Il racconto di Diba

Un grande successo del nuovo governo, una grande svolta nella politica sull’immigrazione: i naufraghi raccolti dalla Viking hanno dovuto aspettare in mare solo sei giorni anziché dieci o dodici! Davvero un nuovo umanesimo alle porte. E comunque, “noi” siamo molto più bravi di “voi” a ridistribuire i migranti! Be’, se questo è il deciso cambio di rotta, io sono Pio Nono.
Intanto, ieri ho partecipato alla Marcia per la Giustizia, una camminata di circa sei/sette chilometri che si tiene tutti gli anni a metà settembre tra Agliana e Quarrata, due cittadine in provincia di Pistoia. Anni fa la partecipazione era talmente alta che all’arrivo la piazza di Quarrata era gremita di gente, non ci sarebbe entrato uno spillo. Negli ultimi tempi, invece, i convenuti non ne occupano nemmeno la metà. Peccato, perché sul palco ieri sera c’era qualcuno che valeva davvero la pena ascoltare. Un ragazzetto nero come il carbone, mingherlino, calato in una maglietta a righe arancioni e nere che avrebbe potuto ospitarne altri tre della sua taglia. È Diba, un mio saltuario, inaffidabile e dolcissimo allievo alla scuola di italiano di Vicofaro. Ho chiacchierato spesso con lui, che si è anche offerto di sposare una delle mie figlie, ma fino a ieri sera non conoscevo nei dettagli la sua storia. Questi ragazzi non parlano volentieri del loro passato, del motivo per cui hanno lasciato l’Africa, delle peripezie che hanno dovuto affrontare. C’è un certo pudore, in loro, una ritrosia. Questa volta però, nel suo buffo italiano arrangiato, Diba ha parlato.
Io ha diciotto anni, ha detto pressappoco. Molti di voi si chiede perché un ragazzo come io parte da suo paese in Africa. Allora io viene da Senegal, padre morto, io con madre e fratelli e sorelle, c’è poco da mangiare, non c’è lavoro, poi madre morta, io con amici deciso di andare in Gambia, Gambia vicino del Senegal, non c’è lavoro, giriamo per molti paesi. Voi spesso chiede: come fa ragazzo povero ad avere tutti questi soldi per viaggiare. Amico, tu non sai come si viaggia in Africa, su tetto di camion, tutti stretti pigiati, quattro cinque giorni con una piccola bottiglietta d’acqua, con una piccola biscotta, bevi un sorso d’acqua, mangi un morso di biscotta per cinque giorni, quando arriva tu scendi, ecco come si fa a viaggiare in Africa. E poi io arrivato in Libia, perché Libia vicino di Europa, ma in Libia è terribile, soldati ti prende, ti porta in prigione, stati per mesi in prigione, tu non sai quanto è brutta prigione in Libia, io ho ancora grande cicatrice su una gamba. E poi una volta io sono riuscito a scappare, allora lavorato per mesi a scaricare merce al porto, paga non ti danno, solo mangiare un poco di biscotta, bere un poco di acqua, ecco come trovato il denaro per fare il viaggio, lavorando per mesi e mesi, ecco come pagato. Voi chiedete come fa un ragazzo povero come io a pagare il viaggio per Italia: ecco come pagato. Poi salito su barca con alcuni amici, certo che io paura, io so che può morire, ma Libia è solo andare avanti, non puoi tornare indietro, devi solo andare avanti, allora io parte. Io so che può morire ma vado, tanto prima o poi tutti deve morire. Così arrivati in Italia, sbarcati in Sicilia, per questo dico: io sono italiano, io sono siciliano, perché Italia terra buona per me, trovato persone brave, trovato casa qui da mio amico don Massimo, io studia, voglio trovare buon lavoro per mio futuro, voglio sposare ragazza italiana, sono italiano, viva l’Italia!

Informazioni su marisasalabelle

Sono nata a Cagliari il 22 aprile 1955. Vivo a Pistoia. Insegno. Mi piace leggere e scrivere.
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5 risposte a Il racconto di Diba

  1. cuoreruotante ha detto:

    Sul nuovo governo non mi esprimo, ma a Diba auguro una lunga bella vita

  2. Topper Harley ha detto:

    Di storie così ne conosco tante, raccontate da persone (bambini in certi casi) che hanno potuto farlo. Come Diba. Purtroppo di tante altre non saremo mai a conoscenza ma non è difficile immaginarle.

  3. marisasalabelle ha detto:

    Hai ragione… mi ricorda le parole di Primo Levi, che diceva pressappoco che lui e altri sopravvissuti ai lager potevano testimoniare, ma che per coloro che erano morti non c’era testimonianza…

  4. – “Come hai fatto a trovare i soldi?”
    + “Lavorando in onestà di coscienza creativa e Credendo in me senza paura di morire”
    Grazie per ciò che avete fatto, fate e farete in onestà di coscienza creativa, i vostri meriti reali vi sono riconosciuti Sempre, Ovunque, Comunque, Perché ci Crediamo e proteggiti da eventuali dannazioni, non mangiare troppo in Italia, in realtà buongiorno, buon lavoro! ❤ … ❤

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