Assoluta inutilità

Viene a trovarmi un caro alunno di qualche anno fa. Non so perché, ma tutti gli alunni, dopo un po’ che hanno smesso di esser tali, mi diventano cari. Non che non lo siano anche prima, ma l’affetto che provo per loro a volte è messo a dura prova dal loro comportamento non sempre esemplare. Invece alla distanza, depurati dalle incrostazioni quotidiane di compiti non svolti, interrogazioni deludenti, indisciplina, disattenzione, che inevitabilmente logorano il rapporto quotidiano, mi si rivelano tutti amabilissimi.

Questo di stamani, in particolare, era un emerito rompiscatole. Per la maggior parte del tempo giaceva con la testa appoggiata sul banco, in preda a profonda noia e malinconia; poi, tutt’a un tratto, alzava la mano per rivolgermi domande pretestuose, generalmente fuori contesto, il cui unico scopo, penso, fosse  creare un’azione di disturbo. Lui non l’ha mai saputo, ma il più delle volte le sue provocazioni mi erano gradite, perché rompevano la routine, destavano l’interesse dei compagni e mi permettevano di rilanciare ulteriori provocazioni: insomma favorivano quello che in gergo si chiama “dialogo educativo”.

Ora che non è più obbligato ad ascoltare i miei sproloqui e che, volendo, potrebbe appisolarsi a casa sua invece che sul banco, ecco che fa capolino di tanto in tanto, spinto da non so quale nostalgia o dal desiderio di espiare le sue mancanze giovanili. Dopo i rituali saluti e scambi di notizie lo avverto che, sia pur malvolentieri, devo far lezione nella mia classe attuale.

«Le dispiace se sto un po’ qui?»

«Niente affatto. Oggi parlo del romanzo del Novecento: sei sicuro che non ti annoierai?»

«No, prof, mi farà piacere ascoltare.»

Si mette a sedere a un banco, come una volta. Io attacco la mia pappardella: caratteristiche del romanzo del Novecento, differenze rispetto a quello dell’Ottocento, autori e tematiche… vedo che lui parlotta col vicino, un suo ex compagno che in seguito a svariati incidenti di percorso non è ancora riuscito a diplomarsi.

«Svevo» gli dice quello. «La coscienza di Zeno, ti ricordi?»

«Molto vagamente…»

«Che il padre gli dà uno schiaffo proprio in punto di morte…»

«Ah, sì, sì… ora che tu me lo dici, mi pare di averne sentito parlare…»

È in questo preciso momento che realizzo con la massima esattezza l’assoluta inutilità del mio mestiere.

Informazioni su marisasalabelle

Sono nata a Cagliari il 22 aprile 1955. Vivo a Pistoia. Insegno. Mi piace leggere e scrivere.
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2 risposte a Assoluta inutilità

  1. tramedipensieri ha detto:

    … mi fai morire… 😀
    L’ho già detto? …va beh…che ci posso fare…è così!

  2. marisasalabelle ha detto:

    No, non morire, ti prego, se no poi chi legge i miei post?

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