Cagliari secondo estratto

Un secondo estratto de Gli ingranaggi lo pubblica Arkadia sul suo profilo Facebook

Informazioni su marisasalabelle

Sono nata a Cagliari il 22 aprile 1955. Vivo a Pistoia. Insegno. Mi piace leggere e scrivere.
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6 risposte a Cagliari secondo estratto

  1. wwayne ha detto:

    Queste righe mi hanno ricordato l’incipit de “Il ballo tondo” di Carmine Abate. Anche lì c’era un uomo che faceva colpo sulle donne del paese grazie alla somiglianza con un attore (in quel caso Clark Gable), e anche lì c’era un capofamiglia che abbandona la terra natìa per andare a lavorare altrove.
    Del resto, va detto che entrambi i dati in questione facevano parte della realtà di quei tempi. L’immaginario collettivo delle donne di allora era costituito dai divi di Hollywood (i tronisti, i trapper e i concorrenti di reality erano di là da venire), ed era molto frequente che chi abitava nel Meridione cercasse delle opportunità di lavoro più a Nord.
    Peraltro, quest’ultima realtà è tuttora molto presente. L’unica differenza è che a quei tempi gli emigrati dal Sud si lasciavano dietro una famiglia, adesso invece rimandano ogni progetto di figliolanza fino a quando non hanno un lavoro stabile.
    Nel mondo della scuola ci sono tanti docenti con una storia come questa, e noto che in loro c’è quasi sempre una grande smania di tornare da dove sono venuti, di riabbracciare la loro terra il prima possibile. Noi del Nord e Centro Italia non abbiamo un attaccamento così viscerale alla nostra terra, e quindi tendiamo a considerare ridicolo il fatto che soffrano così tanto la lontananza da casa. Alcuni di noi lo considerano perfino irritante, e reagiscono chiedendo: “Ma cosa ti manca qua? Cos’ha la tua terra più della mia? Ti abbiamo forse fatto mancare qualcosa?”
    A Firenze e dintorni questo risentimento è più evidente che altrove, perché i fiorentini partono dal presupposto che abitano nella città più bella del mondo, e quindi non tollerano che qualcuno dica di starci male. Soprattutto se quel qualcuno viene dal Meridione, una terra che i fiorentini considerano appena un pelino sopra il terzo mondo.
    Io invece sono più tollerante, perché mi ricordo quel che ci ha insegnato Verga. Anche se viene da un paesino poverissimo come Aci Trezza, ognuno di noi tenderà a vedere la propria terra natale come il posto più bello del mondo, e ne patirà la lontananza anche se va a vivere in una località cento volte migliore sotto tutti gli aspetti. Manifestare questa sofferenza non è una mancanza di rispetto nei confronti della terra che ci ha accolti, ma una dichiarazione d’amore nei confronti della terra che abbiamo lasciato.

  2. marisasalabelle ha detto:

    Mi lusinga il confronto con Carmine Abate, un autore eccellente e che so che tu apprezzi in modo particolare.
    Anch’io ho avuto colleghe e colleghi giovani venuti a insegnare in Toscana per periodi più o meno lunghi. Ed è vero, qualcuno li disprezzava un po’ per l’attaccamento alla loro terra, come se appunto la Toscana dovesse essere unanimemente considerata il Paradiso in terra.
    Detto ciò, il mio non è un romanzo sull’emigrazione!

    • wwayne ha detto:

      Fino a poco tempo fa la Toscana era veramente un Paradiso in terra. Non soltanto per le sue bellezze artistiche, ma anche per la pulizia: il confronto con città immensamente più sporche come Roma e Napoli la faceva brillare come una stella. Poi con il covid i fiorentini hanno cominciato a trascurare anch’essi la loro città, perché tanto i turisti non sarebbero venuti lo stesso, e quindi ai loro occhi non valeva la pena di sforzarsi per mantenerla lucidata a specchio. Spero che si sveglino presto dal torpore, perché io alla pulizia ci tengo tantissimo, e quindi mi dispiacerebbe se Firenze diventasse l’ennesima città italiana sprofondata nella monnezza.
      Riguardo al Suo romanzo, a quanto ho letto nei post precedenti si tratta di una saga familiare. L’ha pubblicata al momento giusto, perché l’anno scorso ha avuto grande successo un romanzo di questo genere (“I leoni di Sicilia” di Stefania Auci), e quindi adesso il pubblico gradisce libri di questo tipo. La stessa casa editrice de “I leoni di Sicilia” ha tentato di cavalcare quest’onda, pubblicando un altro romanzo familiare dalla copertina volutamente simile (“La casa sull’argine” di Daniela Raimondi).
      Io non ho letto nessuno dei 2 libri in questione, ma reputo positiva questa moda letteraria, perché aiuta indirettamente a ricostruire il valore della famiglia, un valore che si è andato sempre più perdendo nella nostra società. Chissà, forse l’exploit dei romanzi sulla famiglia è anche una reazione a questo fenomeno: il pubblico cerca nella letteratura quei legami familiari forti e indissolubili che non riesce più a trovare nella realtà. Quale che sia il motivo, mi auguro che aiuti a vendere il Suo romanzo! 🙂

  3. marisasalabelle ha detto:

    Io lo definisco un romanzo storico-familiare: storico perché si svolge negli anni della Seconda guerra mondiale e familiare perché ripercorre le vicende di due famiglie, anche se non per generazioni come le vere e proprie saghe. Sì, ho notato anch’io che il genere è in voga, anche se la tempistica è causale: ho consegnato il manoscritto due anni fa, prima che uscisse il malloppo della Auci. L’editore mi disse che non avrebbe potuto pubblicarlo prima del 2020, poi c’è stato un ulteriore rallentamento dovuto al Covid, ma finalmente ci siamo!

    • wwayne ha detto:

      Ero sicuro che la tempistica fosse casuale, perché ricordo che avevamo già discusso dell’importanza per uno scrittore di trovare un modo personale di raccontare una storia, senza scimmiottare nessun altro. E’ inevitabile che uno scrittore sia influenzato dai suoi autori preferiti sia nello stile che nel contenuto, ma non deve mai diventare una loro copia, non deve mai oltrepassare la linea sottile che divide la vaga somiglianza dalla volgare scopiazzatura. Sono convinto che Lei questa linea non l’abbia oltrepassata. Grazie mille per la piacevole chiacchierata! 🙂

  4. marisasalabelle ha detto:

    Grazie a te!
    Non ho un autore di riferimento al quale mi ispiro, ne ho moltissimi che amo e che mi hanno insegnato quel poco che so; sono certa di risentire dell’influenza di Verga, si parva licet, ho sempre avuto presente la chiarezza e la leggerezza praticate e insegnate da Italo Calvino, per i dialoghi credo di aver imparato molto da Jane Austen, amo molto Simenon perché è un autore di “atmosfera” senza essere sdolcinato, anzi, al contrario, piuttosto crudo e asciutto; poi… non saprei… ci sono tanti altri autori che amo e ciascuno, ne sono certa, mi ha regalato qualcosa, una parola, una virgola, il tratto di un personaggio…

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