Il secolo sbagliato

Leggo un articolo sulla Stampa, intitolato «Tablet School 3: ecco la scuola digitale del futuro».
Tablet al posto di libri e quaderni, classe “scomposta”, che non vuol dire una classe in cui tutti stanno seduti a gambe larghe o appollaiati sul termosifone, ma classe divisa, spezzettata; l’insegnante non più centrale ma semplice collaboratore dei ragazzi autonomi, “facilitatore”; classe “rovesciata”, dove si discute la lezione che i ragazzi hanno seguito in video da casa, soli davanti al loro pc.
Da un po’ si parla di queste e simili novità per la scuola, che di primo acchito mi fanno pensare “speriamo di farcela ad andare in pensione fra due o tre anni”, non per altro, ma perché mi sento inadeguata a tutte queste novità. Non che io sia uno di quei ruderi di cui a volte si parla con dileggio nei social media, quegli insegnanti sessantenni che non hanno mai visto un computer in vita loro: grazie, io uso il computer per scrivere e per lavorare da metà anni ’80, vado in internet da metà anni ’90, ho la posta elettronica da almeno 17 anni e come tutti sanno sono un drago nell’uso della LIM. Non è avversione alla tecnologia, la mia.
È che io ho un’idea della scuola… un’idea novecentesca, c’è poco da fare.
Sono legata all’ideale dell’insegnante come figura di riferimento. Sono convinta che “l’ora di lezione”, come dice Massimo Recalcati, sia un momento educativo fondamentale. Lo so che c’è chi si annoia e chi pensa ai fatti suoi mentre l’insegnante legge un canto di Dante o racconta cos’è successo durante le guerre mondiali o spiega perché Locke può essere considerato il fondatore del pensiero liberale. Lo so, e lo trovo inevitabile, se vogliamo lo trovo anche giusto, nel senso che si tratta di una modalità di risposta dell’adolescente al discorso educativo dell’adulto. Non credo affatto che si possa rimediare alla pesantezza di certi momenti scolastici semplicemente consegnando al ragazzo un video o spronandolo a fare ricerca in internet riguardo a cose che non sono oggetto di ricerca (inclusi i programmi scolastici delle materie umanistiche). Insomma, non ti spiego Pascoli per non annoiarti, ma tu va’ su studenti.it e leggiti due righe abborracciate per riferirmi, all’interrogazione, una cavolata qualsiasi.
Poi, certo, autonomia, lavoro in gruppi, collaborazione, quando si può. Ma non ci credo, io, nei ragazzi che nel loro tempo libero vanno in rete a cercarsi informazioni su argomenti che possono tranquillamente trovare, esposti nel modo più chiaro e semplice, sul loro libro di testo; non ci credo che “non importa durar fatica per acquisire dei contenuti quando basta un clic e ti puoi informare su qualsiasi cosa”, non ci credo, soprattutto, a questa boiata della lezione in video, che il ragazzo ascolta “quando vuole”, “autonomamente”, “a casa sua”.
Credo nella presenza, nella relazione, nel botta e risposta, nella domanda, nella battuta che strappa una risata e stempera la tensione.
Sì, sono davvero nata nel secolo sbagliato.

Informazioni su marisasalabelle

Sono nata a Cagliari il 22 aprile 1955. Vivo a Pistoia. Insegno. Mi piace leggere e scrivere.
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6 risposte a Il secolo sbagliato

  1. wwayne ha detto:

    Sono completamente d’accordo.
    Non va bene sostituire il quaderno con il computer: per prendere appunti ci vuole una penna, perché anche l’alunno più rapido nell’uso della tastiera non batterà mai i tasti abbastanza velocemente per star dietro all’insegnante.
    Non va bene la spiegazione in video, perché solo l’interazione diretta tra professore e alunni può far capire al docente se le sue nozioni siano state comprese o meno. Senza contare che, se lo studente ha di fronte un video pre – registrato, non può chiedere chiarimenti, né di rispiegare l’argomento con parole più semplici.
    Non va bene la ricerca su Internet: ciò che troviamo sui siti è materiale spesso scarno (come dice Lei, spesso anche su un argomento enorme si trovano solo “due righe abborracciate”), e soprattutto è materiale proveniente da una fonte irrintracciabile o di dubbia autorevolezza. I lavori scientifici, che siano una ricerca delle medie o una tesi di laurea, vanno fatti attingendo SEMPRE E SOLO a libri e riviste specializzate. Questo qualsiasi professore universitario può confermarvelo: sì, ci sono dei professori “alternativi” che nelle tesi di laurea vogliono anche una “sitografia” oltre ad una bibliografia, ma anche in quel caso si tratta di siti afferenti ad autorità culturali di tutto rispetto, non troverete mai citati in una tesi di laurea studenti.it o Wikipedia.

  2. marisasalabelle ha detto:

    In realtà io sono moderatamente favorevole a tutte queste pratiche, purché siano complementari e non diventino sostitutive della lezione frontale, questa derelitta, che per varie ragioni continuo a ritenere indispensabile. Al di là di ogni facile retorica sul superamento di certe modalità di insegnamento e sulla negatività del sapere trasmissivo, io penso che:
    è normale che l’insegnamento sia in parte trasmissivo
    i ragazzi da soli non hanno la competenza, la maturità e la voglia di “farsi da soli il loro sapere”
    l’insegnante è una figura educativa fondamentale e questo non è inficiato dal fatto che esistano cattivi insegnanti
    Infine, su internet: si può fare e si deve imparare a fare ricerca su internet, ma questa è una metodologia che va insegnata, una risorsa che va sfruttata, e non ciò che deve sostituire lezioni in classe, libri di testo e studio rigoroso

    • wwayne ha detto:

      Ha ragione: deve scomparire (o, se ciò non è possibile, deve essere combattuta con il massimo sforzo) l’idea che gli studenti possano “farsi da soli il loro sapere”. Questo non è possibile nemmeno per gli studenti universitari: anch’essi infatti, quando scrivono una tesi di laurea, hanno bisogno che ciascuno dei loro elaborati venga visionato e corretto dal loro relatore, perché potrebbero averci scritto una marea di fregnacce. E se il rischio – fregnaccia è in agguato per loro, figuriamoci per uno studente liceale. Grazie per la risposta! 🙂

  3. marisasalabelle ha detto:

    Purtroppo è un’idea molto in voga e considerata estremamente innovativa. Mi ha un po’ confortata leggere “L’ora di lezione” di Massimo Recalcati che mi ha fatto capire che le mie perplessità forse non sono solo il frutto della mia obsolescenza!

  4. Pakap ha detto:

    Una lezione su tablet ha molti difetti.
    Innanzitutto è passiva, ascolti e basta senza poter fare domande, senza chiedere collegamenti tra una frase pronunciata dalla persona in video e un argomento trattato in precedenza; certo, digitando la domanda sul web salta fuori qualche risposta, ma il più delle volte si tratta di concetti incompleti o trattati male da qualche fanatico di yahoo answer alla ricerca di punti in più, magari poco informato sulla faccenda e con qualche conoscenza superficiale.
    Ed eccoci al secondo difetto: facili distrazioni. Avere a disposizione un motore di ricerca significa non riuscire a tener ferme le mani un secondo, aprire una scheda dopo l’altra per cercare altre informazioni coerenti (ma anche no) con l’argomento di studio e, quindi, un’incapacità di seguire se non in maniera frammentata il tema di studio. Inoltre quanto è facile scrivere una F sulla barra di ricerca e ritrovarsi nel vortice del tempo perso denominato Facebook, droga sociale a disposizione anche dei ragazzi più giovani?
    Altro problema è la disciplina. Stare chini sui libri (lo so per esperienza diretta) è dura, soprattutto durante l’adolescenza, e senza la presenza costante di un insegnante la tentazione di non studiare è forte, fortissima. Dopotutto chi te lo fa fare di passare le ore studiando il cinquecento o un autore noioso e le sue pesantissime poesie quando puoi rimandare a oltranza o cercare qualche estratto invece del testo originale?
    Questi e altri problemi emergono dall’uso di strumenti come i tablet sui banchi di scuola. Non siamo pronti a sfruttarli in questo modo, non ancora. Abbiamo ancora bisogno del contatto diretto con un professore, visivo e verbale; è un deterrente, incute timore, ma al tempo stesso è uno strumento di stimolo, se sa rendere le proprie lezioni interessanti per gli studenti.
    Sono io stesso uno studente e dunque sto dall’altra parte del dialogo, eppure ammetto tutti questi limiti della nuova tecnologia a portata di tutti e per questo sia sopravvalutata che sottovalutata. Non dico di mettere un freno al progresso, non oserei mai; seguo con entusiasmo le nuove innovazioni nel campo tecnologico e ritengo debba, al contrario, proseguire ancora più velocemente. Tuttavia non penso che sia una soluzione modificare in maniera tanto radicale il metodo di insegnamento nelle scuole.
    Integrare i tablet assieme, forse in sostituzione (ma a malincuore) dei libri di testo è utile, per quanto riguarda costi e pratica, ma solo se usati come ebook, e non come professori meccanici; ovviamente a questo consegue l’inadeguatezza di alcuni docenti nello sfruttare simili strumenti, come già sta accadendo con le LIM (anche se non è questo il caso).
    Inoltre questi strumenti sono utili anche per prendere appunti, essendo disponibili oltre alle tastiere (alcuni studenti riescono a battere i tasti in maniera rapidissima) anche le penne touch.
    Insomma, il succo di tutto questo monologo è quello esposto da wwayne, come ho notato dopo aver già scritto il commento: l’idea proposta non è applicabile.

  5. marisasalabelle ha detto:

    Ciao! Ho trovato molto condivisibile il tuo commento. Mi fa piacere che un giovane come te pensi che lo studio, l’applicazione e anche la pesantezza, l’impegno che implicano, siano importanti ancora oggi, nell’era in cui si dice che lo studio deve essere soprattutto divertente. Intendiamoci: io sono felice se gli studenti si divertono a lezione e sono convinta che l’apprendimento, oltre che impegno e fatica, comporti piacere. Ma con tutto ciò, non bisogna nascondersi che studiare è pesante e non sempre è la cosa che abbiamo più voglia di fare, tuttavia è necessario e va affrontato con serietà.
    E sulla tecnologia, ben venga, ma non sostituiamola al rapporto personale tra docenti e allievi, del quale penso ci sia un grande bisogno, soprattutto negli anni dell’adolescenza.

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