scrittori cosmetici. L’autrice, Lorenza Ronzano, distingue due categorie di scrittori: quelli cosmo, che creano universi, e quelli cosmetici, che danno all’esistente una bella sistematina e lo mettono in ordine. Tesi intrigante, anche se forse un po’ schematica: perché secondo me non tutti gli scrittori che non hanno la forza di creare un mondo sono necessariamente degli imbellettatori e abbellitori della realtà. Lorenza Ronzano si è diffusa in particolare sugli scrittori-psicologi e tra i cosmetici mette varie star come Crepet e Recalcati. E qui non ho dubbi che abbia ragione.

Il giorno seguente, guarda caso, Massimo Recalcati pubblica su Repubblica una lunga recensione (un’intera pagina) al nuovo romanzo di Donatella Di Pietrantonio, Borgo Sud, che se non ho capito male recupera le due protagoniste dell’Arminuta quando sono ormai adulte. Ora io devo confessare che non nutro una speciale ammirazione per Di Pietrantonio. Ho letto Bella mia e L’Arminuta, li ho letti volentieri, ma non li ho apprezzati particolarmente. Di Borgo Sud Recalcati parla con grande entusiasmo come di un’opera che ha in sé la struttura e la forza della tragedia, e immagino che sia vero. Riserva anche elogi allo stile dell’autrice, che sa essere aspro e duro ma non manca di slanci di struggente lirismo. E come pezza d’appoggio cita tre frasi che riporterò testualmente:

«Ho annusato mio nipote. Sapeva di pulito, la testa di pane ancora tiepido.»

«La montagna era una basilica accecante davanti ai nostri occhi.»

«Vivere in mare senza altri padroni che il vento.»

Ecco. Io non sono portata per il lirismo. Non ci riesco proprio, ho un diavoletto dentro che fa uno sberleffo ogni volta che provo a fare la sentimentale. Ma «vivere in mare senza altri padroni che il vento» mi fa venire in mente la pubblicità di un amaro, sapete, quello dove due amici salvano dagli abissi una preziosa reliquia per poi sedersi davanti al caminetto e gustarsi un meritato bicchierino. Sulla montagna e la basilica sospendo il giudizio, ma sulla prima frase citata vorrei dire una cosa. Sono un’appassionata lettrice di gialli scandinavi, quelli dove l’investigatrice è una mamma che divide il suo tempo tra le indagini e la cura dei bimbi. Non c’è pagina, in quei romanzi, in cui l’eroina non annusi i capelli dei figli sentendo profumo di pulito e di pane appena sfornato. Qualche volta ci sente anche l’aroma dello shampoo.

Informazioni su marisasalabelle

Sono nata a Cagliari il 22 aprile 1955. Vivo a Pistoia. Insegno. Mi piace leggere e scrivere.
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6 risposte a Sapeva di pulito

  1. Nonna Pitilla ha detto:

    io amo il lirismo e mi rifiuto di catalogare quelle espressioni come liriche, sono luoghi comuni da bassa “macelleria” direbbe un mio amico

  2. wwayne ha detto:

    Quando i romanzieri assumono questo stile da poetastro commettono un doppio errore: il primo è usare queste espressioni stucchevoli, il secondo è inserirle in un contesto come quello della prosa, in cui c’entrano come il cavolo a merenda.
    A prescindere dal fatto che Recalcati sia andato a pescare 3 citazioni una più stucchevole dell’altra, a mio giudizio è stato compiuto proprio un errore di metodo, nel senso che è sbagliato estrapolare qualche passo di un romanzo e pretendere che basti a dare un’idea del suo valore. Un romanzo ha valore se la trama è coinvolgente e imprevedibile, se i personaggi sono ben caratterizzati, se il ritmo rimane sempre altissimo senza nessun momento morto: tutte qualità impossibili da appurare leggendo solo qualche brandello.
    Per lo stesso motivo mi irritai quando al concorso 2016 ci venne chiesto di fare una lezione simulata preparando anche alcune slides, in ognuna delle quali andava condensato un concetto – chiave dell’opera letteraria di cui stavamo parlando. Anche in quel caso fu compiuto un errore di metodo, perché un concetto – chiave non può essere ridotto ad una pillolina di poche parole da proiettare su una slide: proprio perché è un concetto importante, avrà bisogno di una spiegazione molto più articolata per venire compreso.
    A mio giudizio questa tendenza a voler ridurre tutto in pilloline dipende dalla frenesia della società moderna, che impone di fare tutto in tempi rapidissimi. Per far intuire il valore di un romanzo si prendono 3 brevi citazioni e via, per far capire un concetto si sbatte una frase su una slide e via, per illustrare una linea politica si tira fuori una frase a effetto e via. Non c’è più la pazienza di mettersi a spiegare qualcosa con calma, e neanche la pazienza di ascoltare una spiegazione che duri più a lungo di una storia di Instagram. Ma così la comunicazione si impoverisce, diventa uno scambio di battute ridotto talmente tanto all’osso da far sembrare “Io Tarzan, tu Jane” un dialogo di Platone.
    Io nel mio piccolo vado controcorrente, e continuo a usare un fiume di parole per spiegare ogni singolo concetto che esprimo. Lo faccio sul lavoro, lo faccio nel mio blog e l’ho fatto anche in questo commento. Spero di non averLa annoiata. 🙂

  3. marisasalabelle ha detto:

    Io sono forse un po’ più sintetica, ma sono d’accordo con te sul fatto che certe cose abbiano bisogno di qualcosa di più che due o tre frasi o slogan. Ma i tempi sono questi… resta indimenticabile per me un alunno che una volta, alla fine della mattinata scolastica, mi chiese: Prof, mi potrebbe spiegare in due minuti il pensiero di Petrarca? No, gli risposi.

    • wwayne ha detto:

      Quel ragazzo è figlio del suo tempo. Oggi si ha l’illusione di potersi fare una cultura su qualsiasi cosa in 2 minuti, basta andare su Google o guardare un video su Youtube. Molti non sono neanche sfiorati dall’idea che la cultura sia una conquista lenta e faticosa, e che per diventare davvero competenti su un argomento non basti la rapida lettura di una pagina Wikipedia.
      Se La può consolare, anche i miei alunni hanno spesso la convinzione che si possa liquidare in 2 minuti anche il concetto più articolato. Ad esempio, l’anno scorso detti da fare a una quarta superiore una ricerca sulla rivoluzione francese e una su Napoleone: erano entrambi degli argomenti vastissimi, sui quali si potrebbe scrivere un volume di enciclopedia. Anche il tempo che gli avevo dato per svolgerle (2 settimane per la rivoluzione francese e una per Napoleone) lasciava intuire che non si trattava di un lavoro rapido. Ebbene, fecero quasi tutti 2 ricerchine di una paginetta ciascuna, palesemente scritte in mezz’ora o poco più. Ed ebbero anche il coraggio di lamentarsi quando si ritrovarono delle valutazioni bassissime. Tuttora mi chiedo: si saranno resi conto di quant’è scandaloso liquidare in poche righe degli argomenti così colossali, oppure sono tuttora convinti che io sia stato troppo severo?

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