Non la capisco

Di poesia me ne intendo poco. Soprattutto di poesia contemporanea. Quando mi capita di leggere, su qualche sito online, su qualche rivista letteraria, versi di questo o quel poeta, di questa o quella poetessa (oggi molti preferiscono dire “poeta” anche per la donna: “una poeta”), a parte l’immediata sensazione che provo (mi piace, non mi piace, la capisco, non la capisco), mi rendo conto di non possedere gli strumenti per valutarla. Istintivamente rifuggo dalla poesia troppo “facile”, troppo “poetica”: molte volte mi capita di leggere versi che reputo sdolcinati, sentimentali, nei quali ravviso metafore scontate o una frequenza preoccupante di parole come “cuore”, “tramonto”, “foglie”. Altre volte mi imbatto in   testi ostici, dei quali non possiedo la chiave di lettura e dove certi vocaboli desueti o rari mi sembrano messi lì pretestuosamente. Ma la colpa non è dei poeti: è mia, che non conosco le tendenze e i nuovi linguaggi.

Così, per colmare in qualche modo le lacune della mia preparazione, decido di partecipare a una serata nella quale si confronteranno alcuni poeti pistoiesi. Pistoia è una città che nel suo piccolo ha una discreta tradizione poetica: stasera avrò l’occasione di incontrare gli ultimi rappresentanti di una catena che parte da Cino da Pistoia per arrivare fino a noi. La saletta è piena, mi accomodo in terza fila insieme alle inseparabili Mara e Marella. Introduce la squisita Nausicaa, le cui qualità di poeta e scrittrice già conosco e apprezzo da anni. Si alternano al suo fianco alcuni personaggi dall’aria eccentrica, ma mi dico che in fondo è propria dell’artista, e del poeta nella fattispecie, una certa stravaganza, perciò non mi sorprendo più di tanto di fronte alla ragazza che indossa pantaloni a fiori, maglioncino a righe, pellicciotto sintetico color glicine, turbante giallo e gli irrinunciabili guanti lavorati ai ferri con le dite tagliate, né mi meraviglio quando fa la sua comparsa un omone di 120 chili, con un eskimo anni ’70 e una folta barba nera che gli arriva al petto. Fa parte della messinscena, mi dico, l’importante è quello che diranno, non il modo in cui si vestono.

«Tu, Omero, com’è che hai cominciato a scrivere poesia?» chiede, dolcissima, Nausicaa.

«Ah, be’… il problema non è come ho cominciato, ho cominciato un giorno, come tutti; il problema è perché non ho smesso!»

«Ovvero?»

«Ah, non ne ho idea!»

«E tu, Ovidio, cosa pensi del tuo essere poeta?»

«Non penso assolutamente nulla! D’altra parte, sono convinto che tanto meno pensi alle cose, tanto meglio ci riesci! Come il ragù: meno ci pensi e più buono ti viene!»

«Non è mica vero» mi sussurra Mara all’orecchio. «Io se metto a cuocere il ragù e poi me ne dimentico va a finire che lo faccio attaccare!»

«Shh!» rispondo.

«Saffo, vorresti leggerci qualcosa dalla tua ultima raccolta?»

«Oh, no! Non leggo volentieri le mie poesie… del resto, non mi piace nemmeno sentirle leggere da altri…»

Fortunatamente Virgilio non condivide la stessa ritrosia: dalla tasca del suo eskimo anni ’70 tira fuori un fascicolo formato A4, rilegato con una costina di plastica celeste.

«Va bene, leggerò il brano per il quale c’è mancato poco che chiamassero i carabinieri, l’ultima volta!»

«Mi sembra di essere tornata ai tempi delle superiori e dei compagni di Lotta Continua!» mi confida Marella in uno slancio nostalgico.

«Shh!» le faccio e mi appresto ad ascoltare.

«Mi fanno schifo i giovani!» esordisce il poeta con voce tonante. Gli fanno schifo i giovani? Oh… be’… devo ammetterlo: l’incipit mi urta. Perché devono fargli schifo, poveri giovani. Con crescente irruenza il poeta post sessantottino elenca gli orribili zainetti dentro i quali i giovani che detesta portano in giro schifosi libri scolastici che non studieranno mai, i fetentissimi abiti modaioli che indossano, gli smartphone di merda dai quali dipendono e i disgustosi hamburger o kebab che gli schifosi giovani sono soliti ingurgitare. Penso a Marco e Luca, Matteo, Lorenzo, Niki, ai cari ragazzi che ho conosciuto nei lunghissimi anni del mio insegnamento nelle scuole secondarie e ho un moto di ribellione: questa poesia non mi è proprio piaciuta.

Ma è quando Nausicaa, con voce soave, introduce Guido Guinizzelli, che leggerà per noi un brano intitolato «Cani al guinzaglio nello stomaco di una balena» che capisco che ne ho abbastanza. Faccio un cenno a Mara e Marella, cercando di non far rumore ci alziamo e usciamo. No, decisamente la poesia contemporanea io non la capisco.

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Informazioni su marisasalabelle

Sono nata a Cagliari il 22 aprile 1955. Vivo a Pistoia. Insegno. Mi piace leggere e scrivere.
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4 risposte a Non la capisco

  1. tramedipensieri ha detto:

    Mi fai morire dal ridere, sappilo!
    :)))

  2. marisasalabelle ha detto:

    Be’, dovevi esserci… Ho cambiato solo i nomi…

  3. stefano ha detto:

    Ma la colpa non è dei poeti: è mia, che non conosco le tendenze e i nuovi linguaggi.
    No, la colpa è solo ed esclusivamente dei poeti e di chi li legge (e finge di capirci qualcosa): i primi contenti d’esser poeti e i secondi altrettanto contenti di capirne qualcosa. Il tutto va avanti, finché il Fantozzi di turno si alza è urla al mondo di essere di fronte a una cagata pazzesca. Stesso meccanismo che c’è dietro i film intelligenti: Il cinema intellettuale è tipo la Vuitton. Mica paghi 1200 euro per una borsa de plastica demmerda: la paghi per mostrare che c’hai soldi. Nel caso de ‘sti film, li guardi per mostrare che sei uno profondo e sensibile ai problemi del terzo mondo.
    Preso da qua: https://bagniproeliator.it/un-regista-italiano-prende-il-pentothal-e-rilascia-unintervista/

  4. marisasalabelle ha detto:

    Non sarei così drastico. Naturalmente quelli della serata pistoiese erano pessimi poeti, ed è una civetteria da parte mia dire che non è colpa loro, che sono io che non li capisco. Ma esistono poeti (e artisti, e registi) sperimentali, difficili ma bravi, a volte importanti, che tentano nuove strade. La sperimentazione, l’innovazione del linguaggio è fondamentale, altrimenti tutti scriveremmo ancora come Alessandro Manzoni… che era bravissimo, ma è un autore di duecento anni fa. Quindi non bisogna bocciare automaticamente tutto ciò che è nuovo, strano o difficile.

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