Domande esistenziali

Richiamo Marco, che non segue la lezione e sghignazza col suo compagno di banco.
«Non stavo facendo nulla!»
«Chiacchieravi e ridevi mentre io spiegavo la guerra dei Cent’anni.»
«Non è vero!»
«Non essere così arrogante e siedi composto.»
«Sono già composto!»
Mi stravacco sulla sedia e appoggio un piede, che per pura combinazione stamani è fasciato da un collant a motivi geometrici e calzato in uno stivale col tacco di dieci centimetri, sul piano della cattedra.
«Che ne diresti se io tenessi questa posizione davanti a tutti voi?»
Marco mugugna tra sé e sé e io mi domando: dov’è l’errore? Sono troppo esigente (sono ragazzi, via!) o sono troppo tenera (fare rapporto al preside senza discussioni)? È ancora necessario essere persone educate? Cosa pensano i genitori di questi ragazzi? Che fa l’aria infinita, e quel profondo Infinito Seren? Che vuol dir questa Solitudine immensa? Ed io che sono?

Informazioni su marisasalabelle

Sono nata a Cagliari il 22 aprile 1955. Vivo a Pistoia. Insegno. Mi piace leggere e scrivere.
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15 risposte a Domande esistenziali

  1. ©blu ha detto:

    I ragazzi sono “così” per mancanza di esempi “positivi” (anche se il tuo tacco dieci e la calza a rombi avrebbero preteso l’applauso…) credo quindi che sia necessario per chi ha il compito di insegnare oggi, debba anche un po’ sostituirsi a quella “famiglia” che i giovani non conoscono e quindi non rispettano,,, la famiglia è per prima cosa i legami naturali di sangue, poi la scuola e gli amici, ed a seguire la società ed i prossimo sino ad arrivare a se stessi! Ciao…!! 🙂

  2. wwayne ha detto:

    Le sconsiglio di far intervenire il preside a meno di circostanze gravissime. Quand’ ero al liceo, io e i miei compagni avevamo una pessima opinione dei professori che optavano per questa mossa.
    Questo perché pensavamo che il docente, in quanto adulto, dovesse essere capace di difendersi e di risolvere i propri problemi da solo, senza attaccarsi alla sottana della preside come un bambino di 5 anni. Quando un docente lo faceva, perdeva automaticamente tutta la nostra stima.
    E ovviamente il rapporto non veniva più recuperato, anzi peggiorava: é già difficile ricucire quando litighi con una persona sola, figuriamoci quando ti metti contro una classe intera.
    Anche l’ estremo opposto, ovvero quello di lasciar correre a causa della giovane età dei ragazzi, non mi convince. Proprio perché sono giovani devono imparare l’ educazione: l’ infanzia e l’ adolescenza sono le uniche fasce d’ età in cui é possibile assimilare queste nozioni, in età adulta i nostri difetti sono spesso troppo radicati per poterli estirpare.
    La mia risposta alla sua domanda é quindi quella di evitare sia l’ eccessiva indulgenza che la pena massima del rapporto al preside. La cosa migliore da fare a mio giudizio é segnalare i comportamenti sbagliati e cercare di correggerli da sola, senza chiamare i rinforzi: la classe lo apprezzerà moltissimo. : )

  3. wwayne ha detto:

    Sono completamente d’ accordo con l’ altro commento quando fa riferimento all’ assenza di educazione all’ interno della famiglia.
    Purtroppo pochissime persone sanno fare i genitori. E non soltanto perché si tratta di un compito difficile, ma anche perché oggi molti genitori non hanno la minima voglia di star dietro ai propri figli. Preferiscono affidarli alle cure di mamma tv e papà computer, liberarsi di loro come ci si libera di un venditore porta a porta o di un collega troppo appiccicoso.
    Il risultato é che molti giovani crescono come animali allo stato brado, senza ricevere una vera educazione. Si comportano in maniera estremamente maleducata e non se ne rendono nemmeno conto, perché loro per primi non hanno la percezione di cosa é educato e cosa non lo é.
    Per lo stesso motivo molti giovani non si applicano allo studio. Se da bambino i tuoi genitori non ti hanno insegnato quanto sia importante studiare, se non hanno fatto i poliziotti controllando ogni sera se avevi fatto tutti i compiti, tu crescerai senza capire il valore dell’ istruzione, vedendo i compiti per casa come una cosa che si può anche non fare.
    Lo stesso luogo della scuola viene visto da molti studenti unicamente come un posto in cui spassarsela con i propri amici, esattamente come un bar o un luna park. Non pensano “Vado a scuola per imparare”, pensano “Vado a scuola per divertirmi.” E quindi sul quaderno invece di prendere appunti fanno disegni osceni, invece di ascoltare la prof chiacchierano con il compagno di banco e così via.
    Spesso i genitori non solo non educano i propri figli, ma non si accorgono neppure dei loro problemi, o se ne accorgono soltanto quando la situazione é ormai irrecuperabile. Ad esempio, se il figlio va male a scuola da Settembre loro se ne accorgono soltanto a Febbraio, quando vanno a ritirare la pagella. Se il figlio si droga, loro non se ne accorgono dopo le prime canne, ma quando il ragazzo é già passato alle pasticche. Manca un controllo costante della situazione, molti genitori danno solo un’ occhiata ogni tanto. E quando prendono delle contromisure (punizioni per i comportamenti sbagliati, ripetizioni per il rendimento scadente eccetera), lo fanno per mettersi a posto la coscienza, per dire a se stessi “Ahò, il mio l’ ho fatto”, non perché vogliano sinceramente risolvere i problemi del figlio.
    Io in questo mi ritengo estremamente fortunato, perché i miei genitori non hanno mai cercato di liberarsi di me, mi hanno educato con attenzione e hanno sempre voluto tenere il polso della situazione su tutti i fronti: scuola, amicizie, sport eccetera. Ovviamente la cosa mi irritava (già da bambino tenevo molto alla mia privacy), ma crescendo ho capito che il bravo genitore deve comportarsi esattamente così, a costo di rendersi impopolare davanti al figlio.

    • marisasalabelle ha detto:

      Naturalmente, le domande esistenziali me le pongo davvero, mi chiedo se ci voglia più severità o più dialogo; vengo da un’esperienza di famiglia e scuola autoritaria e ho sempre rifiutato quel modello, ma ciò non mi impedisce di essere dura quando serve… Rapporti al preside non ne faccio mai, a tenere buoni i miei ragazzi ci penso da sola e sono d’accordo che l’eccesso di note disciplinari abbassi la credibilità del docente. Qualche volta è stato necessario, ricordo una volta che non trovavo un ragazzo, sul registro figurava presente ma non c’era né in classe, né nei corridoi, né in palestra… in casi come questo fare rapporto diventa obbligatorio.
      Sulle famiglie, non generalizzerei: ci sono pessime famiglie ma ce ne sono anche di ottime, tanti genitori educano i figli nel miglior modo, ma l’adolescenza è quello che è, inoltre viviamo in una società che disprezza certi valori e insegna tutt’altro da ciò che maldestramente cerchiamo di insegnare noi. Il bello(o il brutto) è che quando (e se) entreranno nel famoso “mondo del lavoro”, se non hanno imparato un po’ di educazione e di rispetto, allora sì che saranno cavoli…

      • wwayne ha detto:

        Anch’ io sono contrario alle generalizzazioni: nel descrivere un modello negativo di genitorialità non volevo dire che era applicabile a tutte le famiglie, ma solo che purtroppo quell’ atteggiamento di noncuranza e di trascuratezza estreme nell’ educazione dei figli sta prendendo sempre più piede.
        Sono d’ accordo anche sul fatto che nel mondo del lavoro l’ educazione sia importante quanto e più delle competenze, anche nei mestieri che non prevedono il contatto diretto col pubblico. A presto, e grazie per la risposta! : )

    • Gianni Cuccu ha detto:

      Salve, essendo uno studente ho modo di sentire sulla mia pelle queste parole, e vorrei fare alcune considerazioni:
      Sono a sfavore del controllo “a poliziotto” di cui lei parla in quanto non ritengo che questo insegni ai ragazzi il valore dell’istruzione come lei sostiene.. almeno secondo il mio punto di vista.
      La dinamica che intravedo in casi come questi è che lo studente, vedendo i genitori assillarlo sotto quell’aspetto, avrà una visione della scuola molto oppressiva, e faticherà molto a trovare un collegamento che gli consenta di capire la sua reale importanza, ammesso che ci riesca.
      Questo perché il genitore che si impegna a controllare costantemente il figlio sui compiti, gli impedisce automaticamente di focalizzare l’attenzione sul significato di quei compiti.
      Proverò a spiegarmi con un esempio:
      Se qualcuno vuol far capire a una persona che deve andare in un certo posto, magari ad una panchina 100 metri più in là, non dovrà insegnare alla persona a camminare o indicargli per dove deve passare, ma dovrà innanzi tutto indicargli il luogo che lui deve raggiungere.
      Ho paura di essere poco chiaro. Se i genitori si focalizzano sul “far fare i compiti”, i figli si concentreranno sul “come rendere soddisfatti i genitori”, e si precluderanno la possibilità di domandarsi “ma cosa dovrei fare io?”. Se non si domandano niente, non troveranno mai risposte soddisfacenti alle loro esigenze. “Tenere il polso”, come dice lei, anche se in un futuro potrebbe tornare utile per il “soggetto” che si ritrova ad avere capacità fisiche/mentali adeguate, sfavorisce una corretta e/o completa comprensione delle cose.
      Spero di non aver scritto scemenze, ‘sera

      • marisasalabelle ha detto:

        Forse in contrasto con ciò che ti aspettavi, sono d’accordo con te sul fatto che i genitori non debbano “marcare stretto” i figli. Ovviamente il loro compito è quello di educarli, e altrettanto ovviamente i figli hanno dei doveri verso i genitori, che li allevano e li mandano a scuola… ma è vero, a scuola non si deve andar bene “per far contenti i genitori”, si deve studiare per se stessi, anche se ci sono dei momenti in cui se ne ha poca voglia o si è incerti sull’utilità di tutte quelle ore (facciamo mezzore, va’) passate sui libri. I compiti, i ragazzi è bene che se li facciano da sé. Il registro elettronico è molto utile ma può diventare un mezzo di controllo controproducente. Però, se si accorge che il figlio, per esempio, fa buca a scuola, prende tutti 2 o risponde male ai prof, ‘sto povero genitore qualcosa dovrà pur fare…

      • wwayne ha detto:

        Apprezzo il fatto che Lei abbia espresso un parere contrario al mio con toni molto pacati e civili.
        Gli adulti che “marcano stretto” i propri figli per quanto riguarda il controllo dei compiti inculcano in loro una qualità bellissima: il senso del dovere. I bambini cresciuti in questo modo dai propri genitori diventeranno degli adolescenti e degli adulti che non scappano dalle proprie responsabilità, che davanti ad un compito (scolastico, di lavoro eccetera) non pensano “Non lo faccio perché non c’ho voglia”, ma pensano “Lo devo fare, punto.” All’ inizio ragionano così perché temono una punizione, ma crescendo assumono questa mentalità in automatico, a prescindere dal controllo del genitore.
        Non avevo mai riflettuto sul fatto che, come Lei mi ha fatto notare, queste persone sono estremamente responsabili ma allo stesso tempo non hanno spirito critico, svolgono le proprie mansioni come soldati o robot, senza chiedersene lo scopo e l’ utilità. E’ il lato negativo di un approccio educativo che continuo comunque a reputare il migliore possibile. La ringrazio per la stimolante riflessione che ha condiviso.

  4. marisasalabelle ha detto:

    Caro wwayne, nel mio ultimo commento in realtà rispondevo a Gianni, un mio alunno, e solo indirettamente a te. Sono convinta che il senso del dovere sia fondamentale, ma che esistano diverse strategie per aiutare un giovane ad acquisirlo. Ogni genitore, o professore, ha il suo stile, e ogni stile può avere lati positivi e negativi. Quello che trovo sbagliato in assoluto è che ci possano essere dei ragazzi che sono convinti, grazie alla loro giovane età, di non avere doveri. Questo no sicuramente. Poi, per metterli in condizione di adempiere ai propri doveri, si possono adottare scelte diverse. La mia idea è di condurli all’acquisizione del senso del dovere tramite la persuasione e l’esempio, dimostrando cioè che noi adulti in prima persona ci facciamo carico dei nostri doveri. In alcuni casi ciò non è sufficiente e allora bisogna ricorrere all’autorità e al controllo. Sul controllo io ho delle perplessità, ma devo confessare che ne faccio uso durante i compiti in classe, quando sto molto attenta che i ragazzi eseguano onestamente il loro lavoro. In questo caso il controllo mi sembra necessario, ma sono convinta che un eccesso di controllo possa generare insofferenza e quindi produrre risultati opposti a quelli sperati.

  5. zonerrogene ha detto:

    Leggo il tuo blog e ripenso a quando ero allievo. Mi rivedo terrorizzato mentre il dito della professoressa scorre il registro per decidere chi interrogare. E mi chiedo: ma la mia prof….aveva un blog?
    Visto che Internet non c’era direi proprio di no. Ma se l’avesse avuto, quante volte sarei comparso nei suoi post? Non oso immaginare 🙂 Troppe.
    E di sicuro mia mamma l’avrebbe letto 😦
    Per quanto riguarda l’educazione: forse dovevo risponderti dandoti del lei? 😀
    Comunque complimenti Prof 🙂 Sei una piacevole lettura
    Alex
    p.s.
    Nella pagina info metti qualche info tua 🙂

    • marisasalabelle ha detto:

      Io però tutelo la privacy dei miei alunni… i nomi sono di fantasia e qualche volta anche gli aneddoti… Vedi il mio commento al post “Cloze”.
      Grazie per i complimenti: in rete di solito ci si dà del tu… ma gli studenti in carne e ossa sono pregati di rivolgersi col lei!

      • zonerrogene ha detto:

        Si può avere grande rispetto anche dando del tu. Sono però convinto che la strada per l’educazione e la cortesia passino proprio attraverso il “lei” dato alla professoressa, il “grazie” che i genitori ti obbligano a dire quando sei piccolo e il “per favore” che è la risposta alla domanda della mamma “come si dice?”. E nel mondo di oggi, dove troppi valori vacillano, forse è proprio il caso di riscoprirle queste cose. Quanto è bello entrare in un negozio, sorridere e dire “buongiorno” col tono di chi ci crede?
        Alex
        p.s.
        ho circa 40 anni…..non mi avrai tra le tue grinfie!

  6. marisasalabelle ha detto:

    Sono d’accordo. A me per esempio dà un po’ fastidio entrare in un negozio di abbigliamento e incappare in una commessa che ha un terzo dei mei anni e mi si rivolge con un festante “Ciao! In che cosa posso aiutarti?”
    In ogni caso, a quarant’anni non sarai certo un mio alunno… ma hai l’età per esserlo stato! : )

  7. zonerrogene ha detto:

    Ha ragione professoressa. Non doveva farmi notare questa questione anagrafica per cui io potrei essere stato un suo allievo. Adesso sono inibito e mi sento costretto a darle del lei 😉
    Ciao Prof ti leggerò con piacere 😀
    Alex

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