Ancora “Tutti gli altri”

“Tutti gli altri”, di Francesca Matteoni, edito da Tunué, appartiene, per ammissione della stessa autrice, al genere dell’autofiction. Si tratta di un romanzo di formazione, largamente autobiografico, la cui protagonista, prima bambina, poi adolescente e infine donna, si muove in un paesaggio toscano, tra Pistoia, Follonica e Torri, un piccolo borgo dell’Appennino pistoiese, con occasionali puntate a Londra o in Finlandia.
La prima cosa che colpisce è la qualità linguistica del testo: una lingua sintetica, esatta, accessibile ma preziosa al tempo stesso. Essendo principalmente autrice di poesia, Matteoni pone una cura particolare nella ricerca delle parole, della loro precisione e sonorità, della loro capacità evocativa. Ma non le manca la capacità di narrare, di coinvolgere il lettore nelle vicende della giovane protagonista. Nella cui esperienza risaltano alcuni aspetti fondamentali. Innanzitutto, il libro si presenta come una riflessione sul tema della morte, che ci viene proposto fin dal capitolo introduttivo e che si presenta sotto varie forme, episodio dopo episodio. La morte e il funerale del formicone, rito infantile compiuto con grande serietà dalla bambina e dai suoi piccoli amici. La medusa, già più inquietante. La gatta, la volpe, il coniglio. E le persone: lungo il suo cammino la bambina-ragazza si trova più volte faccia a faccia con la morte di persone a lei care.
La morte si può accettare riconoscendola come componente ineliminabile dell’essere creatura, essere vivente e mortale. In questo senso, tutte le morti si equivalgono. Essere una creatura, far parte della Natura: una Natura leopardiana, intrisa di ferocia e violenza, ma nello stesso tempo imperturbabile, serena. La Natura è una presenza costante, è ciò in cui la bambina è immersa, in cui cerca conforto. Boschi, montagne, ma anche mare, anche il giardino di casa, e soprattutto il grande Nord, meta di un viaggio-pellegrinaggio alla ricerca di guarigione.
Il Nord è anche la fucina delle fiabe: le fiabe sono vere, dice sempre Francesca, le fiabe sono vere perché parlano di noi, delle prove che dobbiamo affrontare, del significato della nostra vita: e sono piene di figure dispettose, o sagge, o gentili… Così, anche nel libro, ecco spuntare a ogni passo personaggi fiabeschi, nel nome o nella loro essenza. Pinocchio, Pippi Calzelunghe, la volpe, l’orso, l’alce. Quest’ultimo si materializza durante il viaggio in autobus nelle regioni del Nord estremo, “alto come una chiesa”, si erge in tutta la sua maestà, indifferente, estraneo, ma capace di infondere gioia, pienezza, pace.

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Sono nata a Cagliari il 22 aprile 1955. Vivo a Pistoia. Insegno. Mi piace leggere e scrivere.
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